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martedì 31 ottobre 2017

Sepultura - Machine Messiah

#PER CHI AMA: Thrash Death
Udite udite, ma soprattutto cominciate a preoccuparvi. Il ritorno del messia è imminente. Altro che Gesù Cristo. Questo qua è uno spietato dio meccanico visibilmente incazzato (cfr. le speculari "Machine Messiah" e "Cyber God" che incorniciano l'album). Sentite la carne mutare in metallo (il singolo "Phantom Self")? Percepite quel senso di impotenza mentale che vi impedisce di fronteggiare la svilente massificazione dell'umanità ("Alethea")? Voi siete voi, giudafinocchio ("I Am the Enemy") e la vostra sofferenza ("Resistant Parasites") sfocerà presto in rabbia e ribellione ("Sworn Oath"). Se non vi sorprende questo sorprendente cyber-concept disto(pi)cazzo, allora affidatevi ai suoni. La inaspettatamente rarefatta "Machine Messiah" in apertura introduce e mistifica: nei suoni operosi orditi dal volonteroso Andreas Kisser distinguerete poi chiari elementi speed-thrash old-school (alla Slayer, ecco), almeno in "I Am the Enemy" e "Vandals Nest", alternati a quel brutale death-bloody-death ("Silent Violence", "Resistant Parasites", "Alathea") che i Sepultura insegnarono al mondo intero nei primi anni '90. In almeno un paio di occasioni si eccede per zelo: il mélange samba + death-metal + violino-maghrebino di "Phantom Self" è davvero troppo, dal momento che né voi né io né men che meno i Sepultura siamo Claude Challe; più interessante il death-flamenco espresso dallo strumentale "Iceberg Dances", in cui rileverete un lavoro di chitarra di assoluto pregio. Ascoltate questo album in digitale domandandovi per quale diavolo di ragione un disco di quarantasei minuti debba essere spalmato forzosamente su ben due vinili. Nelle bonus track una punk-ruffiana versione della sigla del cartoon giapponese "Ultraseven" che suona un po' come suonerebbe "Azzurro" cantata dai Toten Hosen. È per questo che ci estingueremo. Altro che messia meccanico dei miei stivali imbrattati. (Alberto Calorosi)

(Nuclear Blast - 2017)
Voto: 80

https://sepultura.com/

Frank Sinutre – The Boy Who Believed He Could Fly

#PER CHI AMA: Funk Electro Dance, Offlaga Disco Pax, Brian Eno
I Frank Sinutre sono una vecchia conoscenza del panorama italiano che da tempo solca l'alternativa musicale del bel paese. Tornano nel 2017 con un album nuovo (il terzo), 'The Boy Who Believed He Could Fly', ed una proposta fresca e ben fatta. Siamo nei paraggi della musica sintetica, elettronica e che strizza l'occhiolino alla elettro/dance senza vergogna (vedi il funk plastificato di "Sunset with Sunrise") e cerca sempre lo spiraglio per riuscire a creare un pop che per certi aspetti si dica intellettuale. Tra vocoder alla Daft Punk, atmosfere sospese alla Air ed il gusto da classifica dei Subsonica, i Frank Sinutre provano la via del pop di classe a 360°, contornato da atmosfere soffici e suadenti, come nel brano "Credeva di Volare", particolare e giustamente critico nei confronti del vivere sempre più limitato imposto dalla società attuale, unico brano cantato peraltro in lingua madre da Cranch (in veste di ospite) che si ricollega per incanto al Tricarico più tagliente. La forza comunque del disco va ricercata anche in una cura maniacale dei suoni, un'ottima produzione, un gusto per il digitale esasperato che ricollega il duo Pavanelli/Menghinez alla migliore tradizione dance internazionale alternativa, alla lounge music riflessiva e d'ambiente. Undici brani creativi in un universo musicale che offre mille sbocchi sonori, in un mondo, quello del digitale che permette di arrivare ovunque (leggasi anche Ultimae Records). Ottima è la rivisitazione finale in versione minimal/ambient strumentale di "Credeva di Volare", con una splendida vena sperimentale, suoni rubati ai vecchi videogame dal bar di paese di una volta, ritmica ridotta all'osso e ambienti sonori astratti, dal lontano e futurista sentore etnico. Un disco gradevole, moderato che non carica né banalizza troppo il suono, anche se i sedici minuti del brano conclusivo, meritano una riflessione sulla vera natura e sulla via perseguibile dalla band in futuro. (Bob Stoner)

lunedì 30 ottobre 2017

Mason - Impervious

#FOR FANS OF: Thrash/Groove Metal, Testament
Mason from Melbourne, Australia is exactly what I would describe as modern thrash. Through a mix of the expected big crunchy guitars, ripping riffs reminiscent of major thrash mainstays, and embracing more of the modern groove style popularized by the 2000s American metalcore scene, this band absolutely captures the energy and ethos of thrash metal while balancing its aggressive and nuanced approaches that give headbangers plenty to think about while wrecking their necks.

Playing to a chorus reminiscent of Testament's “Over the Wall”, the opening riff of “Burn” starts you off on the short fuse of the '80s thrash and dash style before giving way to a long series of solos in its second progression. This movement from restless tearing guitars into a lumbering metal behemoth's groove shows a versatility that harnesses the texture of its more modernized approach while still shredding into the meat of oldschool thrash metal malice as it wraps you in the harmonic helix created by noodly classical notes.

This album shows a sophisticated evolution of its thrash elements into metalcore and groove movements throughout complementary songs that, without compromising intensity, push past the primitive plateaus found in the seminal works of one of heavy metal's most aggressive and vibrant eras. The album cover expands on the content's vivid and lively sound with a blend of impressive colors washing a swath of impressionism across the canvas as the muted mixture captures a moment of a hulking beast of burden bearing severed heads, sloshing skull-fulls water along a dangerous path. Like the band plays on the knife's edge between the modern metal style and the classic thrash conventions, the horse is spurred on by youth towards the brink of brutality before bucking back against that notion lest it lose its direction.

Throughout 'Impervious' there is a lot of rolling from a very robust drum kit that accentuates energetic guitars swirling spirals of chaos, loosening up a neck to spin throughout “Tears of Tragedy” as treble rises into the most utterly glorious soloing section in these thirty-six minutes. “Cross this Path” takes the role of your traditional '80s style thrash offering with the saw of guitars swinging across the top of the rhythms before expanding into an almost Gothenberg scope of harmonies with the fun energy of All That Remains engulfing the listener in a twist of treble that is as beautiful as its extending tendrils are deadly. Alongside the aggression of the blasting opening to “The Afterlife”, and the Skeletonwitch sort of anthemic sound with a Slayer vocal delivery to “Sacrificed”, these songs create a quality core composite of strong b-side singles while the title track takes center stage. Running around its melodic main riff well through its chorus, this title track experiments with a more mobile groove and a 21st Century American metalcore sound that has me thinking of a more mechanical and harder hitting The Autumn Offering. Bits of All that Remains in the song with that metalcore style of anthemic and harmoniously uplifting tenacity reach out to caress your inner headbanger and show a strong spirited songwriting strength as Mason hammers home its prestige piece.

Throughout 'Impervious' is a consistently quality delivery that shows the aptitude of this modern thrash troupe in fashioning a sturdy bridge between the old and the new, between headbanging aggression and gorgeous soloing, and between crunchy groove and compelling metalcore. Mason is truly a force to be reckoned with as it keeps the fires of thrash alive with bellows from the bowls of hell. (Five_Nails)

domenica 29 ottobre 2017

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cradle of Filth - Cryptoriana
Septicflesh - Codex Omega
Wintersun - The Forest Seasons

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Michele Montanari

Ufomammut - 8
Planet of the 8s - S/t
Spaceslug - Mountains & Reminiscence

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Five_Nails

Enslaved - E
Mason - Impervious
Sagittarius - Fragmente III: Fassungen

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Alberto Calorosi

Swans - Children of God
Neil Young - Hitch Hiker 

Styx - The Mission

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Felix Sale

Pathogen - Ashes of Eternity 
Incantation - Profane Nexus 
Immolation - Atonement 

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Matteo Baldi

Pink Floyd - Meddle
Porcupine Tree - Fear of a Blank Planet

Melvins - Stoner Witch

One Life All-In - The A7 Session

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
Sono solo sedici i minuti a disposizione della band franco-americana One Life All-In per convincerci della bontà della loro proposta musicale. Formatisi da membri che hanno avuto esperienze più o meno importanti nella scena musicale, i quattro musicisti ci propinano sette song che strizzano l'occhiolino da una parte all'hardcore, dall'altra ad un punk rock d'annata. Dicevo sette tracce, brevi, essenziali, divertenti che convogliano le influenze di cui sopra, in modo moderno: devastanti e tremendamente old fashion i settantasei secondi di "Don't Give Up", più misurata e ruffiana nell'approccio "All-in", che tuttavia in due minuti e mezzo di musica, riesce a cambiare più volte abito e sfoggiare peraltro un bell'assolo conclusivo. "Won't Die With Regrets" sembra puzzare inizialmente di semi-ballad, ma poi tra chorus incazzati e ritmiche cariche di groove, mi convince appieno. Violentissima la ritmica iniziale di "Beats the Daylights Outta Me", un brano che poi tende ad ammorbidirsi, complici le melodie accattivanti e quei cori che sovrappopolano l'EP. Alla fine, 'The A7 Session' è un più che discreto lavoro di musica energizzante, che può contribuire a liberarvi la mente per un quarto d'ora di sonorità fresche, incazzate e assai melodiche. Let's move our bodies... (Francesco Scarci)

Corpus Diavolis - Atra Lumen

#FOR FANS OF: Black/Death
'Atra Lumen' is the third full-length studio record of the French black/death metal horde Corpus Diavolis. To those of you who haven't heard of the band yet, they have been offering one of the most veiled and dismal extreme music materials in the French underground for nine odious years. But unlike most of the bands playing in the genre of hybridized black and death metal, Corpus Diavolis renders a more catastrophic mixture of black metal and death metal elements; complemented with some heavy amount of ponderous doom segments.

This is actually my first time listening to a whole album produced by the band. I wasn't really aware of their existence until my mate Franz, of The Pit of the Damned, introduced me to them by giving me a copy of the band's third studio offering. The moment I got access to the band's material, I immediately got hooked on their brand of obscure doom-laden black/death metal music.

First thing that one can notice about this album is the dusky and extremely foul ambiance that each song provides. The vibe that the eight tracks carry yields a very heavy feel into the overall output of the album. Both the slow-paced and mid-paced sections of album were impeccably executed by Corpus Diavolis. There are even a number of fast paced moments in the album, where the band has shown quite some skill when they've put their focus on it.

The down-tuned guitars assemble grotesque riffs that flow through the forty-four minute run of the record. These riffs strike hard, and it's as if they shake the earth with such abominable force as to open the gates of hell and sink the whole humanity to dust. But even with its low-tuned pitch, both guitars were still able to deliver some clear death and black metal fragments in the mix.

The drum work in the album might not be the most complex or esoteric drumming that you'll hear in the extreme metal genre, but it bears a dense and igniting zest that will certainly take its audiences to a chest-pumping and headbanging barrage. Plus, the drum blast beats don't stay stagnant the whole time, but show a great variety of form by the drummer, bringing a more varied approach in the whole offering.

Another upside about this release is the ancestral black metal harsh screeches and ritualistic temperament on the vocal part. I love it when a band's front man does not overdo his role in that area. The more straightforward it is, the more it gives a fitting outcome. Production wise, the record also does not fall short in that category. Everything in here was mixed well, and it highlighted every aspect that the band wanted to in the release.

I also find the record's album cover very fascinating. It might not be as radiant or evil as the other art covers in the extreme music realm, but it put on to view the utmost darkness and anguish that one should expect in a material put out by Corpus Diavolis. Well, after all, it does not take an expert on arts to recognize an exquisite handwork.

To cut this review short, 'Atra Lumen' is an opus packed with utter darkness and black art influence. This is worth the money to purchase, and it's one of the finest offerings under the black/death metal genre that I have listened to in a while. (Felix Sale)

Tracker - Rule Of Three

#PER CHI AMA: Alternative/Stoner
Alla prima occhiata, il cartonato del combo di Innsbruck rasenta l'anonimato, con la classica confezione a due ante con libretto sotto la prima di copertina, ed immagini di luoghi post industriali cementificati che si perdono al suo interno, sebbene quello sullo sfondo assomigli al Monte Bromo. Formatisi nel 2005, i Tracker hanno raccolto in questo album, 'Rule of Three', un insieme di rock, desert, psichedelia, stoner e trance. Ho dovuto ascoltarlo circa sei volte per rendermi conto di tutto quello che c'era dentro; sicuramente tanta, ma tanta roba raccolta in anni di prove a gettare riff e bridge al vento. Quello che ne è rimasto è però favoloso. Sull'album figurano solo tre compositori, Martin, Max e Daniel, polistrumentisti, tutti cantanti e "giocatori" col synth. Dietro a quest'album però c'è una vasta schiera di musicisti, improvvisatori e cantastorie elettronici. Gli stati d'animo all'interno del disco mutano radicalmente, in un viaggio in macchina solitario che fa cambiare orizzonte ad ogni canzone. Sembra che le apocalissi e le ere geologiche passino e loro rimangono li solo a narrare senza aggiungere nulla di più. Le canzoni che mi hanno colpito di più sono "Veins Out" con i suoi urlati disperati, passando poi a "I Work at the Fuzz Factory" che sembra una caricatura dei Fu Manchu e ad un brano post-rock/country come "Peccadillo", che sembrano non far parte di quest'album, ma che ci stanno bene lo stesso. Una cara persona mi ha lasciato una frase che porto sempre dentro di me quando lavoro, suono, esercito in generale una passione: "impara tutto, dimentica tutto e fai come ti pare". Questa frase rappresenta pienamente i Tracker, un gruppo che ha una maturità da vendere mutuata dall'esperienza dei singoli, che sicuramente devono aver fatto una gavetta serrata, la pratica li ha resi quasi perfetti, ma sono le loro idee astratte ad averli portati oltre. Un disco da ascoltare e da portare con sé soprattutto nei momenti più intimistici.(Zekimmortal)

(Noise Appeal Records - 2017)
Voto: 85

https://www.facebook.com/trackerband/

venerdì 27 ottobre 2017

Wolf Counsel - Age Of Madness / Reign Of Chaos

#PER CHI AMA: Doom, primi Cathedral
Pronti ad immergervi in soffuse atmosfere sludge doom con gli svizzeri Wolf Counsel? Freschi di uscita con questo terzo album, 'Age Of Madness/Reign Of Chaos', la band di Zurigo torna con un nuovo intrigante lavoro, forti sempre del supporto della Czar of Bullets alle spalle. Sette brani, per una quarantina di minuti a disposizione, per abbandonarsi ad un sound che ci riporta ai vecchi classici del genere, Black Sabbath in testa, senza però scordarsi i più recenti, si fa per dire, Cathedral. I Wolf Counsel non sono certo dei pivelli e lo dimostrano le architetture sonore innalzate ad esempio nella lunghissima, funerea ed ipnotica title track, song che delinea l'animo nero come la pece del quartetto elvetico, di cui mi preme sottolineare la performance vocale del bravo Ralf Winzer Garcia e dello splendido assolo conclusivo (di chitarra, basso e poi batteria), che sottolinea la vena musicale dell'ensemble votata agli anni '70/80, da brividi e palma come mia song preferita. In "O' Death" compare la voce di una gentil donzella, Daniela Venegas, con una timbrica vocale che si avvicina a quella di Anneke van Giersbergen, ex dei The Gathering, che duettando con Ralf, ci regala quattro minuti di musica vibrante, emozionale che prende un po' le distante dalle altre tracce. Esperimento decisamente riuscito. Si torna ad un riffing più compassato con "Eternal Solitude", in cui la voce del buon Ralf, sembra il perfetto ibrido tra Ozzy e Lee Dorrian. L'ultima curiosità per l'album è relativa al testo di “Coffin Nails”, una sorta di campagna antifumo che sottolinea come i nostri siano anche attivi da un punto di vista sociale. Insomma, 'Age Of Madness/Reign Of Chaos' conferma l'ottima verve musicale di questi ragazzi zurighesi e l'oculata attenzione di un'etichetta, la Czar of Crickets e consociate, che sta crescendo giorno dopo giorno a vista d'occhio. (Francesco Scarci)

(Czar of Bullets - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/thewolfcounsel

giovedì 26 ottobre 2017

Cepheide - Saudade

#PER CHI AMA: Black Depressive
Seconda comparsata dei francesi Cepheide all'interno del Pozzo dei Dannati: era il 2014 infatti quando recensii il demo 'De Silence et De Suie', che ci mostrava come i nostri armeggiavano abbastanza bene un black atmosferico dal forte piglio depressive. A distanza di tre anni da quel lavoro e con un EP nel frattempo in mezzo, ecco finalmente giungere l'agognato album d'esordio per il quartetto parigino, intitolato 'Saudade'. Sapete bene come questo termine in portoghese indichi una forma di malinconia, una specie di ricordo nostalgico, di un bene speciale che è ora assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o ripossederlo. Potrete pertanto immaginare come quest'emozione si rifletta di conseguenza nel sound dei nostri, in una proposta musicale che non si discosta di un millimetro da quel cd di cui vi ho già raccontato. Cinque tracce che si lanciano alla ricerca dello spleen, la tristezza meditativa che venne resa famosa durante il decadentismo dal poeta francese Charles Baudelaire, e che era stato utilizzato anche anteriormente nel Romanticismo. Ora, i Cepheide mettono in musica tutto questo senso di disagio esistenziale già dalle note della lunga "Une Nuit qui te Mange", dieci minuti di black melodico intriso di un potente mood nostalgico che si palesa attraverso epiche cavalcate e sconfinate atmosfere strazianti, corroborate dallo screaming nefasto del frontman Gaetan, mente peraltro anche degli Scaphandre. Lo stato di cupa angoscia e depressione presente, prende ancor più forma nell'infinita desolazione di "Madone", la seconda traccia, che si lancia in furibonde accelerazioni black, e in cui la voce del vocalist risulta più confinata in secondo piano. Anche a livello lirico non siamo di fronte a testi cosi allegri e il titolo della terza "La Lutte et l'Harmonie", credo lo dimostri ampiamente. La miscela sonora della band transalpina prosegue con la stessa formula musicale, un blackgaze stemperato da rallentamenti atmosferici e da quel pesante senso di malinconia che avvolge in modo persistente l'intero album ma che fondamentalmente attenua un sound che forse ai più risulterebbe caustico nelle sue taglienti chitarre, nei suoi cambi di tempo e in quelle sgroppate dal forte sapore post black. La quarta tiratissima song è "Le Cinquième Soleil", che per atmosfere mi ha rievocato un che dei Burzum di 'Hvis Lyset Tar Oss', anche se qui le voci belluine trovano il modo di cedere il passo ad un cantato più corale. 'Saudade' alla fine è un disco abbastanza convincente, come testimoniato anche dall'ultima "Auréole" (song che si mette in luce peraltro per una migliore stratificazione delle chitarre), che tuttavia necessita ancora di qualche aggiustamento per consentire alla band francese di emergere dalla massa informe di band che inflazionano il panorama black internazionale. (Francesco Scarci)

Saiva - Markerna Bortom

#FOR FANS OF: Folk Metal
Another one-man band from Sweden, Saiva is the product of Andreas Petterson, a once corpse painted black metal warrior who has appeared with numerous underground acts before settling into the more folk influenced periphery since hanging up his screaming face. With Saiva there is as much to be expected as there is in Grift. Saiva's sound is music to thresh wheat to, to stare at trees to, and to hang outlanders from those trees to as much as Grift's music is to sulk, question, contemplate, and commit suicide to.

Throughout Saiva's 'Markerna Bortom' is a general air of ancient and timeless chanting to quiet and toned-back minimalist guitars picking their way around softly rippling cycles. Distant cries can be heard from Grift's Erik Gärdefors in “Där Vindar Vänder” among other collaborations that round out an album enhanced by the contributions of Panopticon's Austin Lunn and Juha Marklund of Tervahäät. These additions surely do embrace that idea of 'solidarity in solitude' through an isolating experience between the shakes of the strings while the imposing ensemble can conjure the anxiety of being stalked by phantom fears behind every tree.

“Varsel I Vildmark” has harmonizing calls that leap with a bark as the guitars wrap around themselves through the dreamlike end of the song, predicating the yelping accents throughout the vocal harmony in “Nordan”. Most distinctive however, is how “Nordmarkens Älvar” and “Där Vindar Vänder” create an endless flowing sound with their calming guitars. While the river calmly bubbles along in “Nordmarkens Älvar”, the flood of a full compliment inundates the second progression in “Där Vindar Vänder” as chanting, a second guitar, and pounding drums submerge stone and shoreline with icy intensity.

The quivering lilting in the guitars makes for a quintessentially black metal offering of twisted harmonies as a second set of strings stands hairs on end and sends shivers down your spine. Even when taken down to its most basic tones and without the raging resonance expected in voluminous reverberations, the tone of this album retains its foreboding atmosphere. This is especially found in the second movement of “Nordan” where the gritty riffing growls behind an ever suffocating wall of imposing treble sounds to create a claustrophobic atmosphere before the wave breaks. Though the aggression of 'Markerna Bortom' is understated and far less apparent than the average screaming black metal band, the mesmerizing atmosphere and steadily growing sound with all its guitar additions, chants, martial drumming, and chest-clenching uproar finds its own delirious place in the mysticism of black metal's disorienting wilderness. (Five_Nails)

(Nordvis Produktion - 2017)
Score: 75

https://saiva.bandcamp.com/album/markerna-bortom

mercoledì 25 ottobre 2017

Heir - Au Peuple de l'Abime

#PER CHI AMA: Black Thrash Sperimentale
Poco più di un anno fa, recensivo lo split cd degli Heir, allora in compagnia di Spectrale ed In Cauda Venenum. La band di Tolosa arriva finalmente al full length d'esordio per la sempre attiva Les Acteurs de L'Ombre Productions. Il black incendiario dei nostri si conferma anche nei 40 minuti di questo 'Au Peuple de l'Abime' e nelle cinque lunghe tracce contenute, che si aprono con la furia inarrestabile di "Au Siècle des Siècles", una song diretta che a poco a poco evolve in un sound assai ostico da ascoltare, a causa anche di una registrazione non proprio straordinariamente pulita. Un altro squarcio di impetuoso frastuono e poi ecco quello che non ti aspetti in un simil contesto, un break atmosferico, quasi sognante, qualità che comunque avevamo già avuto modo di apprezzare in "Upon the Masses", contenuta nello split dello scorso anno. Un intro etereo inganna non poco sulla valenza dell'esplosiva "L’Heure D’Helios", in cui il thrash si miscela al black, ma che in un batter di ciglia si dilegua in un'epifania sludge, addirittura post rock, grazie a quegli arpeggi delicati di chitarra, di cui subisco non poco l'ambiguo fascino. Il sound degli Heir è volutamente provocatorio, si passa da un'infernale colata di lava post black a passaggi più intimistici e raffinati, che hanno il chiaro scopo di disorientare l'ascoltatore. Spaventoso a tal proposito una sorta di assolo di batteria posto nella seconda metà di questa traccia che poi cede il passo a momenti più melodici in un ascesa ritmica da brividi. Spoken words aprono "Meltem", tortuosa e contorta nel suo spaventoso incedere, orrorifica nel suo break centrale e tremendamente rozza nelle sue parti veloci e schizofreniche, cosi come pure nel suo finale ammantato da un manto doom. Gli Heir hanno una duplice anima, questo è chiaro e palesato anche nelle successive "L’Âme des Foules" e "Cendres", in cui il quintetto transalpino ha ancora modo di deviare la mente inerme di coloro che li ascoltano, ormai immobilizzati dal terrore disturbante elargito da questi musicisti. Una furia tempestosa esplode nella prima delle due tracce, prima che suoni dissonanti si facciano beffe del sottoscritto e mi rivoltino il cervello come un guanto. L'ultima song conferma quanto descritto sopra, ossia la difficoltà ad approcciare e digerire una band come gli Heir, sicuramente dotata di ottime potenzialità (splendido a tal proposito il finale della song), la cui proposta musicale non è certo delle più immediate da recepire, a meno che non si riesca a fare uno sforzo mentale davvero notevole. (Francesco Scarci)

(LADLO Prod - 2017)
Voto: 70

martedì 24 ottobre 2017

Mesembria Magog - MK Ultra

#PER CHI AMA: Cyber Electro Punk
Il noise otto bit che introduce la schitarronante "Against Everything" si propaga freaticamente nel sottosuolo della canzone attraverso il plin-plin di pianoforte che di tanto in tanto emerge a inumidire i testicoli, (s)confortato da estemporanei innesti goth che esprimono un spleen tipo Pacman acchiappato dal fantasma. Ulteriormente teutoniche la successiva "Hey Baby", una sorta di Rammstein-fronted-by-Falco-Hölzel introdotta da un tiro di batteria foneticamente lars-ulrichese, e "Jump It", una specie di Midge Ure sbronzo all'Oktoberfest di Monaco che fa l'imitazione di un Trent Reznor sbronzo al Canstaetter di Stoccarda che fa l'imitazione dei Gravity Kills sobri bloccati alla frontiera con la Svizzera. La cover truzzo-synthpop di "Rebel Yell" di Billy Idol in chiusura è senz'altro pregevole per fattura e persino un tantino spericolata, perlomeno negli intenti, ché a pompare un pezzo come "Rebel Yell" poi è facile che inavvertitamente salti tutto per aria. Non che sia per forza un male, beninteso. (Alberto Calorosi)

(Nadir Music - 2017)
Voto: 65

https://www.facebook.com/MesembriaMagog/

Evil - Rites of Evil


#FOR FANS OF: Black/Speed/Thrash, Sarcofago
Evil hail from Japan, but don't think of friendly tourists who smile permanently while taking nonstop pictures. These guys are in a bad mood. Their kind of blackened speed/thrash metal rumbles down the road without being interested in any extraordinary features. Evil have the guts to concentrate on pure metal, although this is not the most vehement record of the genre. The fourth track, "Yatsuzaki" for example, offers an almost melodic solo. Generally speaking, the guitars are cutting rather than harmonious. This is not the soundtrack for the birthday party of a seven year old girl. Okay, if Godzilla has a daughter of this age, she might be an exception, but I don't want to digress.


The simple compositions shape a very homogeneous work. Nobody needs to fear any kind of bad surprises. The Japanese horde has found its niche without taking care that many bands have already exploited this niche beforehand. The roots of this 'Rites of Evil' can be traced back to Bathory's famous debut. But for those who are less interested in historical milestones, one can say that Evil's work can be compared with outputs of groups that prefer a simplistic, rather minimalist approach that tries to pick the best of different worlds. While the guitar work builds a bridge to the old days of speed metal, for example during "Sword of Stupa", the raw barking of the lead vocalist has nothing in common with the high-pitched screaming of the early vocal artists. His pretty monotonous, sometimes nearly punk-like voice does not push the music on a higher level, but it also does no harm.


Evil do not lack energy and power, but it is also true that they have not been able to pen one or two earworms that keep sticking in the listener's mind immediately. Some riffs shake up the audience while evoking associations to (early) Venom or lesser known bands such as Quintessenz from Germany. The opening riff of "Eternal Hell", the ninth track, points into this direction, but at the end of the day, this mid-tempo stomper does not exceed standard requirements. It seems as if these dudes are not excessively talented in terms of song-writing. On the other hand, they avoid asinine, inappropriate sections and I am sure that they have the heart at the right place. As much as I hate to say it, this alone is not enough for the creation of a genre classic. I miss songs that develop their own personality.


The production scores with a certain sharpness. The guitars dominate a slightly sinister sound that finds the right mix between transparency and a certain amount of filth. Thus, the guys have no serious technical problems. They just need to put more effort into their compositions. Easier said than done (my first song is still not finished, since 1985 I am working on it...) Therefore, I am happy that at least my first review for The Pit of the Damned is complete now. (Felix 1666)


(Nuclear War Now! Productions - 2017)
Score: 65

https://nuclearwarnowproductions.bandcamp.com/album/rites-of-evil

domenica 22 ottobre 2017

Lustre - Still Innocence

#FOR FANS OF: Black Ambient
Sometimes it's a nice change of pace to listen to something airy, inoffensive, and so unusually out of place that it inhabits a world of its own. Nachzeit's one-man offering of a pretty atmosphere through 'Still Innocence' is just that sort of float of a feather down a chasm of sunlight that embraces the serenity of its delicate descent into the shadows.

Through lovely and ethereal waves of ambient noise with drums hidden behind quiet keyboard synth in “Dreaded Still”, a calming meditative track paints happy clouds of humming atmospheric fuzz across a full and entrancing soundscape, open to a calm and sweet whistling tune as it softly steps its way through the winds. Sometimes a sound can easily become the theme to a season and I can already sense this song becoming a major contender for what my mental jukebox will spin in this autumn's retrospect.

There is truly somber and melancholic beauty in each song. Guitars are held so far back in the mix that they sound like distant pulsing waves of rainfall, ushered by heaves of wind to hammer a puddle before allowing the noise to give way to steady and sometimes interminable drips. Even more distant, whispers and drowning screams can barely be heard as they gently breathe between squalls of grain-falls. This album is sappy and weepy, nostalgic and mesmerizing, lonely and longing, and all encapsulated in simply beautiful sound that, sadly, overstays its welcome.

While “Dreaded Still” can catch the ear, the compositional style shows its standardization quickly enough by the second track, “Nestled Within”. Lustre shows its quality production and maintains a momentum that can go easily ignored as background music in “Let Go Like Leaves of Fall”. Still, this music is entrancing while simultaneously unimposing and a calming accouterment to a solitary walk or to rainy day spent immersed in a book. While the opening of the album with “Dreaded Still” is energetic enough to be reimagined as a techno song, by the time you get to “Reverence Road”, the soundscape has turned into elevator music playing in a 1980s shopping mall at the height of Madonna's fame. I like the moments that remind me of immersive role-playing video games, like the Final Fantasy style opening to “Without End”, but at the end of the day this album of sappy sounds runs its course long before the music ends. Lustre holds its atmospheres hostage when they could have been allowed to run free through the listener's memory before becoming an annoyance. Instead these lingering songs refuse to leave, losing their luster to the apathy of a listener that is left begging for the album to end rather than begging for more.

As the music seems to offer more than it needed in respect to song length, the droning melodies and repetitious drum beats become a halfhearted white noise. I was hoping that maybe there would be some explanation of the songs, some literature to expound upon what may be in Nachzeit's head while composing this music, but there are only snippets of scant stanzas to bring reason to this repetition. The stanzas for “Dreaded Still” and “Nestled Within” aren't very alluring. The wordplay to the stanza for “Reverence Road” is nice enough, but again this is such maddeningly unintrusive substance that it has me asking why the rest of this album even exists after the opening track.

I'm left scratching my head as to just what any of this album was supposed to accomplish and how this lines up with any characteristics of black metal other than a nearly inaudible hiss of what may be guitars in the background. I don't hate this music but I've quickly become bored of it. I'm left a little confused as to where to place this album, but the worst that I could ever react to this is with ambivalence. Lustre's 'Still Innocence' is a meditation tape or white noise sleep album, it's the speck of dust illuminated by a ray of sunshine that passes unnoticed until that certain hour of the afternoon, and that's just fine enough when you're not hoping for much more. (Five_Nails)

(Nordvis Produktion - 2017)
Score: 65

sabato 21 ottobre 2017

Oddfella - AM/FM

#PER CHI AMA: Dark/Gothic, Paradise Lost
È una one man band quella portoghese degli Oddfella, formata dal solo João Henriques che ci propina undici tracce di sonorità ahimè strumentali, che peccato. Un peccato perché la musica dell'artista di Lisbona mi piace parecchio, con quel suo sound darkeggiante, carico di groove, con ottime melodie, ma dannazione privo di una voce che ne penalizza notevolmente l'esito finale. Forse sono anche parecchi gli undici pezzi contenuti per non arrivare a stufarsi già a metà, ma in realtà si tratta di tracce abbastanza brevi, squisite nel loro approccio strumentale: dalla delicata "Steam Driven Passion", opener di 'AM/FM', alla più rabbiosa ma per certi versi più oscura, "Puching Mirrors", passando attraverso la più eterea ed elettronica "The Great Simple Things". I pezzi più riusciti sono però "Geisha", dove s'incuneano sonorità anni '80 con richiami western, e largo spazio viene lasciato ad un riffing robusto e convincente, sorretto da splendide melodie tastieristiche e "D.D.B.R." grazie a quel suo rifferama accattivante che mi ha ricordato i Paradise Lost di 'Draconian Times'. Altrettanto interessanti sono poi la più ruffiana "Never Look Back" e "A Wiser Looser", dove gli accostamenti ai Paradise Lost, ci portano questa volta nei pressi di 'One Second'. Se Nick Holmes avesse prestato la voce su questo 'AM/FM', potremmo addirittura parlare di un signor album targato dalla band di Halifax, invece per ora accontentiamoci di questi Oddfella con una raccomandazione, se nel prossimo disco non vedo la presenza di un cantante, mi asterrò dalla recensione. (Francesco Scarci)

(Ethereal Sound Works - 2017)
Voto: 65

https://oddfella83.bandcamp.com/album/am-fm

venerdì 20 ottobre 2017

Nudist - Bury My Innocence

#PER CHI AMA: Sludge/Post-Hardcore/Doom, Torch, Converge
I Nudist sono una band che sta contribuendo in modo molto pesante a creare cultura e a diffondere la musica estrema in Italia. Non si parla solamente di una proposta artistica ma anche della presenza sui palchi (recentemente si sono esibiti con nomi che pesano tonnellate come Ornaments e Lento) e del marchio Nude Guitars, creato dal chitarrista Gabriele Fabbri nelle sue sinistre Officine del Male nei pressi di Prato. Le Nude, ispirate a brand come Travis Bean ed Electrical Guitar Company, si confermano una delle migliori soluzioni per chi ama vedere i propri coni vomitare ruggine e decibel ad alta radioattività; non per niente si possono ammirare tra le mani di aguzzini del suono come Naresh, degli Hate&Merda e di Zano dei Demikhov. Come se non bastasse, anche il suggestivo e apocalittico artwork di 'Bury My Innocence' affonda le sue radici in profondità nella scena, l’artefice è infatti Luca di SoloMacello, uno staff che tutti dovremo ringraziare ogni giorno per le band che porta in Italia e per la cultura che continua a promuovere. Un mare di lava ed un unico scoglio su cui si staglia un profilo semiumano deforme contro il cielo notturno dimora di neri corvi giganti, questo è quello che si vede tenendo in mano questo LP ed anche all’ascolto, la sensazione che se ne ricava non è poi così diversa. 'Bury My Innoncence' è una miscela super concentrata di punk, post-hardcore e sludge condita da una buona dose di disagio, rabbia, voglia di alzare la voce e di trasmettere sonorità accostabili ai Torch, anche vicine ai Converge per l’attitudine utilizzata e a tratti scorgo potenti lampi di Melvins. Il suono è ruvido e diretto, guidato da una voce oscura che porta parole ancor più nere e sfiduciate. La poetica è anch’essa parte importante dell’opera, una frase tra tutte che mi ha dato i brividi, e tratta dalla vulcanica title track, è stata: “bury my innocence under your faithless ignorance”, una sorta presa di coscienza del fatto che l’ignoranza uccide la purezza dei sentimenti, che è cosa rara perché il mondo ci esorta in tutti i modi a uccidere il bambino che c’è in noi, per farci stare più concentrati, per lavorare e obbedire agli ordini, quando in realtà l’unica cosa veramente importante sarebbe ascoltare quella voce, la stessa voce che ha suggerito ai Nudist di scrivere questo pezzo. La composizione del disco è poi encomiabile sulla scelta delle note e delle metriche; uno dei miei brani preferiti è l’apertura affidata a “Streghtless”, che inizia con un dispiegamento di accordi distorti disposti in modo irregolare su una ritmica quasi militaresca per poi infrangersi contro una rete di arpeggi dissonanti e infernali. Anche "Bloody Waters" con il suo incedere singhiozzante e spietato è sicuramente un’altra prova della capacità compositiva della band. Una menzione va a "Dead Leaves" che porta con sé parole ciniche e disilluse sulla condizione dell’esistenza umana: “we are dead leaves dragged and hurled by the storm” La chiusura è affidata al brano "Drift", il pezzo forse più atmosferico del disco. 'Bury My Innocence' è come l’eruzione di un vulcano, è imprevedibile, brucia in fretta e distrugge qualsiasi cosa si trovi sul suo cammino. (Matteo Baldi)

(Argonauta Records - 2017)
Voto: 75

Stone of a Bitch - S/t

#PER CHI AMA: Alternative Pop Rock
Dei Stone of a Bitch si trovano poche notizie sul web, sappiamo che è un duo francese e che questo è il loro primo album, sotto l'egida della sempre verde Dooweet Records. Dieci brani splendidi, prodotti assai bene con quel gusto e con quelle sonorità che fecero grande la musica alternativa degli anni '90, rinvigoriti in questo disco con nuovo smalto. Nasce così, tra una copertina che in maniera evidente non mi aiuta di certo ad identificarli musicalmente e una formula sonora centratissima, il mio amore per questo bellissimo lavoro. Tra un balzo musicale e l'altro, mi godo lo spassoso remix di alternative rock, punk, pop, elettronica e acoustic rock sparato dritto nei denti dal rumoroso duo transalpino. Nessun rimorso, a muso duro, perché i nostri due musicisti hanno le idee chiare, spiazzare l'ascoltatore con la bellezza di brani indie confezionati a regola d'arte, un miscuglio tra melodia e rumore, e con canzoni accessibili a tutti, mai banali e impossibili da disprezzare. Ecco che tornano alla mente le americane Sleater Kinney e i mai dimenticati post-hardcores Girls Against Boys, passando per il garage e l'indie scozzese dei The Delgados, i The Pastels e gli albori di Beck. A questo, aggiungete giusto un tocco di minimale elettronica per rendere il tutto più moderno, ad accompagnare una splendida voce femminile (Chris Go) disciolta tra urlati punk e sensualità alla Kim Deal delle The Breeders, tra chitarre noise rock (dove Lois D è autore di tutti i brani), atmosfere romantiche e trasversali, tra accenni di pianoforte e aperture stralunate, rumori, voci di fondo ("Wolves") che vanno a completare la tela. Prendete "TnBrS" e provate a non innamorarvene, ascoltate l'iniziale "That's a War" o l'hit da alta classifica "Caribbean Dive" che strizza l'occhio a Blondie e alle Bangles. Parlano di strane, contorte ed oscure storie della mente nei loro brani gli Stone of a Bitch e la musica le riflette con tutta l'energia del rock visto da mille angolazioni diverse. Un album che merita tantissimo, il cui ascolto è semplicemente obbligatorio! (Bob Stoner)

(Dooweet Records - 2017)
Voto: 80

martedì 17 ottobre 2017

Ketch - The Anthems of Dread

#PER CHI AMA: Sludge/Doom
Devo ammettere che la cover del digipack dei Ketch mi aveva fuorviato non poco verso lidi black sinfonici: 'The Anthems of Dread' è invece un discreto esempio di alchemico sludge/doom che segna il debutto sulla lunga distanza di questo quintetto del Colorado, uscito originariamente nel 2016 autoprodotto e riproposto nel 2017 in questa versione targata Aesthetic Death, che include peraltro l'EP omonimo dei nostri rilasciato nel 2014. Un bel minutaggio quindi a disposizione la band statunitense (circa 66 minuti) per poterne apprezzare al meglio la propensione musicale. Si aprono i battenti con "Fertile Rites by Sacrifice", una song che parte piano ma poi si muove piuttosto linearmente a livello ritmico, ove poggiano le ruggenti screaming vocals del frontman Zach. Non mancano i momenti rallentati, come nella seconda parte della opening track, cosi come è non strano trovare un riffing oscuro ed ipnotico, caratterizzato comunque da un rutilante incedere (basti ascoltare la seconda "Distant Time"), in cui le vocals del cantante assumono forme diverse, dal tipico urlato ad un growl soffocato. In "En Nomine Dei", emerge il retaggio death doom dei nostri, in una traccia che tuttavia fatica a mostrare i caratteri distintivi per la band, che sembra ancora indecisa su quale forma di musica proporre, viste le derive post metal della successiva "The Monsters of this World", che propone un'altra visione del sound dei Ketch, soprattutto nell'arrembante finale che sciorina un bell'assolo su di una tellurica base ritmica. Un interludio acustico ed è tempo di "Detached and Conquered", song che si fa ricordare per lo più per un uso del basso per certi versi simile a quello di "Heaven and Hell" dei Black Sabbath, in un pezzo comunque caustico a livello vocale e che musicalmente vive di chiaroscuri atmosferici e ritmici, in quello che alla fine risulta essere il mio brano preferito del cd. Con "Shimmering Lights" esploreremo da qui in avanti, l'universo primordiale dei Ketch (l'EP di debutto) in una traccia decisamente più votata ad un doom lugubre e marcescente, complice un impianto ritmico militaresco nel suo flemmatico incedere sludge ed un growling cavernoso. "Counting Sunsets" prosegue su questa linea monocorde permeata di una controversa marzialità che alla lunga rischia di annoiare, soprattutto nelle conclusive ed ormai inerpicabili "Chemical Despondency" e "13 Coils", le ultime fatiche a cui esporsi prima di espugnare il fortino dei Ketch. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2017)
Voto:65

domenica 15 ottobre 2017

Diana Rising - Stars Can't Shine Without Darkness

#PER CHI AMA: Deathcore/Metalcore
I Diana Rising sono un'altra band proveniente d'oltralpe, dedita questa volta ad un metalcore colmo di groove che rischierà di piacere un po' a tutti, giovani e vecchi, amanti degli estremismi sonori ma anche chi certe sonorità cosi corrosive, non le digerisce particolarmente. Una breve intro ci consegna il primo pezzo di questo 'Stars Can't Shine Without Darkness', "Piece by Piece", una song che mostra una struttura tipicamente metalcore a livello ritmico, ma che nelle sue ariose aperture melodiche, si rende appetibile appunto un po' a tutti i gusti. Non necessariamente un difetto sia ben chiaro, ma forse nemmeno un pregio perché alla fine rischia di non accontentare nessuno, se non i soliti fan del metalcore più intransigente. Io mi diverto però, mi faccio coinvolgere dalle ottime melodie dei nostri e anche da una pulizia tecnica affatto male. Il deathcore si mischia al sound dei nostri nella seconda "Get up and Try Again", con i suoi riffoni gonfi di rabbia, ma poi la seconda chitarra si lancia nell'elaborazione di melodie ancora una volta accattivanti e sempre pregne di energia. Poi ecco arrivare i classici ritmi sincopati, i rallentamenti da manuale e le accelerazioni spasmodiche in grado di generare un feroce mal di testa. Fortunatamente, i pezzi non durano poi molto, siamo su una media di tre minuti, quindi ci si può fare anche il callo di lasciarsi investire da un'onda anomala di suoni, atmosfere, montagne di riff, vocioni growl e urlacci hardcore, synth cibernetici e tonnellate di sagaci melodie. Notevoli in tal senso "Infinite Dimensions", la strumentale "The Void" che ci libera dall'eccessivo cantare del frontman (da migliorare questo punto, mi raccomando) e la più oscura e orientaleggiante "Cursed", le tre song che ho individuato all'interno di 'Stars Can't Shine Without Darkness', come le mie tracce preferite. I francesini ci sanno fare, ma suggerisco di staccarsi dai cliché di un genere che tende troppo ad autoreferenziarsi, si corre il rischio di essere troppo ridondanti. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)
Voto: 65

Next Step - Legacy

#PER CHI AMA: Alternative/Hard Rock, Alter Bridge
I Next Step sono un quartetto di Madrid che ha debuttato il 17 Marzo di quest'anno con l'album 'Legacy' per la label Rock Estatal Records. La band nasce però nove anni fa, quando i quattro elementi erano adolescenti ed il progetto era suonare cover divertendosi senza pensare troppo al futuro. Dopo qualche anno però, come spesso accade, la voglia di scrivere pezzi propri diventa forte e nel 2011 autoproducono il primo EP che riscuote un buon successo. Seguono due singoli, tra cui "Eternal", da cui è stato tratto un video che ha regalato visibilità ai Next Step che nel frattempo sono cresciuti musicalmente e non solo. 'Legacy' ha quindi la grande responsabilità di proiettarli verso la fama e notorietà oppure di affondarli e farli cadere nel dimenticatoio. La line-up ha subito nel frattempo vari cambiamenti ma il frontman Guillermo e la chitarrista Irene hanno mantenuto saldo il loro ruolo di mente e cuore del progetto. Il primo degli undici brani contenuti nel jewel case è "Wounds Become Scards", un brano convincente che si muove tra sonorità alternative/hard rock dalla ritmica pulsante e dotato di riff potenti. L'arrangiamento è ben fatto e ne scaturisce un brano solido e bilanciato tra allunghi e break dove non manca l'assolo di chitarra a coronare il tutto. La somiglianza con band del calibro di Alter Bridge e Black Stone Cherry è innegabile e ci fa capire l'amore della band spagnola per il filone rock americano. "Echos of a Life" si tinge di nero e tira fuori il lato più tenebroso del quartetto che si lancia in atmosfere post-grunge alla Puddle of Mudd e Creed, con il vocalist che dimostra il suo alto livello artistico. Guillermo infatti si destreggia benissimo grazie ad una buona estensione vocale e una timbrica fresca e grintosa in grado di trasmettere al meglio l'energia del brano. La sezione ritmica svolge appieno il suo ruolo regalando pattern coinvolgenti e allunghi che danno respiro alla canzone che può elevarsi verso l'alto fuggendo dalle atmosfere opprimenti. 'Legacy' rispolvera le radici hard rock della band di Madrid con passaggi acustici di chitarra che si alternano ad un ritornello graffiante e orecchiabile. Come detto prima, il lavoro di arrangiamento è ben fatto e l'utilizzo di accorgimenti come doppie voci non fa che confermare le impressioni iniziali su questo album. Irene si destreggia con stile e cognizione di causa con assoli da manuale che si sposano perfettamente con la sezione ritmica dell'eclettico frontman. Infine, la bonus track "Eternal" si merita di chiudere questo full length grazie al ruolo decisivo che ha avuto nel consolidare la posizione della band nella scena rock spagnola. La qualità audio del cd è molto buona ed insieme ad un mix in stile americano ci regalano un album che vale la pena di ascoltare, a conferma che il duro lavoro spesso ripaga. Anche se bisogna aver pazienza e dedizione. (Michele Montanari)


(Rock Estatal Records - 2017)
Voto: 80

sabato 14 ottobre 2017

Endless Sundown - Make Sense

#PER CHI AMA: Alternative Indie Rock, System of a Down, Muse
Si sa che io sia un grande supporter della scena francese, e quanto io la incensi per originalità, varietà ed elevata qualità, ma non sempre tutte le ciambelle escono col buco. Ecco arrivare gli Endless Sundown e il loro EP di cinque pezzi, intitolato 'Make Sense'. La proposta del combo di Lyon? È un alternative rock ruffiano che pensa di conquistarci con l'opener "Down the Rabbit Hole", una semi-ballad che mi fa storcere il naso per il suo abbinare momenti di dolcezza con altri più incazzati fuori luogo. Non mi convince appieno la voce del frontman, un ibrido tra il vocalist dei The Cult, Ian Astbury e un qualche cantante di band più orientata al versante pop rock (forse i Muse). Con l'attacco arrembante di "Dirty Feed" ero già pronto a rivedere la mia posizione nei confronti dei nostri, ma il fatto che durante le parti vocali, tutti gli altri strumenti sembra si assentino per farsi un riposino, mi disturba non poco, soprattutto perché il disco perde di ritmo e dinamicità. Certo che quando c'è da spingere sull'acceleratore, i nostri ci riescono con convinzione, forti di chitarre ruggenti e un frontman che sembra trovarsi più a proprio agio su tonalità alte che in un tentato growl presto boicottato. "A Need" è una song un po' piattina, che nulla aggiunge alla proposta della compagine transalpina, se non un discreto assolo conclusivo, poca roba però. "Homeless" è già più interessante per le sue altalenanti suggestioni sonore, sebbene il suono impastato delle chitarre mi convinca poco, mentre piuttosto notevole è il lavoro al basso e un cantato che per certi versi, mi ha ricordato i System of a Down. L'influenza dei SOAD ritornerà anche nell'ultima "Come(b)ack", una traccia oscura che risolleva le sorti di un disco che fatica tuttavia ancora a trovare una propria collocazione precisa nella scena. Da risentire con un album più strutturato. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)
Voto: 55

TarLung - Beyond The Black Pyramid

#PER CHI AMA: Stoner/Sludge/Doom, primi Cathedral
Ci siamo svegliati un po' tardi l'ammetto, e per un attimo ci eravamo quasi persi il secondo album degli austriaci TarLung, 'Beyond the Black Pyramid'. Il terzetto viennese torna alla carica, dopo l'EP 'Void' uscito lo scorso anno, con un lavoro mastodontico (66 minuti) di stoner-sludge intinto in una cupa salsa doom, uno di quegli album in grado di stritolarci nelle proprie spire ritmiche grazie ad un sound fosco e bieco. Lo fa però con eleganza il nostro combo viennese, con otto song (più intro) che ammiccano con le loro chitarre ultra distorte e ribassate (a supplire peraltro l'assenza del basso) ad uno sludge melmoso di stampo americano. È chiaro fin dalle note di "Dying of the Light", quanto nella successiva "Mud Town" (e se lo afferma già il titolo, c'è da fidarsi), in cui emerge il lato più stoner oriented della band austriaca. La voce del frontman Philipp è arcigna quanto basta, ma ben si colloca sul tappeto ritmico costruito dalla sua chitarra, dal suo socio alla sei corde Clemens e da un batterista, Marian, puntuale nei suoi attacchi, come un orologio svizzero (ops, mi perdonino i ragazzi). Una cosa che ho apprezzato molto durante l'ascolto del cd, sono stati quegli inserti di chitarra solista a spezzare la monoliticità di fondo di un album dotato di spessore, parecchio spessore, direi quasi paragonabile a quello di un muro di cemento armato di un paio di metri. Insomma se ci si schianta ad una certa velocità, si rischia anche di farsi parecchio male. E cosi capita anche durante l'ascolto di 'Beyond the Black Pyramid': i nostri provano ad edulcorare la propria proposta con qualche arpeggio delicato ("Kings And Graves", nella successiva "Resignation" e nella title track), ma i quasi dieci minuti di brano sono belli tosti da affrontare, soprattutto se i rimandi musicali (e vocali) mi spingono verso quel 'Forest of Equilibrium' dei Cathedral, che ha rappresentato un'influenza forte per tutta una serie di band venuta dopo quel mitico album. Dopo una simile scalata, ritrovarsi di fronte ad un pezzo come "The Prime Of Your Existence" non è assolutamente facile: altri undici minuti di sonorità lanciate al rallentatore ingabbiano la mente e i sensi, neppure ci fossimo fatti una bevuta del peggior mezcal di uno dei peggiori bar di Tijuana. Il sound dei TarLung arriva ormai annebbiato al cervello, distorto, estremamente compassato e a tratti lisergico. E non bastano gli interventi strumentali (peraltro ammantati da un'aura decadente) a ribaltare le sorti di un disco dalla forte e rigorosa connotazione sludge-doom. Un lavoro sicuramente interessante per gli amanti del genere, ma forse un po' troppo chiuso per chi non è proprio avvezzo a questo genere di sonorità. (Francesco Scarci)

(Black Bow Records - 2017)
Voto: 70

giovedì 12 ottobre 2017

Disco-Nected - Vision/Division

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Esce in questi giorni il secondo EP dei parigini Disco-Nected, 'Vision/Division' dopo il positivo 'Family Affair' uscito nel 2015. Il genere proposto dal power trio transalpino è piuttosto trasversale, riuscendo a convogliare nel proprio sound influenze derivanti da Foo Fighters, Pantera, Incubus, Kings Of Leon e Biffy Clyro, in una proposta certamente carica di grande energia. Lo si evince immediatamente col rifferama rabbioso ma stracolmo di groove di "Here to Stay", che accompagna la voce calda e ammiccante di Aziz Bentot in una song breve, melodica ed efficace quanto basta per catturare la mia attenzione. Nessuna invenzione particolare, zero orpelli stilistici, solo tanta voglia di divertire ed intrattenere i fan con melodie ficcanti, come accade nella seconda "Unity", traccia che strizza l'occhiolino anche ai System of a Down. Un riffone incazzato apre "Dead Inside", un'altra song da hit parade, che ha le qualità per intrattenere il pubblico con una ritmica più controllata e un cantato che per tecnica ricorda il frontman dei SOAD. Dicevo, non siamo al cospetto di chissà quale innovazione musicale, ma il dischetto si lascia ascoltare piacevolmente, complici anche tutti quei chorus che popolano l'EP. Ecco, avrei evitato la ballad della quarta traccia, "Waves and Lies", una palla da laccio emostatico al braccio che mi spinge a skippare all'ultima "The Wolf Returns", una song che mi spinge ad un headbanging sfrenato e che sancisce la conclusione di un lavoro che probabilmente non ha grandi aspettative se non far conoscere il proprio alternative rock ad un pubblico più vasto. Coraggio. (Francesco Scarci)

Worselder - Paradigms Lost

#PER CHI AMA: Heavy/Thrash, Pyogenesis
La Francia continua nella propria missione di produrre solide certezze: quest'oggi sotto con i Worselder e il loro mix heavy thrash unito alla brutalità dell'hardcore, cosi come dichiarato nel loro messaggio promozionale. In realtà nei solchi di questo 'Paradigms Lost', i riferimenti che ci sento sono molteplici. Partendo dall'opener "Infighting" infatti, non è cosi difficile percepire un sound che chiama in causa i Pyogenesis del periodo di mezzo, unito a sonorità hard rock che evocano invece i gloriosi anni '80, con dei riffoni che se stessero su un disco thrash death, nessuno avrebbe da che ridire. Insomma di carne al fuoco, avrete intuito, ce n'è parecchia e allora andiamo con ordine, visto che dopo il bell'assolo della prima song, ecco il suono di un didjeridoo a braccetto con la batteria, esordire nella title track a offrire un sound dapprima tirato e poi stracarico di groove in un'altalena inattesa di cambi di tempo, di umore e generi in un pezzo alla fine davvero convincente. Con "Seeds of Rebellion" torniamo a suoni più retrò che un po' mi fanno storcere il naso ma che in pochi secondi riescono a trovare comunque un loro perché: nell'hard rock di questa canzone ci sento addirittura un evidente e palese richiamo ai Pink Floyd di "Another Brick in the Wall". Ancora una bella ritmica granitica con "Idols" che si chiama in causa sonorità stile 'Load' dei Metallica e influenze più heavy, con la voce che si muove tra porzioni pulite, urlate in stile power, e momenti più ruvidi. Ribadisco, difficile collocare i Worselder in un genere ben definito, lo dimostra anche l'incipit "The Sickening" dove delle chitarre più graffianti trasformano la song in una sorta di semi-ballad che in pochi secondi avrà modo di regalare belle aperture melodiche colanti enormi quantitativi di suoni ruffiani che cattureranno la vostra attenzione quanto la mia, in quella che è la mia song preferita, soprattutto in un finale che ci ricorda che i nostri hanno suonato con gente del calibro di Dagoba, Gojira e compagnia cantanti. Ancora rock'n roll con "Severed", almeno nei suoi primi novanta secondi, poi i nostri si divertono a suonare un po' come diavolo gli pare, votandosi completamente all'anarchia di un suono sempre imprevedibile e con parecchio da dire, seppur siano palesi le innumerevoli influenze che arrivano da qualsiasi decennio degli ultimi 40 anni di musica. Bravi, perché non è proprio cosi facile e scontato coniugare cosi tanti generi in un flusso musicale che non vive evidenti momenti di stanca o cali di tensione. Nell'inizio di "Home of the Grave" ci sento anche gli Eagles che in pochi secondi si ritrovano a suonare death metal ed evolvono ancor più velocemente in un ibrido tra nu metal, metalcore e thrash metal. Bravi Worselder, non era facile portare a termine l'obiettivo che si erano prefissati senza cadere in tranelli pericolosi. Missione compiuta. (Francesco Scarci)

(Sliptrick Records - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/worselder

Paolo Spaccamonti & Paul Beauchamp - Torturatori

#PER CHI AMA: Sperimentale/Drone, Ulver
Paolo e Paul, due musicisti particolari, il primo torinese (ma di origini lucane), il secondo americano ma trapiantato nel capoluogo piemontese. Un album, due brani, "White Side" e inevitabilmente anche un "Black Side", a definire i due lati del vinile (in vinile rosso) e le due facce della stessa medaglia di un disco tutt'altro che facile da ascoltare. Una proposta musicale in cui s'incontrano due amici e le loro anime sperimentali che si traducono in questo condensato musicale intitolato 'Torturatori'. Non conosco la ragione di questa scelta, posso solo dire che il loro torturare in realtà si svela dapprima in raffinate linee di chitarra acustica di stampo neofolk coadiuvate successivamente da una svalangata di suoni apparentemente improvvisati che ci accompagnano per quasi quindici minuti di musica minimalista, ipnotica e surreale, un ambient dronico, un'ipotetica colonna sonora per un film come 'Blade Runner 2049' anche se verso il decimo minuto, i nostri tornano a lanciarsi in un altro oscuro arpeggio di chitarra. Una proposta quella del duo italo-americano, che per certi versi mi ha ricordato quello di t.k. bollinger, anche se l'artista australiano può vantare nelle sue composizioni, anche un cantato che qui manca totalmente. Pertanto, spazio alle chitarre, ai synth, ad atmosfere rarefatte e oniriche, soprattutto nella seconda song, in cui il suono della sei-corde è decisamente più ribassato, e molto più spazio viene concesso ai suoni cibernetici affidati ai sintetizzatori di Paul Beauchamp, qui emulo di quelle sonorità alla Vangelis che popolavano il primo 'Blade Runner'. Un disco alla fine parecchio sperimentale per le nostre orecchie e i nostri sensi, per quanto in realtà, i due musicisti non offrano proprio sonorità avanguardistiche. Un'esperienza simile all'ascolto degli album strumentali degli Ulver, un ascolto da provare in rigoroso silenzio e nel buio più assoluto. (Francesco Scarci)