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sabato 27 novembre 2010

Frailty - Frailty EP


Voi non avete idea di quanto sia fiero ogni volta che mi capita in mano un cd a tiratura limitata numerato a mano… è il caso dei lettoni Frailty che escono con questo Ep di cinque pezzi, che in realtà non sono altro che vecchio materiale della band baltica, mai rilasciato prima del full lenght “Lost Lifeless Lights”, uscito lo scorso anno. Sapete già della mia forte simpatia per le band dell’ex blocco sovietico, perché sono convinto che abbiano veramente un sacco di cose interessanti da trasmettere con la loro musica pregna di vibrazioni e i Frailty non sono certo l’eccezione. I nostri partono subito alla grande con una song di otto minuti abbondanti, “Silent Winter” e già dal primo ascolto sono in grado di solleticare il mio palato e miei sensi, con il loro death doomeggiante, ricco di pathos e malinconia. Immediatamente torna a riecheggiare nella mia mente “Serenades” degli Anathema: le atmosfere angoscianti presenti in ogni traccia, quei riff di chitarra carichi di pesantezza, plumbee nuvole portatrici di pioggia, disperate melodie e un growling profondo caratterizzano questo lavoro di 5 pezzi e poco più di mezz’ora di durata. Della prima traccia mi piace tutto, in più c’è quel suo riff accattivante di chitarra che fa capolino qua e là e ti si pianta nella testa, continuando a risuonare nella la mia mente. Si, mi piace l’andatura dei combo proveniente dalla piccola Lettonia: c’è classe, eleganza, cattiveria al punto giusto, sono convinto che i nostri possano essere in grado di far parecchia strada. “Black Phoenix”, “Scarlet Prophecy” sono ottimi esempi di come si possa fare death doom al giorno d’oggi, senza inventare nulla di nuovo, ma solo dando ascolto al proprio cuore e alle note contenute nel suo interno. È cosi che mi sento io oggi, come “The Shining”, la song più deprimente del lotto: quel suo incedere pachidermico, quelle sue ancestrali atmosfere alla “Gothic” dei Paradise Lost, con il growling mischiato allo screaming e un profondo senso di solitudine, vuoto e malessere ad avvolgere le nostre membra. La conclusiva “A Flower In The Dark Tide” partendo dalle ultime evoluzioni dei danesi Saturnus, mostra tutto l’amore del sestetto di Riga per questo genere musicale e per gli ultimi feroci My Dying Bride, e io non posso che esserne felice. Ho trovato un’altra band in grado di donarmi emozioni, una band capace di miscelare nel proprio sound death black heavy e funeral doom. Che volete di più dalla vita? Io un nuovo cd dei Frailty... (Francesco Scarci) 

(Self)
Voto: 75

Heinrichreich - Druid


Non mi sento di salvare proprio nulla di questo “disco” anzi, questa parola: nulladefinisce la vera essenza ovvero l’inesistente sostanza di queste tracce, buttate lì, in qualche maniera. Non a caso ho usato la parola tracce perché le canzoni, quelle vere, sono basate sull’armonia, fattore di cui “Druid” è ahimè del tutto privo. L’intro di apertura “Cill and Disirt”, pezzo strumentale, non erige quell’atmosfera in cui un intro dovrebbe saperci calare e non riesce a condurci per mano tra le successive canzoni. Come ho detto prima, però, di canzoni non ve ne sono ed infatti eccoci or ora trascinati, ma che dico, stuprati con “The Legend of the Banshee”: è questo il modo di violentare una batteria? Non era più semplice e “melodico” campionare una raffica di mitra? Il risultato sarebbe stato certo migliore. Con “Blood and Soil”lecosesembrano apparentementemigliorareanche se qua e là qualche sbavatura vocale si fa notare. Quella del sangue comunque era solo un’illusione, infatti eccoci ancora una volta maltrattati con “Castles in Neslusa Forest” che scorre via, senza troppo farsi notare non aggiungendo nulla al disco. A questo punto cosa dire di “Samhain”? Un altro fiasco, ovvio. Quanto banale e fuori luogo sono quelle tastiere. Con “Slavic Feast” si tocca veramente il fondo ma non solo: si cerca addirittura di raschiare! Ancora una volta non ci siamo: qui sono le corde a prostrarsi chiedendo pietà. Analogamente con la successiva “Immortal March” mi sento di richiamare un’altra volta all’ordine Jorg, il factotum dellaband e fautore di questo tremendo supplizio. Altro che immortale, questo è il colpo tanto lesivo quanto letale per il druido. La sua magia non basta a salvarlo. Mi chiedo invece: di magia ne ha mai posseduta? Non sono sufficienti pause ad effetto o raddoppi e dimezzi del tempo per definire “tecnica” una canzone; i tempi dispari lasciamoli pure ai Dream Theater! La canzone strumentale “An Gorta Mor”, song che nella concezione del disco doveva forse solo fare da contorno a tutto il resto, risulta invece essere un sostanzioso primo piatto, assai semplice ma in grado di trasmettere emozioni, ideale come ottimo intro o outro per un buon disco. L’inizio di “Dying Emotions” sarebbe il proseguio perfetto della precedente song, ma ben presto tradisce la sua vera essenza: banale, scontata, pesante ma non nel senso “metallaro” del termine. L’ultima traccia “Green Fields of Hibernia”, lascia finire il disco con l’amaro in bocca anziché deliziare il palato come un dessert dovrebbe fare. In definitiva, quindi, il nome di un gruppo abbastanza noto mi sovviene per battezzare liturgicamente questo “lavoraccio”: quello degli Zero Assoluto. Lasciatemi riposare in pace, riavvito il coperchio della mia bara e non azzardatevi mai più a disturbare la mia anima irrequieta ivi prigioniera che si rigira, con simili e sterili litanie. (Rudi Remelli) 

(Self)
Voto: 45

Solerrain - Album Demo


Si sa quanto l’Est Europa sia un importante bacino dove andare a pescare le band più interessanti in ambito metal. Russia, Ucraina e paesi Baltici rappresentano poi i luoghi dove evidentemente si cresce a pane e metal, perché questi Solerrain sono una realtà estremamente interessante che le case discografiche non dovrebbero lasciarsi sfuggire. Inizialmente influenzati dal sound dei Children of Bodom, il quintetto di San Pietroburgo, il cui nome deriva dalla combinazione delle parole “Solitary” e “Terrain” (quindi terra abbandonata), ci deliziano i timpani con questo demo cd di (ahimè) solo tre pezzi, cercando di combinare gli insegnamenti dei maestri, con una propria distinta personalità. La prima cosa che balza all’orecchio è sicuramente la pulizia e la freschezza dei suoni, la potenza che alimenta un frenetico headbanging già dall’iniziale “Your Hell”, song ricca di cambi di tempo, parti estremamente melodiche e aggressive al tempo stesso e con i classici giri di chitarra che hanno reso celebri i “figli di Bodom” (forse l’unica pecca di cui i nostri dovranno liberarsi al più presto). Si passa alla successiva “The Promise”, che mette in luce le capacità tecnico-compositive del combo russo, rendendoli a mio avviso migliori e per lo meno più vari dei già succitati colleghi finlandesi. Il death melodico si miscela alla perfeziona con l’heavy metal puro alla Iron Maiden, per ciò che riguarda l’epicità delle ritmiche. La voce di Pavel è perfetta per questo genere, mantenendosi sempre in secondo piano rispetto alle ritmiche. La terza e ultima “The Curse” chiude con rammarico questo demo cd, perché sinceramente mi stavo divertendo nell’ascoltare questa band dotata di grandi potenzialità. Che meraviglia potersi guardare intorno e vedere che ci sono decine di band interessanti (e sconosciute) a cui prestare il nostro ascolto, i Solerrain sono una di queste… (Francesco Scarci) 

(Self)
voto: 75

Rheinkaos - Demo Cd


Affrontare questo cd non è tra le cose più semplici da fare, in quanto nelle poche tracce (tre per venti minuti circa) ivi incluse, si possono riscontrare un sacco di influenze che potrebbero ingannare ripetutamente l’ascoltatore. Le delicate note di piano (stile Massive Attack), l’atmosfera cibernetica e le angeliche vocals di Gogo che si ritrovano in “Drink the Effect”, sembrano portarci in una direzione che ben presto nel corso del brano, i nostri saranno in grado di smentire e ribaltare follemente. Eh già, perché non appena la voce (oscura) di Savaoth fa il suo ingresso e i nostri iniziano a martellare con le atmosfere tipiche del sound ellenico, una serie di suoni soffusi, delicati e maledettamenti inattesi (presi in prestito dalla trance music o dalla lounge), ci stordiscono per la loro capacità di disorientarci completamente. È solo calma apparente che poi si trasforma in furia, ma furia controllata, che mi ha riportato alla mente i suoni primordiali dei grandiosi Septic Flesh. Il quartetto greco genera suoni incredibilmente piacevoli e di gran classe che si insinuano nella mia mente e mi spingono a volerne di più, in quanto derivativi da generi estranei al metal (interessanti infatti alcune incursioni jazz). La seconda “Witness to Your Disguise” mette in luce la vena più industrial della band, non perdendo tuttavia, nel suo incedere ipnotico e claustrofobico, la propria identità e le proprie origini. D’altro canto l’idea che sta dietro ai Rheinkaos è quella di sperimentare l’ambient e le sue strutture minimalistiche, mantenendo comunque una propria identità heavy metal, che finirà per trasformarsi nella conclusiva “Bring the Shadows”, in estremismo black/death, mostrandoci l’enorme classe che risiede nelle corde di questi musicisti. Quest’ultima è decisamente la song più violenta del lotto che magari più si avvicina agli standard della scena death, tuttavia alcuni suoi passaggi evidenziano ancora una volta un talento smisurato per questa band, capace di condurre sonorità d’avanguardia (alla Ulver per intenderci) in chiave estrema. Come al solito, so che le mie parole vogliono dire tutto e niente, ma vi invito ad andarli a cercare sul web per capire come si possa ancora fare musica originale in ambito estremo e poterlo contaminare con elementi techno o free jazz. Se siete dotati di una mentalità aperta, contattate per favore la band, per far vostro questo Mcd, non ve ne pentirete. Ho limitato la votazione solo perché si tratta di 3 tracce, ma sarebbe potuta essere molto più alta. Eccezionali! (Francesco Scarci) 
 
(Self)
Voto: 80

domenica 21 novembre 2010

Abrogation - Sarggeburt


Quarto album per questa band di Magdeburgo che esce a distanza di 4 anni da “1487” e dopo 2 anni di lavorazione (simpatico il video sul sito www.abrogation.de, con immagini dei componenti durante le fasi di registrazione) con il titolo di “Sarggeburt” (Bara di Nascita) che ci fa capire subito, anche dall’immagine in copertina, a che genere di musica stiamo per andare incontro: Medieval Death Metal. Da notare subito che, così come il titolo dell’album, anche tutte le canzoni sono rigorosamente in lingua tedesca, scelta che se da un lato denota una certa caratterizzazione, dall’altra risulta essere alquanto strana per una band con 10 anni d’esperienza, il che può far perdere parte del piacere d’ascolto. La principale caratteristica che rende apprezzabile questo album è comunque la capacità del gruppo nel mettere assieme un ottimo mix che varia in modo originale dal Death Melodico (apprezzabile l’intro con le note di violoncello che introducono in un crescendo al brano d’apertura), all’heavy (anche se in alcuni passaggi si fanno sentire ancora alcune influenze, che ricordano soprattutto gli Iron Maiden). Per quanto riguarda la composizione, punti forti delle tracce sono decisamente gli assoli delle chitarre, puliti e tecnicamente ragguardevoli; peccato invece per la voce, che risulta essere forse troppo piatta e omogenea nell’arco delle 13 canzoni (eccetto la ballata acustica “Hans Eisenbeiss”, dove però il contrasto che si viene a creare lascia decisamente spiazzati). Nota di merito per l’undicesima traccia “Eine furs Feuer” (Uno per il Fuoco), brano che presenta una struttura elaborata e piacevole per l’ascolto, probabilmente la miglior traccia della release. In definitiva, con questa nuova fatica, gli Abrogation sono riusciti a dare alla loro musica un carattere unico, caratteristica che gli permette di meritarsi certamente rispetto. (Alberto De Marchi)

(Self)
voto: 65

Skullshifter - Inner Demons


"Inner Demons" è l'album d'esordio per questo quartetto made in USA che segue di qualche anno l'uscita del loro EP “Here in Hell” (2005). Sfortunatamente non ho la possibilità di fare un paragone con l'EP, in modo da poter verificare la maturazione di questo gruppo, ad ogni modo posso garantire fin da subito che con questo cd vi troverete di fronte ad un efficace e diretto thrash metal. Le tracce, pur mantenendo una certa semplicità, sono energiche e con un buon ritmo, soprattutto per quanto riguarda le chitarre. La voce, anche se non particolarmente melodica, è decisamente aggressiva (forse in modo troppo forzato) e sa trasmettere energia all'ascoltatore, unica pecca risiede forse nella monotonia: qualche cambio di tono avrebbe certamente giovato sul giudizio complessivo. “Inner Demons” si apre benissimo: l'intro del brano iniziale, “Exploiter” è decisamente epica e suggestiva e, anche se in modo forse non troppo perfetto, con un deciso cambio nei suoi riffs ci introduce poi ai toni più thrash oriented che si presentano nei brani successivi. Le chitarre, così come la batteria svolgono un ottimo lavoro sia sul piano della qualità che della velocità, un po' sacrificato invece sembra essere il basso, non si capisce se per scelta stilistica o per difficoltà tecniche da parte di McCaffrey. Ad ogni modo diversi passaggi sono più che godibili e con la traccia nove, “Breaking Point”, raggiungiamo probabilmente l’apice compositivo di questo lavoro, che fa ben sperare nelle potenzialità di questa band. A tal proposito l'unica perplessità risiede nell'età della band, visto che sia Nolz che Scioscia non sono certo dei giovincelli e suonano entrambi da 20 anni: si spera che questo sia un vero e proprio album d'esordio e non soltanto un punto d'arrivo. In definitiva “Inner Demons” è un buon platter per tutti gli appassionati del genere, ma niente di più. (Alberto de Marchi)

(BFD Records)
Voto: 60

Fangor - The First Sign of Life


Dall’Olanda ecco sopraggiungere una nuova “vecchia” band (esistono infatti dal 1999 ma fino ad ora solo un demo datato 2001 è al loro attivo), che smuove dentro di me immediatamente qualche perplessità già dall’iniziale “Breaking Thoughts”: inizio anonimo, senza un preludio o una intro atmosferica, giusto 2 colpi di batteria e via all’attacco dell’ascoltatore con il loro death melodico, vagamente influenzato da sonorità viking di origine scandinava. Fortunatamente la song si riprende con quel suo alternare sfuriate death ad atmosfere pagane e con parti acustiche assai ispirate (da segnalare un tocco di chitarra spagnola da brividi nel mezzo). La successiva “End of Life” è un brano piatto, farraginoso, costruito su ruvide chitarre death e con growling vocals anonime, nulla da trasmettermi, tanto da avere la forte tentazione di skippare alla successiva “Still Not Knowing”. Fortunatamente si cambia ancora registro, nulla di particolarmente innovativo sia ben chiaro, ma per lo meno si riesce ad annoiarsi molto meno con linee di chitarra vicine allo swedish death (Dark Tranquillity docet), qualche apertura melodica, clean vocals e una parte centrale maestosa nella sua vena sinfonica, tanto da ridestarmi dal torpore in cui mi ero già immerso dopo le prime 2 tracce. Finalmente, che piacere per le mie orecchie che già stavano detestando questo lavoro ed erano pronte a spingermi alla stroncatura totale di questa release. La conclusiva “Deadlight” ci catapulta ancora una volta in altre sonorità, un caos infernale ci aggredisce, suoni completamente destrutturati ci stordiscono, perdo nuovamente la bussola, il che non fa altro che alimentare dubbi e incertezze di quale tipo di musica questo quartetto dei Paesi Bassi suoni realmente. Di sicuro c’è tanto ancora lavoro da fare e tante cose da rivedere e soprattutto risentire per capire maggiormente dove i nostri si possono collocare musicalmente, perché ora come ora la musica dei Fangor non è né carne né pesce… (Francesco Scarci)

(Self)
voto: 60

Tears of Martyr - Entrance


Pensate di portarvelo in un castello, magari diroccato, magari con la nomea di essere infestato da vampiri (quelli di una volta, non quelli moderni), con concubine succubi dalla voce magnifica: ascoltatelo. Avete un po’ di pelle d’oca? Ecco la dimostrazione della forza evocativa di questo gruppo. Primo full lenght per l’ensemble spagnolo. Dopo due demo, questa mutevole formazione si cimenta in un lavoro dal più ampio respiro. Questa la line-up attuale: la soprano Berenice, Miguel Angel: voce e chitarre, J.M. Astur: chitarre e Doramas: batteria. Molto ben suonato e registrato, “Entrance” porta tutti gli stilemi classici del genere Symphonic Gothic Metal, con le sue forze e debolezze ovviamente. Tecnicamente i Tears of Martyr sono molto superiori alla media nell’esecuzione con quei loro assoli di chitarra potenti e puliti, la batteria, incalzante e martellante, un crescendo di potenza e suoni gotici. Tra tutto questo assurge la splendida e pulita voce di Berenice che con quei suoi vocalizzi che captano l’attenzione. Contraltare alla potenza roboante, ma oscura di tutto il suono, ne amplifica le caratteristiche, accompagnata spesso da cori notevoli. La voce maschile, rispettosa della linea potente, spesso troppo bassa, cerca di esaltare ancora di più il contrasto con la parte femminile. Ma alla lunga questo gioco si rivela ripetitivo (troppa la differenza tra le due voci e tra le capacità vocali dei cantanti) e si sfora nell’inutilità. Ecco i limiti quindi, i soliti insiti in questo genere: ripetitività del metodo della composizione e nello schema delle canzoni con la partenza evocativa potente, il cantato melodico accompagnato da un tappeto solido, gli assoli conclusivi. Punto. Poche variazioni allo schema insomma. Unica eccezione: “Violence in Red”. Da dove salta fuori? Un incipit parlato, poi violini, un intermezzo sorprendentemente piacevole, il segnale che se vogliono, i nostri sanno osare e staccarsi dalla linea, perché ne hanno le capacità, la stoffa. Che dire del lavoro nel complesso? L’atmosfera che fuoriesce da ogni song è davvero evocativa, ma attenzione a non farsi traviare dalla intro, assai piacevole ma che non indica lo stile di questo lavoro. Molto ben fatto il packaging, il booklet con tutti i testi, foto e ringraziamenti; per un feticista e nostalgico dei supporti solidi come me, è sempre una bella cosa. Molto ben studiato l’artwork della copertina e le immagini (da notare la splash-page centrale). I testi delle canzoni ci stanno tutti, coerenti con le tematiche del genere. Il gruppo c’è, il suono pure, la tecnica non manca e la voce femminile è davvero splendida. Tuttavia manca ancora un’impronta personale, una firma, un tratto distintivo. Una situazione a metà via, una moneta lanciata, una scommessa. Hanno la potenzialità di essere una bella scoperta o una delusione. Dateci dentro per la prima vi prego... (Alberto Merlotti)

(Self)
voto: 70

Modern Funeral Art - Doom With a View


Avete presente quelle immagini dove sembra di vedere un calice, ma anche due profili? Questo è quello che mi è saltato in mente dopo il primo ascolto di “Doom With a View”. Secondo full lenght per questo trio francese, che qui ritorna alla sua line-up originale: Arnaud Spitz voce e basso, Benoît Sangoï alla batteria e Pascal N'Guyen alla chitarra. Il titolo richiama, con un gioco di parole, il libro “Room with a view” (in Italia “Camera con vista”) di E.M. Foster. Citazione confermata dall’artwork (una camera con vista particolare) del packaging super minimalista. Nel sito del gruppo, si descrivono le tracce come “ninne nanne”: ora non so quale bambino potrebbe addormentarsi ascoltandole (e che sogni farebbe nel caso), ma se si intendevano canzoni un filo monotone ci può stare. Il lavoro è stilisticamente molto lineare e coerente, tanto che mi risulta difficile trovare una canzone che si stacchi chiaramente dalle altre; il che in questo caso non è un male assoluto, ma un probabile punto di forza. Attenzione, è anche un forte limite. A chi non sia già avvezzo al genere musicale, o ci si avvicina per la prima volta, può essere noioso, ma dategli una possibilità. Provate: fatelo partire e lasciatevi prendere. Sonorità oscure, forti ma non oppressive. Questo è il prodotto della fusione del suono potente, pulito degli strumenti e della voce volutamente monotona, ruvida quasi sgraziata del cantante. L’opening track dà immediatamente l’idea dell’album e poi ecco arrivare “State of the World”. Chitarra, basso e batteria subito potenti, l’inizio possente si stempera nella voce malinconica del singer e questa carica rimane sottotraccia per il resto della canzone. Questo animo duale si ripete, anche se diversamente modulato, nelle altre songs. “Sol Invictus” possiede questo carattere, ma ha nell’intro e nelle sonorità con tastiere assai scure, un carattere più decadente. Trovo nella calmissima “Mary Jane Kelly” sonorità più calde e anche il cantato di Arnaud si ingentilisce, una specie di speranza più forte a metà del viaggio. Un po’ annacquata dalla lunghezza “Dante in the Dusty Woods”. A chiudere molto teatralmente ci pensa “The Dance”, che trova nel suo finale sfumato, un modo elegante di porre fine al platter. Risultato: una sensazione gotica fusa con energia, un senso di tristezza ma con una forza particolare sempre pulsante... Insomma, avete presente quelle immagini dove sembra di vedere un calice, ma anche due profili? (Alberto Merlotti)

(Apollon Record)
voto: 75

Soulsteal - Mirror is a Lonely Place


Nicosia, capitale dell’Isola di Cipro, Anno Domini 2001: nascono i Soulsteal. Socrates, Markos, Soteris, Doros: pregate per noi. No, non siamo di fronte ad una satanica litania, sono semplicemente questi i nomi dal retrogusto “alchemico” dei nostri paladini. Curiosi questi Soulsteal, non c’è che dire. I venti minuti in cinque pezzi di “Mirror is a Lonely Place”, primo e breve demoCd della formazione, si sviluppano come solo una polaroid saprebbe fare: piano, senza fretta, ci vengono svelati particolari sempre più definiti fino a rivelare l’istantanea finale, uno scatto metaforico e depressivo che descrive appieno l’essenza del gruppo. I sussurri, le lunghe pause, l’andamento lento, la voce growl profonda e cavernosa: sono questi i magici ingredienti di cui è intrisa questa release, colonna sonora degna per una “sacra scrittura” come “A Descent Into the Maelstrom” di Lovecraft. Poche parole, dunque, bastano a definire questo disco: breve ma piacevole da ascoltare, semplice e da bere tutto d’un fiato. (Rudi Remelli)

(Self)
voto: 70

domenica 7 novembre 2010

Astel Oscora - Eridan


Li avevamo lasciati nel 2009 con il loro primo lavoro “Wormshire” per la MSR Prod., gli Astel Oscora tornano con la loro seconda fatica “Eridan”, questa volta per la Grailight Prod. La nuova release è costituita da 11 pezzi, nei quali non si avverte per niente il “gelo russo“, anzi si percepisce un calore, un’atmosfera e una vitalità incredibili. Il cd si apre con “The Source”, un bel pezzo strumentale che fa da buon apripista per “The Amulet” che deflagra con tutta la sua energia. Tutti gli 11 pezzi si contraddistinguono per un’avvolgente aria ricca di epicità, con atmosfere assai ricercate, segno del duro lavoro effettuato dal gruppo in questo ultimo anno. La tracklist è ben organizzata, con un susseguirsi di canzoni mai banali ma sempre coinvolgenti e bombastiche. L’ascolto, sebbene alcune song eccedano in lunghezza, scorre via veloce, intenso e piacevole. Di certo questo è un cd per chi adora ascoltare band come Limbonic Art o Emperor, grazie alle atmosfere molto particolari, evocative, sinfoniche a tratti surreali. Per essere al loro secondo lavoro, gli Astel Oscora hanno capito il sentiero da percorrere per creare una buona musica che pur non presentando nulla di originale, sa dispensare intense emozioni. Canzoni come “Phaeton”, “God Of Dead Dreams”, “Nimph of Stone”, “Sea of Malice” o “Crimson World”, si presentano ricche di pathos, avvolgenti nel loro incedere, intense e assai varie, cosi come pure anche la title track che chiude e presta il suo nome al cd, è una song assai particolare perché nonostante sia del tutto strumentale, si rivela assai intrigante, oserei dire quasi rilassante, la perfetta chiusura di un lavoro che mostra la progressione della band russa. Musicalmente gli Astel Oscora sono molto bravi, gli strumenti non sovrastano mai gli altri e i vari riffs, sono ben strutturati ed eseguiti. Nel complesso il lavoro è molto buono, gli Astel Oscora promettono bene, sia dal lato creativo sia da quello musicale. Peccato purtroppo, come è inevitabile, che talvolta si scada nel già sentito e si venga presi da una sensazione di stanchezza che per fortuna viene controbilanciato dalla varietà delle parti suonate. Da parte nostra possiamo dire in bocca al lupo ragazzi, siete forti e potrete ottenere ottimi risultati lavorando sodo! (PanDaemonAeon)

(Grailight Prod.)
Voto: 75

sabato 6 novembre 2010

Wedding in Hades - Elements of Disorder


Per chi avesse mai avuto preconcetti sui francesi del tipo “fanno un buon vino”, “hanno avuto Platinì e Zidane” ecc, ci si dovrà ricredere. Abbiamo ascoltato i Wedding In Hades e devo dire che ci hanno sorpreso parecchio e piacevolmente. Questi 4 ragazzi arrivano dalla Francia più precisamente da Saint–Brieuc (Bretagna). Con “Elements Of Disorder” registrato per la BadMoodMan Music, i nostri giungono al loro primo ufficiale full lenght. Il cd comprende 8 tracce e immediatamente stupisce per l’aria innovativa che ci consente di respirare: non è il tipico cd di death o gothic metal, sorprende infatti per il suo discostarsi dalla furia canonica che purtroppo martirizza molto spesso questo genere. Di certo se si vuole ascoltare qualcosa di violento, banale e brutale, decisamente questa release non farà per voi. “Elements Of Disorder” è un disco innovativo, le linee di chitarra suonano alle mie orecchie come nuove, fresche e ricercate. Di certo quel che emerge dall’ascolto di questa prima uscita, è che i ragazzi hanno osato e a nostro parere hanno fatto bene. La track list è ben organizzata e il cd scorre via piacevolmente senza alcun modo stordire l’ascoltatore (cosa da non sottovalutare). Nota interessante da rilevare, a parte la bravura dei musicisti che rendono l’album piacevole all’ascolto è la voce, voce che viene utilizzata sia nel modo oscuro del gothic, che col growling tipico del death, senza disdegnare l’utilizzo di clean vocals. Questa miscela rende questo lavoro un vero, buon punto d’inizio per questi quattro ragazzi transalpini. Se si dovesse trovare un difetto all’album (se poi di difetto vogliamo parlare), bisogna dire che purtroppo le canzoni risultano talvolta alquanto lunghe, ma per fortuna, grazie all’ottima miscela di riffs, con parti alternate tra momenti veloci e violente a momenti più tranquilli e quasi rilassanti, con la voce che si dipana tra grugniti violenti e brutali, per poi diventare quasi dolce, mostra la spiccata disinvoltura dei Wedding in Hades nella ricercatezza di una propria definita identità. Nel suo complesso, questo debut merita di essere ascoltato (e acquistato), per cogliere la ventata di freschezza e di originalità che esso porta con sé. Da sottolineare ancora una volta, la voglia di osare del combo d’oltralpe, che non si è rinchiuso nei limiti del genere anzi, ci ha voluto far conoscere, con molto coraggio, “il proprio mondo”. Da parte mia posso solo dire alla fine “Avanti Galletti “, penso che dei Wedding In Hades sentiremo parlare ancora, in bocca al lupo ragazzi, andate forte… (PanDaemonAeon)

(BadMoodMan Music)
Voto: 75

StoneD Jesus - First Communion


Che dire, un cd con copertina Teschio-Serpente si presenta nel classico stile stoner. Manca solo il cactus e il paesaggio di Palm Desert c'è tutto. Ma ovviamente un buon packaging non fa certo un buon cd. Quindi infiliamo nello stereo "First Communion" dei Stoned Jesus con i suoi 4 brani e sentiamo... La prima traccia "Occult" parte timida e un pò minimalista, quasi un inizio in sordina. Chitarra stoner per eccellenza, basso-batteria fusi da manuale e una voce che ricorda il buon vecchio Ozzy dei tempi che furono. Poi il pezzo evolve e si struscia contro i cactus a ritmo serrato; buon inizio, azzeccato anche il campionamento che fa da intro. Poi passiamo a "Red Wine", pezzo sinuoso dove la voce di Igor accarezza e poi graffia i riff classici e già sentiti nello Stoner classico dei 70s. Devo dire che le sovraincisioni di chitarre pulite e assoli rende personale il pezzo che scivola bene come un buon bicchiere di Bardolino sorseggiato in riva al lago. "Black Woods" resta lento dall' inizio a quasi la fine, per un totale di dodici minuti di brano. Niente che brilli per originalità ma le venature psichedeliche fanno apprezzare il brano, ottimo per un bel viaggio in macchina modello Route 66. Ed infine la volta di "Falling Apart", decisamente il mio pezzo preferito. Questa volta siamo sui quattordici minuti ma è come fossero tre brani in uno, visti i repentini cambi di tempo che si susseguono nel suo incedere. A mio avviso un buon EP questo dei Stoned Jesus, sicuramente gli amanti dello stoner classico lo gradiranno per le sonorità psichedeliche e mai rabbiose. Sicuramente chi cerca qualcosa di nuovo ne resterà distante, ma diciamo anche che questo genere si ascolta meglio in un bar polveroso, dove la birra ghiacciata è l' unica medicina al caldo opprimente del deserto. (Michele Montanari)

Solitude Productions
Voto: 65