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lunedì 26 giugno 2017

Debeli Precjednik / Mašinko - Godina Majmuna / Majmun Godine

#PER CHI AMA: Post Punk/Hardcore
La Moonlee Records, già etichetta dei conosciuti Repetitor e di altre ottime band slovene/croate, collabora da tempo con i Debeli Precjednik/Fat Prezident (DP), band punk rock/hardcore, attiva dal lontano 1994. Da allora la band è sempre stata costantemente attiva, con circa nove tra album ed EP, rimanendo sempre fedele alle sue origini (il cantato è molto spesso in croato) ma che strizza l'occhio al punk della West Coast, quello alla Bad Religion per capirci. Il quintetto è la prova vivente che se suoni e credi in quello fai, la sacra fiamma del rock alimenterà la tua musa per sempre, o per lo meno per un bel pezzo. I DP sono a pieno titolo la miglior band dell'area balcanica, con alle spalle centinaia di concerti, e tornano dopo un paio di anni di pausa con questo split insieme ai Mašinko, altra band croata d'indubbio talento. Quest'ultimi nascono nel 2010 e la line-up è composta da sei elementi che prediligono il punk rock scanzonato ed ironico che ha lo scopo di entrare subito in testa e rimanerci a lungo. La copertina dello split è una bellissima rappresentazione grafica della nostra società, vista come un treno a vapore carico di scimmie che viaggia su binari pieni di rifiuti, il tutto capeggiato da un grasso capitalista in completo che ghigna soddisfatto. Il cd all'interno contiene dodici tracce, sei per band, quindi trattamento equo per le parti in questione anche se con una visibilità ben diversa. "Surrender Now" dei DP è la prima traccia che ci catapulta immediatamente sulle coste della California con un sound perfetto per il genere: la song è veloce come ci si aspetta e scivola giù facilmente come una birretta fresca in una giornata afosa. La struttura è la classica ripetizione strofa/ritornello con tanta energia e groove, mentre il cantante ha la timbrica che calza a pennello, squillante per quasi tutto il brano, ma verso la fine mostra quanto possa essere graffiante e potente. Il breve assolo di chitarra funge da bridge per cui si arriva presto alla fine ed è chiaro perché la band riscuota tanto successo ai concerti. Immaginatevi un live nelle verdi terre dell'est dove il pubblico balla e scalcia come fosse su una dorata spiaggia americana. Passiamo a "Zbogom Svi" e la band torna a cantare in croato, il che si presta benissimo al genere per sua cadenza e inflessione, mentre i musicisti aumentando ancora di più i bpm ed insieme a cori e riff di chitarra e basso, confezionano un altro brano assai godibile. Ma i DP non sono solo dei ragazzacci dallo sguardo beffardo e malizioso, infatti si sono anche messi in gioco con una brano profondo e introspettivo come "Subotom Kićo, Nedjeljom Slabinac (Crimson remix)" fatto di chitarra acustica, pianoforte e violini. Lontanamente può richiamare i lenti dei Green Day, ma il quintetto riesce nell'impresa e noi non possiamo che dire grazie. Dopo i brani dei DP tocca ai Mašinko che come detto, sono più grezzi e cacciaroni, infatti i sei brani grondano punk rock vecchia scuola, tanto che loro stessi dicono di dovere molto ai grandi Atheist Rap che hanno gettato il seme punk in Serbia già negli anni ottanta. "Srkijev San 21" apre le danze e lo fa con stile: il brano sembra registrato live con tanto di pubblico che acclama la band prima che i musicisti inizino con l'attacco. Le ritmiche sono già sentite come i riff, ma il tutto è ben arrangiato con suoni ruvidi al punto giusto; bravo peraltro il cantante che dimostra la sua esperienza e di dimena tra i velocissimi riff con disinvoltura. "041" riprende le fila e come un filo conduttore ci porta sempre più in profondità nel mondo dei Mašinko, veri animali da palco che vivono il punk rock come vuole la tradizione. Brani serrati, veloci e quasi sempre sotto i tre minuti di esecuzione. Arriviamo alla penultima traccia e ci imbattiamo in "Monumentalna" che probabilmente rappresenta l'opera magna della band. Dopo i suoi primi centottanta secondi cala di tono e permette al sestetto di lanciarsi poi in una nuova folle corsa con tanto di assolo di chitarra. Non finisce qui e con un breve break in stile folk, si ritorna al tema iniziale per portare il tutto a conclusione. 'Godina Majmuna / Majmun Godine' alla fine è uno split interessante che mette insieme due band simili, ma non troppo, ci regala così uno spaccato dei Balcani e della sua ricca scena punk rock/hardcore, lasciando lustrini e poser ad altre scene musicali sparse nel mondo. Qua si suona e si suda ancora come trent'anni fa, rispetto! (Michele Montanari)

domenica 25 giugno 2017

Steam Morrisler - Odds & Ends

#PER CHI AMA: Glam Rock, Motley Crue, Aerosmith
Un'altra band arriva da oltralpe, dalla sempre più prolifica terra dei nostri cugini galletti. Si tratta questa volta dei Steam Morrisler a proporci il loro EP di debutto, 'Odds & Ends', che include quattro pezzi all'insegna di un rock che sa tingersi di pop ma anche di stoner psichedelico. Se la opener "Red Voodoo Babe" riesce a strizzare l'occhiolino ad un certo rock'n roll anni '70 che chiama in causa gli Aerosmith, riletti ovviamente in una chiave contemporanea, la successiva e mia preferita "Under Acid Elephants", mette in scena i riferimenti psych stoner del quartetto di Parigi. Pur non proponendo certo musica originalissima, gli Steam Morrisler hanno da offrire una proposta godibilissima che in questa seconda song evoca, nel suo azzeccatissimo andamento tribale, anche un che degli Alice in Chains. "Hoodoo Tale (How The Devil May Care)" è una traccia dall'andamento strano: inizia fiabescamente quasi fosse la colonna sonora di "Fantasilandia", per poi muoversi con un andamento un po' psicotico tra voci pazzoidi, sonorità imprevedibili, stacchi rock'n roll e riffoni più pesanti. A chiudere il dischetto arriva "Heroin Jenny", forse il brano meno azzeccato dei quattro, che ricorda quanto i nostri siano anche legati al glam rock americano di Motley Crue e soci. Lavoro divertente per una ventina di minuti votati al rock'n roll. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)
Voto: 65

http://www.steammorrisler.com/

Kynesis - Pandora

#PER CHI AMA: Experimental Post Metal
Il roster dell'Argonauta Records si arricchisce di un'altra interessantissima band, peraltro italiana, e solo per questo non posso che esserne felice. I Kynesis arrivano da Torino, e sono un quintetto che con 'Pandora' arriva alla loro seconda fatica. Ipotizzo che i testi vertano sull'omonimo mito, purtroppo non sono disponibili; per quanto riguarda il genere proposto, direi che un primo riferimento potrebbe vagamente ricondurre al post metal, però c'è qualcosa nella musica dei nostri che mi spinge altrove, ma non ho ancora ben realizzato dove esattamente. L'ascolto di "Risveglio", opening track della prima parte dedicata all'inconsapevolezza, strizza sicuramente l'occhiolino a sonorità post, vuoi per la profondità delle chitarre o per le desolanti aperture malinconiche, ma le derive in cui la band va incontro, non sono propriamente quelle di Neurosis o Isis, almeno in questo punto. Se proprio dovessi scegliere un nome di riferimento, citerei i Cult of Luna, ma credo sia piuttosto dettato dalla presenza di Magnus Lindberg alla consolle anziché per una reale influenza della band svedese. Anzi ne sono fermamente convinto, ascoltando e riascoltando il cd, i Kynesis mostrano infatti una personalità ben definita che lungo le otto tracce di questo lavoro, ha modo di convogliare verso lidi progressivi, dark ed alternativi (penso a Tool e Deftones a tal proposito), non disdegnando tuttavia qualche rarissima accelerazione in territori post black. Ascoltando la seconda traccia, "Insidia", non si può rimanere insensibili agli innumerevoli umori messi in scena dall'ensemble piemontese, che si configurano attraverso cambi di tempo e d'atmosfera, ma anche dal modo di cantare del vocalist Ivan Di Vincenzo. Nella traccia troviamo alla fine un po' di tutto, addirittura echi di un suono mediterraneo che chiama in causa anche gli In Tormentata Quiete. E andando avanti nell'ascolto di 'Pandora' non si può rimanere che affascinati da un sound in continua progressione, capace di regalare sempre più spunti di originalità. Notevoli le divagazioni noise droniche di "Tentazione", un brano in stile Infection Code, che aveva in realtà aperto con una vena punk. La voce di Ivan di certo contribuisce a creare un po' di disordine cosmico tra urla sempre intellegibili ma quasi soffocate, ed un cantato pulito più meditativo. Un intermezzo ci accompagna alla seconda parte del disco dedicato alla perseveranza e aperto da "Illusione", una traccia che sin dall'inizio si rivela ombrosa, con il frontman che nella sua veste più decadente, ha modo di gridare in ogni modo, pulito, sporco, gutturale e soffocato, e presenta poi un riffing qui davvero volto al post metal, anche se privo di una vera linearità. Forse nell'elevata imprevedibilità della band giace il reale punto di forza del quartetto italico e ad una capacità di mettere in scena svariate idee, anche solo attraverso il suono di un improvvisato dung-chen, la tromba telescopica tibetana simile al suono del didgeridoo ("Cenere"), accompagnato da un parlato freddo e angosciante, da una ritmica tanto minimalista quanto eterea e suggestiva, e da un cantato, sempre in lingua madre, che forse qui trova il suo punto più alto, sia in chiave pulita che urlata. Le chitarre nel frattempo brandiscono riff più esasperati anche se poi è l'egregio lavoro ai synth ad impreziosire la performance dei nostri che quando pestano sull'acceleratore, sanno anche far male, ma che a mio avviso risultano poi più efficaci (e ribadirei originali) nelle parti più cerebrali. Vuoi per il titolo, ma "Catarsi" esplora quei territori darkeggianti che menzionavo poco sopra, con il basso che gioca un ruolo importante nell'equilibrio di una song che vive ancora una volta di saliscendi umorali che ci accompagneranno fino all'epilogo finale, "Sospiro", l'ultimo atto di un disco entusiasmante che vive il suo ultimo sorprendente slancio, con una song in bilico tra shoegaze e post rock, in cui compare anche una voce femminile, ma non aspettatevi nessuna voce eterea, ricordatevi che i Kynesis sono fatti a modo loro, dannatamente originali e... Sublimi! (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2017)
Voto: 80

https://kynesisband.bandcamp.com/album/pandora-2

sabato 24 giugno 2017

Scream Of The Soul - Children of Yesterday

#PER CHI AMA: Hard Rock
Puntualmente la prolifera Ethereal Sound Works ci recapita materiale delle sue band e dall'ultimo stock estraiamo dalla busta il lavoro di debutto degli Scream Of The Soul (SOTS), band hard rock portoghese. La band in realtà è uscita con un EP parecchi anni fa, probabilmente molte cose sono cambiate da allora e considerano probabilmente questo album come l'inizio di un nuovo progetto. I brani contenuti nel jewel case, dalla grafica semplice e disegnata a mano, sono sette, in un perfetto mix di sonorità anni '70/80 con influenze moderne, soprattutto nei suoni di chitarra. Queste strizzano l'occhio a qualche decade più in là, introducendo fraseggi metal, prog e pure un po' grunge. Pur avendo un ruolo fondamentale come vuole il rock, anche basso e batteria non sono da meno, con ritmiche incalzanti senza tanti fronzoli che conquistano subito per il groove. La voce del frontman nonché chitarrista, ha la timbrica giusta, squillante e potente, ed in più viene usata sapientemente lasciando spazio agli strumenti quando è il momento dell'assolo o del classico stacco. D'obbligo l'uso della lingua inglese e anche qui niente da dire, pronuncia impeccabile. Ultimo, ma assolutamente non meno importante, è sua maestà l'hammond, l'organo che ha profondamente cambiato il rock e che in 'Children of Yesterday' ci trasporta negli anni che hanno segnato la storia del rock. Difficile dire se sia il vero originale oppure un'ottima emulazione digitale, sta di fatto che il risultato è pressoché perfetto e noi comuni mortali possiamo solo che apprezzarne il suono. "Oblivious Waters" apre le danze con tanta grinta e voglia di riscatto, veloce e grondante di groove in stile Judas Priest con un missaggio che predilige la voce, ma che permette di gustare tutti gli strumenti. Una traccia veloce e relativamente breve che si ferma ai blocchi con uno stacco di tastiere a dare pochi secondi di respiro per poi ripartire. Il batterista trova molto spazio con i suoi fill classici ed ottimamente eseguiti, con un sapiente uso dei fusti per dare profondità e potenza nei punti giusti, sempre in perfetta sintonia con il basso. Niente assoli per la chitarra in questa prima traccia, infatti tutto il groove viene dai riff che trainano la melodia e amalgamano alla perfezione la struttura del pezzo. Visto che abbiamo già decantato le lodi del mastro hammond, "Brothers in Heart" lo vede elemento portante di questa ballata con il suo tono vibrante, come il testo del brano. Il mixing lo lascia purtroppo in secondo piano per far spazio alle chitarre, ma alla fine il risultato è abbastanza bilanciato e regala forti emozioni. In questi sei minuti abbondanti i SOTS si destreggiano su diversi livelli di intensità, confermando la taratura degli artisti presenti nella line-up. Grande prova del vocalist che riesce nell'intento di completare l'opera dei suoi colleghi, ossia trasmettere all'ascoltatore ogni singola sfumatura di un brano così complesso a livello emotivo. Dopo il momento introspettivo, il quartetto riprende in mano le redini e si getta a capofitto in "Spectrum", un brano prettamente hard rock fatto di palm mute e assoli che appagano il cuore di tutti i nostalgici del genere. L'hammond qui lascia spazio a tappeti di tastiere che perdono smalto, avremmo voluto qualcosa di più personale e meno banale per dare un tocco particolare ad una composizione più che classica. Alla fine di un disco del genere non si può che rimanere soddisfatti, se si ascolta una band come i SOTS è perché si cerca potenza e melodia fuse in un album fatto con cuore e passione. Ottima la prova dei nostri amici portoghesi che hanno saputo essere fedeli a se stessi facendo quello che gli riesce meglio, ovvero scrivere e suonare ottimo rock. (Michele Montanari)

(Ethereal Sound Works - 2016)
Voto: 75

https://screamofthesoul.bandcamp.com/

venerdì 23 giugno 2017

Lectern - Precept of Delator

#FOR FANS OF: Brutal Death Metal
Italian brutal death metallers Lectern have stayed true to their roots and kept their steadfast tradition to mixing a brutal variation of the Floridian variety of death metal with a much harsher, more Satanic bent to their music that makes it more devastating. The main feature to be found here is the rather sharp, brutal riff-work, managing to work through a strong series of rhythm patterns that showcase a tight foundation with short rhythms and deep, churning grooves. That the vast majority of tracks in this section are built around a thrashing mindset means that they’re fast, vicious and really exploit the fine precision displayed throughout here as the up-tempo tracks and short rhythms give this a distinctly Floridian feel utilizing those similar tactics in their work. This one though adds on a far more blistering and twisting series of riffing over that which adds a frank brutality to the rhythms in this, and given that the riffing still adds a rather old-school vibe to the material is a fine touch. For the most part, it doesn’t have much wrong here beyond the need for repeating the same riff-work and arrangements at the varying tempos, but that’s overlooked with efforts like opener ‘Gergal Profaner,’ ‘Fluent Bilocation’ and ‘Distil Shambles’ all frequently showcase. The longer efforts like ‘Palpation of Sacramentarian’ and ‘Pellucid’ also offer more a traditional old-school death metal feel, but on the whole are more than enjoyable enough throughout here to give this one a lot to really like here for brutal and old-school death metal fans. (Don Anelli)

giovedì 22 giugno 2017

Comity - A Long, Eternal Fall

#PER CHI AMA: Crust Black/Post Hardcore
Caos e disagio. Sono queste le sensazioni ad emergere dopo l'ascolto di 'A Long, Eternal Fall' (A.L.E.F.), ultima fatica dei francesi Comity. La band parigina, attiva dal 1996, propone in sintesi un estreme rock sperimentale. Il lavoro in questione affonda le proprie radici nel metal estremo incorporando tuttavia numerose altre influenze, echi prog, rallentamenti doom e contaminazioni post rock (solo per citare le principali). A livello sonoro ci si trova davanti ad un buon prodotto, il sound ruvido e crudo dona al lavoro in questione una piacevole dimensione live, purtroppo va anche riscontrato che la voce di Thomas risulta eccessivamente penalizzata dalla differenza di volume, resta infatti troppo "sotto" al resto degli strumenti. Dal punto di vista tecnico-compositivo si nota subito una buona padronanza degli strumenti ed un invidiabile cultura musicale, ottime credenziali per esprimere appieno le proprie potenzialità. Le 8 tracce di 'A.L.E.F.' dipingono un'atmosfera malata, con l'intero album che risulta permeato da una costante sensazione di disagio e angoscia (sembra veramente di cadere da un'altezza vertiginosa senza arrivare mai al momento dell'impatto). Complice un ottimo uso delle dissonanze e un gran lavoro delle chitarre di François e Yann che dimostrano di essere a proprio agio e di saper esprimere una grande quantità di idee attingendo agli stili più disparati. Il drumming di Nico fa da degno contraltare, spaziando da tempi serrati tipici del metal estremo a soluzioni talmente inusuali da riuscire a stupire, il tutto condito da cambi di misura schizofrenici. Tuttavia 'A.L.E.F.' è un lavoro difficilmente assimilabile, se da una parte riesce a passare una certa emozionalità, dall'altra va riscontrata una certa amusicalità. Gli otto pezzi in questione mancando infatti di struttura logica, rendendone talvolta assai difficile l'ascolto. In sintesi, un lavoro che offre moltissimi spunti interessanti ma che obbliga a pensare. Consigliato a chi è curioso, ha una buona apertura mentale ed una buona dose di pazienza. (Zekimmortal)

mercoledì 21 giugno 2017

Nagaarum - Homo Maleficus

#PER CHI AMA: Black Avantgarde, Thy Catafalque
Della serie one mand band crescono, trasferiamoci quest'oggi in Ungheria, a Veszprém per l'esattezza, dove vive tal Nagaarum, che negli ultimi sei anni ha fatto uscire una cosa come 14 album. Prolifico il ragazzo, soprattutto se stiamo parlando di produzioni di una certa rilevanza, almeno gli ultimi cinque lavori che ho avuto modo di ascoltare. E allora 'Homo Maleficus', che arriva a distanza di un anno dai due lavori usciti nel 2016, si fa notare per i suoi contenuti black sperimentali. Tralasciando il bruttissimo artwork di copertina che mal si adatta alle sonorità del mastermind magiaro, muoviamoci all'ascolto di questa release, che si apre con i suoni insani di "A Befalazott", una traccia che miscela un black mid-tempo con il suono in tremolo picking delle chitarre, che contribuiscono a generare un certo mood malinconico. Le harsh vocals si alternano alle voci pulite, mentre un'intrigante linea melodica di sottofondo può evocare quanto fatto recentemente da un'altra geniale band ungherese, i Thy Catafalque. Sebbene le chitarre mostrino una ruvidezza di fondo nel loro incedere, ciò che impreziosisce la performance del musicista è una continua ricercatezza di un effetto, un'atmosfera particolare che sappia essere un po' inquietante in taluni momenti (e penso a "Az Elvhű", song post black doom, meritevole soprattutto nella seconda metà), oppure che offra una melodia vincente che sovrasti la furia generata dal black ("Vassal Nevelt", vera top song del cd) o ancora che sappia creare delle atmosfere lugubri e psichedeliche al tempo stesso, quasi surreali ("Cipelők"). Aggiungerei poi che la peculiarità di Nagaarum sta anche nell'iniziare un brano in un modo e concluderlo in maniera totalmente diversa, generando pertanto la percezione di aver gustato in 5-6 minuti, tutte le catartiche suggestioni sonore dell'artista ungherese. A tal proposito penso anche agli sperimentalismi di "Mens Dominium" o al doom dronico iniziale di " Dolgunk Végeztével", una song irrequieta, irrazionale, tribale, con dei vocalizzi stralunati cosi come con la sua ritmica che si muove tra punk, thrash, psych, industrial, avantgarde, black, doom e quant'altro, sorprendendo ancora una volta per un eclettismo sonoro che trova pochi eguali nella scena odierna. Dieci minuti di questo tipo lasciano addosso la sensazione di trovarsi sotto l'effetto di una qualche sostanza psicotropa, di essere avvinghiati da un senso di paranoia, di vedere ragni mostruosi che si muovono sul soffitto o vedere ombre minacciose laddove non ve ne dovrebbe essere traccia. La complessità musicale di questo 'Homo Maleficus' ha un che di portentoso ed entusiasmante. Si giunge ahimè al capolinea con l'ultima "Kolontár", cinque minuti di sonorità al rallentatore capaci di produrre quell'ultimo stato di angoscia che via via si trasformerà in quiete. Gran bell'album (ma mezzo punto in meno per la cover), ora fate come me, andatevi a riscoprire i precedenti lavori. (Francesco Scarci)

(Grimm Distribution/NGC Prod. - 2017)
Voto: 75

https://nagaarum.bandcamp.com/

Alchimia - Musa

#PER CHI AMA: Gothic/Doom, Novembre
La scena italica si arricchisce di un'altra vibrante realtà, gli Alchimia, che per vena artistica gothic dark doom, potrebbe accostarsi a Novembre, Plateau Sigma e Artic Plateau. Tralasciando che tra i numerosi ospiti che popolano questo disco ci siano proprio membri di alcune di queste band, appare lampante, sin dall'incipit "Orizzonte", quanto abbiano inciso proprio le influenze dei Novembre nell'architettura musicale dell'act campano. Emanuele Tito, il mastermind che sta dietro agli Alchimia, deve aver amato alla follia album come 'Novembrine Waltz' e 'Materia' e come dargli torto d'altro canto. Si tratta di dischi che penso di aver consumato a suo tempo e che ora sento riecheggiare nei solchi di questo album. Sebbene l'essenza derivativa, 'Musa' è un lavoro che francamente mi piace parecchio, mi permette di chiudere gli occhi e lasciarmi trascinare da sonorità delicate, suadenti, avvolgenti e tremendamente calde, coadiuvate dalla bella voce di Emanuele, una sorta di Carmelo Orlando in versione quasi costantemente pulita. E cosi il flusso malinconico percorre brani assai riusciti come "Lost" o "My Own Sea", con altri in cui lo strizzare l'occhiolino ai Novembre diviene quasi scopiazzamento e penso a tal proposito al chorus di "Exsurge et Vive (Alchemical Door)" che richiama palesemente 'Everasia' del già citato 'Novembrine Waltz' o il break acustico+voce di "My Own Sea" che ricorda non so quale altra canzone dell'infinita discografia della band romana. Poco importa, non so qui a fare il processo alla band, ma semplicemente a riportare pregi e difetti di una release che vede comunque interessantissimi picchi: la flamencheggiante “Whisper Of The Land” è una breve traccia che introduce a quella che è forse la song più bella del disco, "Waltz of the Sea", una song che miscela il sapore folklorico della tradizione partenopea con suoni tipicamente mediterranei, in una trama musicale soffusa e assai melodica. In "Leaves" ecco apparire i vocalizzi growl del cantante, e qualche riffone più death doom oriented, retaggio non ancora dissoluto del passato del musicista sorrentino che comunque trova modo di imbastire anche qui melodici break acustici, vero punto di forza di 'Musa'. Un altro pezzo interlocutorio e arriviamo alle conclusive "The Fallen One" e "Assenza (Memory)". La prima forse è il pezzo meno riuscito del disco, anche se la sua chitarra spettrale incunea il suo riff nella mia testa. L'ultimo brano invece mostra il bel basso di Fabio Fraschini in sottofondo con tutto l'armamentario ritmico completato da Gianluca Divirgilio alla chitarra e David Folchitto dietro alle pelli a congedarsi con l'ultima avvincente melodia di questo interessantissimo album ispirante, 'Musa' appunto. Bravi, ma ora cerchiamo di affrancarci dai grandi classici. (Francesco Scarci)

(Buil2Kill Records/Nadir Music - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/alchimia0/

lunedì 19 giugno 2017

Suffocation - ...Of the Dark Light

#FOR FANS OF: Brutal/Techno Death
Intricate, polished, and devastating, Suffocation has consistently stood at the helm of the most brutal ship in the death metal armada with mind-bending complicated riffing semaphore, tight ropes of musicianship and production, and an ever-focused eye on what maneuver will cause the most mayhem in the fewest measures. This death metal institution has kept many a fan enamored with its unabashedly aggressive music and innovatively skewed approach that mimicked its insane, slaughterous, and gratuitously gory lyrics. Alongside Immolation, Suffocation formed New York's barbaric response to Florida's death metal monopoly in a jarring outpouring of concrete rhythm, creating an offshoot that abandons the search for melody in favor of a gritty texture on which to flatten its audience.

As Suffocation's eighth full-length, '...Of the Dark Light' is from an era somewhat removed from the seminal '90s albums. The album cover is merely a person being atomized in open space rather than a monstrous machine consuming a victim. The monsters have all but disappeared from the band's contorted universe. Changing form to become either metaphysical torments in a balanced domain where they could be deserved punishments or appearing as inhabitants of an unforgiving universe where such pain is predetermined.

Musically striking out from its tremendous template, Suffocation's '...Of the Dark Light' continues the legacy that the band has laid out over nearly thirty years to further explore this expansive evolution. Massive sounding open and palm muted guitar notes lead erupting double bass bursts in the stunning opener, “Clarity Through Deprivation”. Breakdowns are a staple feature of Suffocation's sound and in these early few minutes the desolate atmosphere leaves large spaces for a head-crushing delivery. Unlike the numerous bands it has inspired, Suffocation uses breakdowns more sparingly and with great impact to absolutely demolish a structure and drive home the intensity and immensity of the aesthetic for which it aims. The polished production doesn't diminish the impact of bass as the thumping energy patters against a chest in anticipation of the pummeling it will receive at a live show. The guitars clasp together in horror-striking harmony without blending while maintaining the down-tuned vibrations that tear at the sanity of a listener with the psychotic sincerity that the twisted mind narrating each song projects, instilling sense and rationale for its malicious universe.

The rip-roaring tremolo riff in “Some Things Should be Left Alone” displays the evolution well as the band showcases its incredible talents in spurts between meditative and sensible stomps into the death metal pit. “The Warmth Within the Dark” is the catchiest song on this album with a most melodic moment when a riff rises in an almost metalcore fashion, dancing its way across a long looping bridge that crumbles beneath the weight of the ensemble's backlash against such an out-of-place moment of hope. Suffocation betrays to its listener how conscious and dulcet its music is within immense, brash, and frantic structures. The calm of “Caught Between Two Worlds” is as delicate as it is intense when delirious guitars start screaming against the percussive weight tumbling down upon them. The bass comes through beautifully in the re-recording of “Epitaph of the Credulous”, rounding the album out with an homage to the lesser-known album “Breeding the Spawn”.

As Suffocation has been reminding its audience of the 1993 album on every new album since 2006, with “Prelude to Repulsion” appearing on the self-titled album, “Marital Decimation” on “Blood Oath”, and “Beginning of Sorrow” on “Pinnacle of Bedlam”, these re-recordings show how much the band's sound has changed from its bouncier beat-'em-up template in 1993 to the uncompromising assaults that this 2017 iteration offers. The little bits of personality found throughout the masonry of such imposing musical constructs keep this album fresh. An upward driving scale in “Some Things Should Be Left Alone”, a sitar-sounding riff adorning “Return to the Abyss”, and an extra tier to a by-the-numbers breakdown in “Your Last Breaths” enhance the multi-dimensional approach that Suffocation used to make a name for itself. '...Of the Dark Light' is no 'Pierced from Within'. Rather than shove its every fluctuation down the listener's throat, there is a nuance to this album that can easily go unnoticed in the first listens, something that shows its fury as one that burns for longer, not to be taken lightly, for each assault is coldly calculated, premeditated. While the lyrics are doomed to their confinement, the sophisticated exploration of the guitars, like a British expedition into the untamed heart of darkness, show a smarter and faster band, versatile enough to endure a drastic lineup change and still succeed. Listening to Suffocation is like attending Hell's opera. The masquerade is a refinement of tone within a frantic and chaotic tableau. Each intensely crafted scene has an air of improvisation while simultaneously featuring tightly-crafted choreography, displaying exceptional musicianship and a professionally cultured finishing, betrayed only by the casual cursory first glance that seems base and barbaric.

Suffocation has been around the bend throughout the outfit's twenty-nine year history and has consistently come out on top delivering an impactful sound, even as its members' passions may have fluctuated. As one of the originals of its day this band still creates the signature churn of complex sounds that metalheads have grown to love, a rare cacophony that has inspired death metal offshoots that explore and expound upon certain moments of Suffocation songs in order to write their own full albums. Being a fan of Suffocation is a privilege, exploring its music is a joy, and having the chance to do the band some justice through a fan's words is something that I see as a necessary homage to this all-powerful pioneering group. '...Of the Dark Light' is no 'Pierced from Within', it is a maturation bred of those fundamental days and an expansion of the band's instrumental path, ever seeking excellence and without such smug satisfaction in itself that the chase is ever done. Suffocation has soldiered on since the 1990s to corrupt any sense of propriety in favor of indulging our most basic human desire, murder. Death can deal with its namesake, Akercocke can have all the sex it wants, but Suffocation has always explored the why and how while innovating a direction so obtuse and multi-faceted that new techniques had to be invented in order to achieve these ambitions. (Five_Nails)

(Nuclear Blast - 2017)
Score: 90

https://www.facebook.com/suffocation

domenica 18 giugno 2017

Interview with Lectern


Follow this link to read the interview done with the Italian brutal band, Lectern: 


Sula Ventrebianco - Più Niente

#PER CHI AMA: Alternative/Indie Rock
Un rock ruvido e fuzzy (pensate al quasi-punk strafottente primi Marlene di "Wormhole", quasi al confine col groove, oppure della stessa "Arkham Asylum" più avanti. Oppure alle suggestioni deserto["Merak"]-sabbatiane["Batticarne"] o ancora al riffone piombo-zeppeliniano di "Dubhe") eppure gloriosamente eutettico, intenzionalmente pronto a liquefarsi nell'elettronica anni zerozero ("Diamante", la stessa "Merak", i Tool in gelatina di "Attraverso") o in certi ritornelli pop-oriented ("Sale in Sogno", i Tre allegri ragazzi strafatti di "Subutecs", o ancora certo brit-punk graham-coxoniano ("Metionina", la stessa "Subutecs"). L'attitudine progressive de "L'Ade a Te" potrebbe ricordarvi i Quintorigo di De Leo, o forse i Pain of Salvation più roadsaltizzati, ma abbinati a un, diciamo così, espressionismo vocale tutto partenopeo (avete in mente quel diavolo di donna che di nome fa Teresa de Sio?). Quarto album in otto anni. Una produzione intrigante e orgogliosamente analogica coordinata da Alberto Ferrari (Verdena), mirabilmente sintetizzata nella fischiettante "Yellowstone" in apertura e nella conclusiva, dissolvente, "Amore e Odio". (Alberto Calorosi)

(Ikebana Records/Goodfellas - 2017)
Voto: 75

http://www.sulaventrebianco.net/

sabato 17 giugno 2017

Viscera/// - 3 | Release Yourself Through Desperate Rituals

#PER CHI AMA: Black/Post Metal
Decisamente un album controverso e dalla duplice anima, la nuova release targata Viscera///. '3 | Release Yourself Through Desperate Rituals' è un disco che può essere idealmente suddiviso in due tronconi: una prima parte comprendente i primi tre pezzi, urticanti e rabbiosi, che mantengono un certo punto di contatto con il passato estremo della band ed una seconda metà relativamente più accessibile. "Uber–Massive Melancholia", la opening track, è un assalto di musica anarco punk, come solo gli Impaled Nazarene agli esordi hanno saputo fare, muovendosi poi in territori sludge/doom, da cui ripartire con accelerazioni isteriche affidate ad un riffing di matrice post black ed una cavalcata che viene interrotta da una deriva lisergica che ha il grande merito di spiazzare chiunque si avvicini all'ascolto di questo nuovo delirante lavoro. Tra grida e caustiche vocals sempre e comunque intelligibili, si arriva dopo oltre undici minuti, a "Martyrdom For The Finest People", con il riffing iniziale che sembra prepari al peggio: e difatti si parte subito con un'altra cavalcata punk black, nei cui accordi di chitarra si nasconde una melodia che si insinuerà ben presto nella mia testa. Nel frattempo i nostri si divertono giochicchiando con ritmiche dai battiti accelerati, che finiscono per rallentare e cedere il passo a passaggi post rock laddove il vocalist modula la propria voce su toni più pacati ed intimistici. Una brevissima parentesi perché l'incedere punkettone tornerà a materializzarsi in pochi secondi, sebbene la seconda parte della song rallenti paurosamente fino ad impantanarsi nelle sabbie mobili del post metal di scuola Neurosis. Poi, un altro break di un minutino che ci consente giusto il tempo di riprendere fiato prima dello strappo conclusivo, in cui qualcosa sembra stia per cambiare e donare una nuova forma musicale. "Tytan (Or The Day We Called It Quits)" forse funge da ponte di collegamento tra la prima e la seconda metà del disco (forse anche per un cantato pulito simil Novembre), essendo assai più breve delle due precedenti e preparatoria per “In The Cut”, dodici minuti di un sound pur sempre abrasivo ma apparentemente più orientato verso lidi rock, per cui mi sembra quasi di aver a che fare con un'altra band, complici vocals ora pulite, ritmiche che potrebbero tranquillamente stare su un disco dei Katatonia, giri di chitarra più morbidi e quella vena punk che contraddistingueva il cd fin qui, praticamente scomparsa, lasciando posto ad un mood malinconico più orecchiabile. L'ultimo scoglio da superare è rappresentato dagli ultimi venti minuti di "Anxiety Prevails", una traccia che vede la partecipazione in veste di guest vocals di Kevin K. (parecchi sono gli ospiti nel lavoro) e che esordisce su linee di chitarre quasi deathcore, decisamente dirette nel volto, in una song a tratti furente (bella a tal proposito la cavalcata post black dopo cinque minuti) capace di mettere a segno anche un bell'assolo. Dopo un vorticoso approccio iniziale, la tempesta sonora sembra placarsi e lasciare posto solo al suono dei tuoni in lontananza e ad un lungo parlato, presente peraltro solo nella versione cd (un po' troppo lungo a dire il vero) che prepara agli ultimi sei minuti del disco, affidati alla cover "True Faith" dei New Order, un pezzo del 1987, all'insegna di una forma sonora moderna e pop che potrebbe stonare per chi fino a pochi minuti prima stava ascoltando un ibrido tra Napalm Death, Impaled Nazarene e Neurosis. Sicuramente una provocazione della compagine italica, contraddistinta anche in sede di artwork scelto per la cover dell'album, con lo sguardo psicotico di Jim Jones, colui che si è reso responsabile del suicidio di massa di Jonestown nel 1978. Lavoro di grande fattura per una delle band italiane dal respiro europeo, anzi mondiale. (Francesco Scarci)

(Drown Within Records/Wooaaargh/Unquiet Records - 2017)
Voto: 75

https://viscera3stripes.bandcamp.com/album/3-release-yourself-through-desperate-rituals

mercoledì 14 giugno 2017

Dö - Astral: Death / Birth

#PER CHI AMA: Stoner Death, Ufomammut
Dopo aver affrontato il tema della distruzione in 'Tuho', tornano i finlandesi Dö, questa volta con una tematica delicatissima, incentrata su un argomento che da millenni cruccia l'uomo, la morte e la nascita. Tuttavia, approfondendo maggiormente le liriche, capisco che il tema dei nostri è ben più ampio e verte piuttosto sull'incerto futuro del genere umano, mai cosi nebuloso come in questi difficili tempi. Il terzetto di Helsinki prosegue il proprio discorso musicale all'insegna dello stoner death doom sempre contraddistinto da granitici chitarroni sui quali si stagliano i vocalizzi mortiferi di Deaf Hank. Due le tracce a disposizione in questo 'Astral: Death / Birth', appunto "Morte" e "Nascita", per una durata complessiva di venti minuti tondi tondi. I nostri non si scomodano più di tanto dal precedente lavoro, ed imperterriti proseguono nel generare quelle atmosfere pachidermiche, in un sound che essi stessi definiscono döömer e che a livello ritmico, nell'iniziale "Death", richiama irrimediabilmente i Black Sabbath a cui aggiungerei io, anche i nostrani Ufomammut e gli immancabili Cathedral degli esordi. Non male l'assolo che trancia la song a metà, contraddistinto da un tipico feeling settantiano. La band finlandese infarcisce il proprio sound con una sublime componente esoterico psichedelica che esplode nella tribalità ossessiva di "Birth", con i vocalizzi arcigni del frontman che cedono questa volta a chorus che sembrano provenire da un qualche rituale catartico, mentre la voce dello stesso Deaf Hank abbandona il suo torvo growling per un litanico parlato, tutto questo almeno nella prima metà. I restanti cinque minuti della song infatti si imbastardiscono e con essi anche la voce del carismatico cantante che torna oscura e possente, cosi come il downtuning chitarristico sempre più ancorato ad abissi death doom, enfatizzati peraltro da una registrazione lo-fi ottenuta durante una sessione live, volta a catturarne lo spirito indomito dei nostri. Splendidi gli assoli posti ad un terzo e a due terzi del brano, con la chitarra sorretta da un buon lavoro al basso dello stesso vocalist. Insomma, graditissimo ritorno, peccato si tratti solo di un paio di brani, che abbassano di mezzo punto la mia valutazione conclusiva. Ne vogliamo di più!! (Francesco Scarci)

martedì 13 giugno 2017

Rites to Sedition - Ancestral Blood

#FOR FANS OF: Swedish Black, Unanimated, Dissection
North Carolina-based melodic black metallers Rites to Sedition have taken their influence from the old-school melodic black metal scene to craft an ambitious effort upon the origins of man and his epic quest to overcome occult mysteries. This is mainly built around the utterly phenomenal riff-work present, featuring plenty of thrilling tremolo patterns full of fiery rhythms and a multitude of tempo changes that allows this one to generate a slew of exciting rhythms. By adding in a technicality to these riffs alongside the ability to utilize the grandiose soundscapes throughout here, this manages to acquire a feeling of explosive icy black metal riffing that develops a variety of tempos and patterns throughout here as the vast array of exceptionally glorious rhythms throughout here which help to make the melodic leads all the more impressive. Running over furious tempos as well as plodding mid-paced efforts makes a huge impact on their rhythms by enabling this one to readily shift focus into the varying tempos and not lose any sense of power or grandeur in the attack, making this a spectacular showing that’s able to generate these varying moods and atmospheres here. It does feel it’s length at times because of the lengthy songs sometimes generating a few unneeded parts here and there but on the whole, that’s a minor gripe here just to pick at it. Intro "Waveform 66," "Echelons of Imposition" and "Sorcerers of Atlantis" manage to combine these together exceptionally well, while the epics "The Moon Titan Phylon" and "The Golden Aeon of Saturnia" fit them into even longer segments to really boost this considerably. However, overall there’s not much really wrong with this one. (Don Anelli)

lunedì 12 giugno 2017

Wolfmother - Victorious

#PER CHI AMA: Stoner/Hard Rock
Nel quarto fragoroso disco della più omologata e crescentemente solipsistica band di vintage-rock australiano, i Wolfmother, pardon, il Wolfmother (a.k.a. Andrew Stockdale, autore di musiche e testi, cantante, chitarrista, bassista, ordinatore di pizze al telefono e co-produttore assieme a Brendan Volpone O'Brien; gli altri due contano più o meno quanto il due di bastoni in una gara di scorregge) prosegue quel processo di (in)consapevole nerosabbatizzazione già intuibile in 'Cosmic Egg'. La title track, nonché primo singolo radiofonico, "Victorious", pare fuoriuscita da 'Paranoid', non vi pare? Se il giochino vi attizza, provate con: "The Love That You Five" cfr. "Vol. 4", The Simple Life" cfr. "Never Say Die", "Gypsy Caravan" cfr. "Sabotage" e, beh, con un po' di fantasia anche "Happy Face" cfr. il primo Ozzy solista. Bene quando, altrove, il suono s'impenna e diventa più cosmico ("Remove Your Mask", la stessa "Gypsy Caravan"), così così il glam clap-clap di "Best of a Situation". Pessime certe concessioni power-pop, individuabili, per la precisione, in quella specie di Paul Simon imprigionato nel furgone di Andreas Johnson che è "Pretty Peggy". Poca ispirazione e tanta maniera. Ma capitava molto spesso anche nei caleidoscopici seventies. (Alberto Calorosi)

(Universal Music Enterprises - 2016)
Voto: 70

http://www.wolfmother.com/

domenica 11 giugno 2017

Lvx Hæresis - Descensŭs Spīrĭtŭs

#PER CHI AMA: Black mid-tempo, Blut Aus Nord, Traumatic Voyage
Dalle Valli del Rodano, ecco un'altra band a testimoniare l'eccellente stato di forma musicale della Confederazione Elvetica. L'avevamo già sottolineato in occasione della recensione delle esoteriche liturgie dei confederati Arkhaeon, e oggi ci troviamo al cospetto di un'altra compagine che propone un sound ritualistico ed occulto, che trova alcuni punti in comune proprio con quella band. Si tratta dei vallesi Lvx Hæresis, attivi dal 2013 che arrivano solamente nella primavera del 2017 al loro full length di debutto, sebbene un singolo abbia visto la luce già nel 2015. Le song contenute in questo 'Descensŭs Spīrĭtŭs' sono sei, anche se la seconda "II-III" può far pensare a due sottotracce. Il genere come scrivevo, si rifà ad un oscuro e malato black mid-tempo che scava nella notte dei tempi e trova come punti di riferimente del quartetto di Sion, storiche figure della loro terra natia, e penso a Celtic Frost, Coroner, primi Samael e Sadness perché no, per assemblare una proposta musicale che ha certe affinità anche con il modernismo degli ultimi arrivati Schammasch. Tutte band svizzere avete visto e non certo gli ultimi arrivati poi, a dimostrare quando sia importante la scena elvetica per la progressione di questo genere arcano ed affascinante. I Lvx Haeresis, sebbene mostrino ancora qualche segno di immaturità, ci mettono del proprio, offrendo un concentrato sonoro torvo, maligno, mefitico, un essudato diabolico che sembra emergere dalle viscere infernali. Ecco spiegata in poche parole la opener "I", song atmosferica, compassata ed ipnotica quanto basta per rievocare anche i francesi Blut Aus Nord, non disdegnando poi neppure asfissianti rallentamenti doom. "II-III" è già più tirata, complici disarmoniche melodie non cosi facili da digerire, su cui poggiano gli aspri vocalizzi del misterioso frontman D.H. ed un finale spettrale ed orripilante, ideale colonna sonora per un film horror. Arriviamo alla terza "IV", song che si muove su qualche cambio di tempo in più e su lugubri atmosfere che ancora una volta sembrano estratte da spaventosi horror movie. Il sound è lento e per certi versi sfiancante a causa del suo litanico incedere destabilizzante e ad un epilogo che si avvicina ad un breve rituale esoterico. Le chitarre della quarta "V" mi evocano anche un che dei bavaresi Traumatic Voyage e del loro allucinato e primitivo black doom, perennemente cadenzato, che sembra districarsi tra i sulfurei fumi dell'Ade. "VI", pur palesando chitarre più ancorate ad una forma primigenia di black metal, mantengono inalterato il proprio mood rallentato e quella malvagità insita nelle corde vocali del cantante che ci prendono per mano e ci accompagnano fino alla conclusiva "VII", una vera summa del Lvx Hæresis sound, costituito da dieci minuti di sonorità ipnotiche che sposano alla perfezione la filosofia nichilista del Pozzo dei Dannati. Come punto di partenza, 'Descensŭs Spīrĭtŭs' si conferma un album più che discreto, ma ho la sensazione che le potenzialità di questo terzetto siano di gran lunga superiori. (Francesco Scarci)

(Atavism Records - 2017)
Voto: 70

sabato 10 giugno 2017

LOOKING FOR NEW REVIEWERS IN GLAM, HARD ROCK AND ALTERNATIVE ROCK. 
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Asira - Efference

#PER CHI AMA: Post Black/Rock Progressive, Fen, Riverside, Alcest
Ancora una volta mi duole constatare che è uscito un album assai notevole e nessuno in Italia se n'è accorto. Che diavolo serve allora avere decine di siti che si occupano sempre e solo dei soliti nomi? Fortunatamente, il talent scouting è di casa nel Pozzo dei Dannati ed ecco spuntare dal cilindro gli inglesi Asira, quintetto proveniente da Reading, con quello che credo essere il loro debut, 'Efference'. E che debutto signori: il disco è fantastico sin a partire dall'orchestrale intro "Sanguine". Poi, ecco esplodere il post-black dei nostri con "Crucible of Light", una song tanto furente nel suo incipit, quanto elegante nel suo prosieguo che strizza l'occhiolino ai connazionali Fen (ma anche agli statunitensi Deafheaven), ma che palesa anche partiture sognanti in stile Alcest, con tanto di cori shoegaze, ed infine un mescolamento di vocals che vanno dallo screaming efferato al pulito. La musica nel frattempo si diletta tra accelerazioni furenti sorrette da efferati blast beat e divagazioni post rock, guidate da splendide melodie che per certi versi mi hanno evocato anche gli *Shels. Già estasiato per la proposta, mi rilasso ancor di più aprendo ulteriormente la mia mente al quintetto albionico: arriva la title track, con i suoi delicati arpeggi e il tremolio delle chitarre in uno scorrere languido e sognante che ammanta gli oltre otto minuti della song. Il brano ha modo di regalare uno splendido assolo che con la musica estrema ha ben poco da spartire, sembrando piuttosto un tributo ai Pink Floyd. La durata delle canzoni è abbastanza elevato, cosi pure "This Hollow Affliction" ha da offrire oltre dieci minuti di emozioni, ma alla fine si è cosi immersi nel suono caldo ed avvolgente della compagine inglese, che neppure me ne accorgo. Il brano mostra una prima metà dal piglio decisamente ambient, per poi pigiare un po' più sulla tavoletta del gas con una ritmica dal taglio black. Pochi attimi perché saranno ancora le celestiali melodie ad avere la precedenza, sebbene la musica si muova poi su ripetuti cambi di tempo e mood. Quel che mi preme sottolineare è il ruolo svolto dalle chitarre, eccellenti sia a livello ritmico, ancor di più nella veste acustica e solistica, di matrice tipicamente rock. L'intensità emotiva cresce a dismisura sul finale del pezzo, con una miscela di cori angelici e arcigne vocals. Ottimo il lavoro al basso di Chris Kendell in "Phosphorous", traccia corrosiva nei primi frangenti, poi ammiccante gli Opeth del loro periodo centrale, nei successivi minuti e ancora in preda a deliri black in un'evoluzione continuativa del brano. Ancora momenti di dolcezza, che forse faranno arricciare il naso ai fan più estremi, giungono con la calma "Whispers of the Moon", quasi una semi-ballad, fantastica peraltro nel suo atto conclusivo, in cui ho visto dei punti di contatto questa volta con i polacchi Riverside. Gli Asira non avranno inventato nulla di nuovo, son d'accordo, ma come amalgamano tutte le loro influenze ha dell'incredibile e merita solo per questo l'acquisto del coloratissimo digipack. Gli ultimi dieci minuti del disco sono affidati a "The Mortal Tide", song in cui il sound progressive della compagine britannica si miscela con il black metal, in un ultimo atto che sancisce l'elevata caratura tecnico-compositiva di una band di cui sentiremo parecchio parlare in futuro. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)
Voto: 80

https://asira.bandcamp.com/

V/A - Collected by Mizoo - Greenosophy Chapter II

#PER CHI AMA: Elettronica/Ambient
La Ultimae Records è come il canto delle sirene in mezzo al mare, ammaliante e luminosa, pericolosa e votata alla perdizione. Non si pensi a cose dannate ma bensì ad un bagno in acque cristalline, rinvigorenti anima e corpo, acque profonde che toccano i nostri più intimi stati d'animo, piccoli frammenti di sogno tolti alle nostre vite per divenire suono e musica. La nuova compilation 'Greenosophy Chapter II', uscita sotto le ali della etichetta transalpina dedita all'ambient più etereo, elettronico, minimale ed introspettivo, è il seguito naturale del primo volume dal titolo 'Greenosophy', uscito qualche anno fa ed è un assaggio curato dal DJ svizzero Mizoo, che raccoglie ed esibisce suoni dei tanti artisti dell'etichetta, da Scann–tec ad Aes Dana, passando per Miktek e tanti altri, per affrontare un suono stimolante e rilassante allo stesso modo, carico di spessore e micropulsioni elettroniche, figlie di sperimentazioni tra tecno sound e new age, sempre suggestive e mai banali. Come in uso alla Ultimae, la compilation è senza tregua e tutti i brani, seppur di autori diversi, trovano una direzione all'unisono, inducendo l'ascoltatore ad intraprendere un lungo viaggio a metà tra l'ipnosi e la mistica percezione, pura poesia per le orecchie, musica proiettata nel futuro, qualità sonora spettacolare (esiste anche la versione a 24 bit per i palati più fini), con l'usuale ottimo artwork (curato da Arnaud Galoppe and Vincent Villuis che si sono occupati anche della masterizzazione), dalla ricerca grafica inequivocabile e perfetta nel rappresentare il sound peculiare, maniacale, cinematico e viscerale delle release della label transalpina. Musica da ascoltare ad alto volume in concentrazione o in cuffia per capire veramente cosa si nasconde dietro a questi pezzi coalizzati divinamente da DJ Mizoo, che all'apparenza sembrano banale musica elettronica per ambiente lounge ma nel cui interno vi si nasconde arte finissima del mondo elettronico. Tra queste tracce, la cui matrice filosofica sembra ovvia e ben manifestata, vi si trova la magia di ambienti incontaminati composti pensando agli intoccabili Brian Eno, Sakamoto e Kraftwerk, rivisitati in chiave chillout. Non esiste un brano migliore di altri poiché il lavoro è omogeneo ed equilibrato a puntino, e tutto fila che è un piacere. Concedetevi un viaggio ai confini della realtà conosciuta, ascoltando 'Greenosophy Chapter II', farete del bene alla vostra anima! (Bob Stoner)

venerdì 9 giugno 2017

The New Geometry - S/t / Singularity


#PER CHI AMA: Shoegaze/Post Rock Strumentale
Non sappiamo granché di questi portoghesi The New Geometry, se non che si siano formati ad Oporto nel 2015, che questo EP sia il loro debut targato 2016, e che un nuovo singolo, "Singularity", sia uscito proprio in questi giorni. La band comprende Walter Teixeira e Filipe Ferreira alle chitarre, e Filipe Silva al basso; appare pertanto chiara l'assenza di un vero batterista e di un cantante che accompagni l'eteree melodie shoegaze dei lusitani. Tre i brani contenuti nel dischetto: "Lightseeker" è la tenebrosa opening track, compassata ed ipnotica nel suo incedere, anche un pelino paranoica aggiungerei, ma le melodie ancestrali delle sue chitarre in tremolo picking, chiamano in causa tutto il movimento post-rock mondiale. Quindi non c'è nulla di meglio che lasciarsi sedurre dalle atmosferiche ed altrettanto elettriche melodie dell'opener, prima che la malinconia salga con le sonorità intimiste di "The Inner Conflict", in cui le chitarre, instancabili, si rincorrono nei consueti saliscendi emozionali imposti dal genere, che sfociano qui in un violento finale. A chiudere la prima fatica del terzetto portoghese, ci pensa "Brothers by Light", in cui la sensazione percepita è quella di un lungo e triste arrivederci tra due amanti, e la promessa spesso tradita, di un rivedersi ancora. Le melodie sono inevitabilmente strazianti, sebbene la presenza di un parlato nel corso del brano e di un indurimento dei suoni nella parte finale della song, ne cambino il mood. Visto che c'eravamo, abbiamo dato un ascolto anche alla nuova traccia dei The New Geometry, "Singularity" appunto, per saggiarne lo stato di forma a distanza di oltre un anno dall'uscita dell'EP. Si tratta di una song decisamente atmosferica grazie ad un epilogo di pink floydiana memoria, che tuttavia non vede ancora palesarsi grosse evoluzioni nel comparto sonoro dei nostri, una traccia che conferma al contempo le qualità della band che inviterei tuttavia a valutare l'arruolamento di un cantante in pianta stabile, che contribuirebbe ad impreziosire un sound che rischia altresì di perdersi nel mare magnum delle band post rock strumentali. Meditateci sopra ragazzi. (Francesco Scarci)

(Self - 2016/2017)
Voto: 65

https://thenewgeometry.bandcamp.com/

giovedì 8 giugno 2017

Psygnosis - Neptune

#PER CHI AMA: Progressive Death Strumentale, Meshuggah, Ne Obliviscaris
Francamente, non so se essere più incazzato o felice di questa nuova fatica dei francesi Psygnosis. Li stavo aspettando con grande trepidazione, dopo quell'uscita un po' più particolare di un paio danni fa, un 7", 'AAliens', che ben mi aveva impressionato per quel suo più marcato mix tra musica estrema ed elettronica rispetto agli esordi più death metal oriented del quartetto del Burgundy, dove comunque il loro sound era già intriso di contaminazioni electro. La ragione della mia rabbia è l'uscita di 'Neptune', nove tracce di grande intensità ed elevata durata (sfioriamo gli 80 minuti), che mi lasciano con un però: che fine hanno fatto i vocalizzi growl di Yohan Oscar? Da quel che si evince, l'ex frontman è stato allontanato dall'act transalpino ancora nel 2014 e mai rimpiazzato, quindi ciò che rimane oggi è una band esageratamente preparata sotto il profilo tecnico, che combina un death metal, frutto di una simbiosi tra Meshuggah e Ne Obliviscaris, con il suono di violoncello e contrabbasso, si avete letto bene. Niente vocals (se ci fossero state, pezzi come "Phrase 7", "Storm" e "Psamathée" sarebbero stati delle bombe), non una vera e propria batteria, ma la classica drum machine in un vortice sonoro davvero notevole, come quello che si apprezza nei dodici minuti iniziali della opening track. Cosi come nei Ne Obliviscaris, il violoncello prende il comando delle operazioni, e altrettanto accade in "Psygnosis is Shit" (complimenti per il titolo), guidando l'intera melodia nonché la ritmica di fondo della song, con le chitarre che erigono muraglioni di riff spettacolari mentre la batteria elettronica si incanala in futuristici pattern ubriacanti. Dannazione, qui una voce sarebbe stata perfetta, un bel growl ad incarnare la furia che divampa attraverso il riffing compatto dei nostri o che sussurra nei momenti di quiete, che sembrano virare la musica dell'act di Mâcon verso un post rock più intimista, proprio come accade nella seconda metà della già citata "Psygnosis is Shit", prima del roboante finale che ci conduce a "Восто́к". Questo è un interlocutorio passaggio atmosferico apripista per "Storm", traccia aperta da uno splendido suono di tastiere dall'effetto sognante, a cui, a poco a poco, si affiancheranno timidamente anche gli altri strumenti, per un pezzo che va crescendo in intensità, come se la tempesta aumentasse la propria veemenza, con le chitarre ordinate che, tra cambi di tempo, stop'n go e partiture progressive, giocano con l'ascoltatore in uno stordimento inaudito. Questo è forse il punto di contatto più vicino ai Meshuggah e ancora una volta impreco contro chi ha pensato bene di utilizzare una batteria sintetica, qui un uomo in carne ed ossa, si sarebbe (e ci avrebbe) divertito alla grande. La title track si presenta come un ipnotico viaggio di 13 minuti tra synth ambientali ed una successiva sezione ritmica che si rifà alle ultime divagazioni dei Gojira e poi tante sonore mazzate nei denti, grazie a ritmi infuocati, rallentamenti e al meraviglioso suono degli archi, davvero emozionante in certi frangenti. Fastidiosa la componente elettronica nella sesta "Mûe", per fortuna ancora una volta gli archi ristabiliscono una qualità più che dignitosa al sound della band che ci proietta verso il settimo capitolo"Psamathée", traccia energica e devastante, che comunque mi lascia sempre con un certo amaro in bocca, perché se fosse stato un uomo ad imbastire quell'attacco alle pelli, il disco sarebbe stato un vero e proprio masterpiece. E invece no, rimangono solo i condizionali mentre i quattro francesi, testardi come muli, sono andati avanti a picchiare come fabbri nelle parti più estreme e a deliziare i nostri padiglioni con il magico tocco del violoncello. Nella song compare anche un dialogo in sottofondo ad una chitarra acustica che quasi mi dà l'idea che un cantato sia anche presente, sebbene duri troppo poco. C'è ancora tempo per i quasi undici minuti della struggente "Sünyatã", cosi malinconica nel suo incedere classico e cosi spettrale nei lunghi e noiosi dialoghi che ne completano il quadro; per fortuna che la band capisce che è meglio lasciar campo aperto al suono delle chitarre e a quelle celestiali melodie che sferzano l'aria. Lo dicevo all'inizio che non so ancora se essere felice o furioso nell'ascoltare questo disco, troverete cose geniali durante il suo ascolto e altre dove sarebbe meglio tralasciare ogni commento, come la prima parte della soporifera "Nirvāṇa". Tanta carne al fuoco in 'Neptune' per cui potrei stare qui a scrivere epici poemi, meglio darsi una mossa allora e ascoltare con cura questo album. (Francesco Scarci)

(Self - 2017)

mercoledì 7 giugno 2017

Nitritono - Panta Rei

#PER CHI AMA: Drone/Noise Rock, Valerian Swing, Zu
Dietro questo nome criptico si nasconde un giovane duo di Cuneo che dopo aver accordato la chitarra nella tonalità più bassa possibile, si è dato l'obiettivo di creare un sound oscuro e potente. Tra le band da cui prendono ispirazione ci sono ZU, Melvins, Fantomas che hanno permesso ai Nitritono di forgiare il loro noise/rock ruvido, introspettivo e vacillante. Quindi chitarra/voce/batteria uniti per dar sfogo al proprio io esistenziale, dove il contesto suburbano ci ipnotizza con il frastuono industriale e il veleno sociale scorre a fiumi sotto i nostri piedi. Nel 2013 hanno dato vita al primo EP e dopo parecchia gavetta, suonando con svariate band italiane e non, quest'anno si sono chiusi in studio con Enrico Baraldi (bassista degli Ornaments e sound engineering in ascesa) per registrare questo 'Panta Rei'. Otto brani potenti, carichi di tensione ed energia che navigano ai livelli più profondi dell'animo tormentato per poi esplodere con un incedere devastante e purificatore. "La Morte di Dio" apre con un incipit quasi in stile The Cure, dove la chitarra pulita e batteria vacillano lenti e malinconici, mentre si fa insistente l'arrivo delle distorsioni. Queste, pur rimanendo sulla stessa ritmica lenta e minimalista, sgomitano a colpi di plettro sfruttando le basse frequenze per sviscerare l'io profondo e far risalire a galla sensazioni ormai dimenticate. Poi il tutto si distende, elevandosi ad un livello onirico, senza materia né tempo, ma il sollievo dura poco perché le tenebre ci agguantano di nuovo e ci ricordano che tutto è duplice, non esiste il bene senza il male, la luce senza il buio. Il brano che condensa al meglio la produzione artistica dei Nitritono è "L'Atarassia del Giorno Dopo", dove il dualismo post rock/noise trova il suo culmine in distorsioni solide e profonde intervallate da arpeggi puliti accompagnati da pattern ritmici trascinanti. La lentezza al limite del doom e i suoni eterei contribuiscono a creare una risonanza cosmica, tale da far vibrare il nostro corpo all'unisono con l'anima per poi spezzare il legame e permetterci di trascendere. La parte finale aumenta di intensità e la tensione diventa talmente insostenibile che la mente fugge per trovare sollievo, rifugiandosi quindi tra le spire di "Zen-it", dodici minuti di terapia spirituale che iniziano con una lunga sezione drone/noise. La perfetta colonna sonora di un film horror in bianco e nero, senza i dialoghi che sarebbero superflui e allontanerebbero la nostra attenzioni dalle immagini e i suoni, che grazie alla chitarra deformata dagli effetti, sembrano un'entità che si trascina a fatica sotto un cielo plumbeo e pesante. L'oppressione, gli stacchi, la ripetitività giocano un ruolo determinante in questo 'Panta Rei', dove il suono è sempre impeccabile, viscerale e potente, con momenti caratterizzati da una calma palpabile che rende ancor più distruttive le esplosioni sonore che si susseguono. Sembra quasi di prendere i Valerian Swing dopo averli rallentati, pur mantenendo intatto il loro smalto. Da ascoltare tutto d'un fiato. Consigliato. (Michele Montanari)

martedì 6 giugno 2017

Dome La Muerte E.X.P – Lazy Sunny Day

#PER CHI AMA: Garage/Alternative Country, Calexico, Cramps
'Lazy Sunny Day' è il nuovo progetto di Dome La Muerte, cantante e chitarrista italiano che ha attraversato il rock alternativo, di matrice hardcore e punk, già a partire dai primissimi anni ottanta. Se nomi leggendari come Cheetah Chrome Motherfucker e Not Moving non vi dicono nulla, poco importa: questa recensione non ha lo scopo di lucidare le medaglie che il buon Dome potrebbe appuntarsi al giubbotto quanto piuttosto di valorizzare il suo presente. E la miscela vincente che ci propone in 'Lazy Sunny Day' è fatta di brani epici caratterizzati da chitarre western e amplificatori grondanti di tremolo e vibrato, sapientemente dosati a valorizzare le parti strumentali. Si parte con “Never Surrender”, uno strumentale asciutto e polveroso come un duello sotto il sole, accattivante quanto basta per catturare l’attenzione dei fan di Calexico e Friends of Dean Martinez. La successiva “No Justice” riprende il refrain del primo brano alzando il ritmo e anche la manopola del riverbero. “Sick City”, terzo pezzo in scaletta, aggiunge agli elementi western anche un piglio garage nella sua esecuzione. L’elemento di novità si manifesta a partire dal quarto brano dove un sitar intreccia sonorità beat per portarci in territori più mistici ed evocativi. “Drawning a Pink Mandala” e la successiva “Divinity” sono due canzoni in cui il sitar la fa appunto da padrone. Nella successiva “Amsterdam 66”, forse il capolavoro dell’intero album, Dome La Muerte riesce a coniugare le sonorità garage tipiche di gruppi come i Fleshtones ad efficaci virate mistiche caratterizzate da un sapiente mix dell'onnipresente strumento indiano e organo hammond. Il disco prosegue alternando brevi strumentali ancora a base di sitar con canzoni più definite nella loro struttura e dalle sonorità più garage-western. “Eternal Door” si caratterizza per un buon uso del dobro mentre la successiva “When the Night is Over” è puro twang di frontiera. Le due canzoni che chiudono il disco, “Vision of Ashvin” e “L.S.D. (Little Sun Dose)" mantengono alto il tiro portando il suono nei territori noti ai fan di band di culto quali ad esempio Gun Club e Cramps o anche i più recenti Go to Blazes. In conclusione, quello che abbiamo tra le mani è un disco piacevole, sicuramente atipico per il mercato italiano, suonato con l’esperienza di chi ha calcato migliaia di palchi e si è lungamente abbeverato alla fonte del garage a dell’alternative country. Alimentate la vostra curiosità spingendovi oltre la frontiera del garage punk nei territori battuti da Dome La Muerte E.X.P: questo disco vi accompagnerà nelle vostre pigre giornate di sole estive. (Massimiliano Paganini)

lunedì 5 giugno 2017

Suici.De.Pression - S/t

#PER CHI AMA: Suicidal Black Metal/Doom/Folk
'Suici.De.Pression' non è più solo il titolo di un album dei blacksters brasiliani Thy Light, da oggi è anche la nuova creatura del polistrumentista Vittorio Sabelli (qui sotto lo pseudonimo di Syrinx), che è dovuto "migrare" fino in Giappone per ottenere il contratto con l'etichetta MAA Productions. Il cd omonimo consta di tre tracce, tutte con titoli, testi ed atmosfere che non si possono certo definire solari. Ad aprire, gli oltre 20 minuti della funerea "De.Pression", con i suoi lenti tocchi di pianoforte a cui fanno seguito quelle anguste chitarre catacombali che non lasciano presagire a nulla di buono, su cui si stagliano le screaming vocals del frontman e con le melodie che sembrano richiamare la tradizione folklorica mediterranea, quasi a voler ricordare da dove il buon Vittorio è partito, da quei Dawn of a Dark Age, da poco recensiti su queste stesse pagine. Il flusso disperato prosegue in porzioni d'ombra che nemmeno lontanamente lasciano trasparire un filo di luce. Non ci sono chiaroscuri qui sia ben chiaro, ma solo una musica per anime disperate, cuori disperati, pianti disperati, stanze desolate, vie desolate, muri vuoti, occhi vuoti, parole vuote, giusto per parafrasare il testo della opening track che si dipana lungo un mid-tempo ritmato e porzioni ambient minimaliste. Delle chitarre marcescenti aprono "Despair", una song dal classico mood suicidal black, fatto di atmosfere insane, urla strazianti, dove non mancano neppure le sfuriate black, con le tastiere che giocano il fondamentale ruolo di smorzare la crudezza di un disco altresì estremo in tutto e per tutto. Deprimente ma elegante il break di pianoforte a metà brano, a cui segue una marcetta affidata a batteria e tastiere che per tre minuti si dilungano in giri melodici, atti a preparare il terreno ad un corrosivo finale e all'inizio della delirante "Paranoia", di nome e di fatto, con quel suo loop chitarristico davvero ossessionante e folle. Ancora una volta il retaggio folk del mastermind molisano galleggia in sottofondo, con suoni che contrastano l'alienazione mentale prodotta dalle rugginose chitarre dei nostri. 'Suici.De.Pression' alla fine è un lavoro interessante, ancora da sviluppare e sgrezzare, ma che mostra senza ombra di dubbio, ampi margini di miglioramento. Per quanto possa risultare un album per amanti delle sonorità estreme, un ascolto curioso lo darei lo stesso. (Francesco Scarci)

domenica 4 giugno 2017

Unaussprechlichen Kulten - Keziah Lilith Medea (Chapter X)

#FOR FANS OF: Brutal Death, Nile
Unaussprechlichen Kulten has been playing Lovecraft inspired death metal since 1999. Expanding on the tormented mythos of its focus, moments of oldschool barbaric brutality similar to Immolation are mixed with the fringes of Nile-styled technical moments that make for deeply unnerving journeys with satisfying payoffs as raging segments ride the line between the insufferable and the impressive.

Massive melodies disharmonically extinguish any thoughts of redemption or hope between shivering strings and malicious meters as the gradual pace of 'Keziah Lilith Medea' grows into an unstoppable onslaught utilizing the machinations of a maniacal mind as the template for your torment. Though the grating guitars grow annoying in “The Woman, The Devil and God's Permit”, “Dentro Del Circulo” makes up for the unnecessary liberties with a more duplicitously dulcet approach to its gradual grandeur. Most of the songs throughout this album explore cavernous cacophonies akin to Demilich's unconventional undulations, and like Demilich these unusual airs can be all too full of noisy and unapproachable combinations. As horrific as the fate of the old woman depicted on the album cover, wearing nothing but a headdress, enduring the unspeakable torments of Hell as her body withers and rots at its extremities, these songs are the remorseless foundations of a twisted perspective that only sees majesty in the blood it has spilled and the piles of rotting corpses it can leave in its wake. This disgusting music is here to offend with its uncultured debasement of Immolation's most shrieking shreds, but in that unearthly approach such appetizing moments like the tangled treble of “Sacrificio Infanticida” keep me wondering just how much the band can manipulate this unpleasantness.

“The Mark of the Devil” exemplifies thrash influence in this album. Similar to Udo Kier's 1970 film of the same name, this song is an unrelenting splatter-fest exalting the glory of hammering percussion as the arsenal of pure metal beats back any semblance of insanity. Alongside “Sabbatical Offering”, these thrashing riffs take to the skies above the churning drum chaos like winged demons circling their prey before diving into the carnage to feed on what fleeing masses of skin and sinew haven't been melted in the fires of their explosive opening salvos. Alleviating some of the most intense moments in this album these thrashers take a familiar shape as a welcome addition in more harmonious songs, blackening their brushstrokes and coloring a crushing canvas with the frantic haste to get the message understood of their captivity between such substantial swaths of distorted vibrations and unsubtle motions.

'Keziah Lilith Medea' acts as a corrupted inquisitor, not sent by the justice of Christendom to urge confessions of your sins through a firm-but-fair duress as serious as necessary in order to save a soul. This inquisitor is enchanted by the music of different screams that a tortured man can unleash and lives for experimenting with the extent of mutilation one can endure before shedding his mortal coil. Unaussprechlichen Kulten attempts to live up to the notion of its namesake by seeking high and low for what wickedness will snap that last shred of sanity in your skull. Though this mind riot takes some getting used to it hits the mark in enough places to stay entertaining as malformed malignant monsters hide within the sounds, their tortured gaits concealing the speed at which they can come and consume you. (Five_Nails)