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giovedì 29 settembre 2016

mercoledì 28 settembre 2016

Glory Hole - First Experience

#PER CHI AMA: Heavy Rock
Vi anticipo che quando mi è arrivato questo cd dal buon Franz (boss del Pozzo), ho faticato a credere che contenesse realmente musica. La grafica ha una predominanza di rosa, i font sono glitterati e sembra il DVD in versione light del cartone animato delle Winx (!!) oppure un filmino hard. Dopo questo primo smacco e convinto che non dovrei ricevere materiale di questo tipo, mi metto all'ascolto dei cinque brani. La band è composta da quattro elementi, dislocati tra Parigi e Londra, probabilmente attivi da poco e al loro debutto (le informazioni non sono tante quindi chiedo venia se scrivo delle castronerie). La prima traccia, "Lost", è in puro stile Rage Against the Machine, soprattutto nel cantato iniziale, che prosegue mutando ad un più classico rock style, come per i riff di chitarra. Molto groove e potenza da vendere, un pezzo che si fa ascoltare ed apprezzare con piacere, frutto di una buona composizione. Lo stesso vale per "Love", al limite tra stoner ed hard rock, in stile nord europeo per capirci. Anche qui il cantante mette in risalto le suo ottime doti canore, lo stesso dicasi per chitarra/basso/batteria che si fondono a meraviglia e regalano sezioni piene di adrenalina che ci obbligano a l'headbanging spinto. "Kill Your Flatmate" è l'inno di ogni persona costretta a condividere le quattro mure con una persona che non avrebbero mai voluto incontrare, quindi la rabbia viene espressa con una cavalcata strumentale già sentita, ma gli arrangiamenti dei Glory Hole regalano una ventata di freschezza e ariosità che giovano non poco al risultato finale. L'ispirazione stoner si fa strada maggiormente e pur essendo lontani dalle sonorità desertiche della Sky Valley, convincono strofa dopo strofa. Gli altri tre brani sono all'altezza della produzione già ascoltata e posso dire con sincerità che dopo aver odiato la grafica di questo EP, quasi quasi capisco lo spirito goliardico di una band che si fa chiamare "Il Buco della Gloria". Aspettiamo con ansia un full length, potrebbe essere un pezzo da collezione. (Michele Montanari)

(Self - 2016)
Voto: 70

http://www.gloryhole-band.com/

martedì 27 settembre 2016

Pénitence Onirique - V.I.T.R.I.O.L

#PER CHI AMA: Black Atmosferico, Limbonic Art
Che la parabola musica francese sia in grande ascesa, lo diciamo da tempo e non lo scopriamo di certo oggi. Quello che sorprende è che già dai debut album delle band transalpine, possiamo parlare di miracoli, grandi lavori, musiche ispiratissime od originali e quindi bisogna tributare a queste realtà, l'onore di avere idee chiare e buone fin dagli esordi e all'etichette francesi di puntare sempre sui talenti di casa propria, insomma tutto quello che manca in casa nostra sia nel calcio che nella musica. Gli ultimi arrivati in casa Emanations/Les Acteurs de l'Ombre Productions, sono questi blacksters in erba, che rispondono al nome di Pénitence Onirique, che rilasciano il loro debut intitolato 'V.I.T.R.I.O.L' (qui però mi permetto di fare un appunto su un titolo cosi abusato, Absu o Terra Tenebrosa, per citare le prime due band che mi vengono in mente). Il sound proposto dalla band di Chartres è, come si evince dalle mie parole, un black dinamico, ricco di atmosfere e melodie. "L'Ame Sur les Pavés" è l'opener del disco che palesa nei suoi oltre otto minuti le caratteristiche essenziali del duo formato da Bellovesos (tutti gli strumenti) e Diviciacos (vocals): suoni scarni, tiratissimi, oscuri ma sicuramente carichi in fatto di melodie e ambientazioni, per un risultato che li avvicina a quello di 'In Abhorrence Dementia' dei Limbonic Art, in una commistione tra black lacerante e magiche orchestrazioni, confermate lungo le infinite cinque tracce (tutte tra i 9 e gli 11 minuti) che compongono il cd. "Le Soufre", "Le Sel", la title track, fino alla conclusiva "Carapace de Fantasme Vide" saranno in grado di sommergerci con ritmiche serrate, corredate da blast beat ipersonici, vocals taglienti ma abbastanza risicate nella loro performance, questo per dar maggior spazio ad una musicalità a tratti psichedelica, epica ma comunque sempre evocativa. I testi poi, tutte in lingua madre, trattano tematiche metafisiche, occulte, legate alla vita e alla morte, anche se la mia scarsa conoscenza del francese, non aiuta granché nella lettura e interpretazione dei testi. Quello che stupisce è comunque una maturità già consolidata nel sound dei nostri, capace di mostrare una forte vena malinconica nelle chitarre in tremolo picking, in quelle urla sofferenti o in quei desolati paesaggi dipinti dalla musica dei Pénitence Onirique, che si possono scorgere in "Le Sel" o nella decadente title track che seguirà da li a poco, un'altra arrembante cavalcata di black epico e sanguigno, che avrà modo di dischiudere tremebonde trame doom. Alla fine 'V.I.T.R.I.O.L' è un lavoro davvero buono che, pur non offrendo nulla di particolarmente rivoluzionario, trova modo di offrire una più moderna interpretazione di quelli che furono grandi classici del passato, quali Limbonic Art e primi Emperor, in un maestoso approccio esoterico. (Francesco Scarci)

lunedì 26 settembre 2016

Dee Calhoun – Rotgut

#PER CHI AMA: Rock Acustico
Non è raro che chi suona in band di musica hard decida ad un certo punto di esprimersi in un ambito apparentemente lontano da quello abituale, pubblicando dischi per lo più acustici, quieti, intimi. Basti pensare ad esempio ai Neurosis e alle uscite soliste di Steve Von Till e Scott Kelly, a Wino o al “nostro” Stroszek. Alla lista si aggiunge anche "Screaming Mad" Dee Calhoun, da qualche anno voce della storica band doom degli Iron Man. Il suo esordio da solista esce per l’etichetta ligure Argonauta Records ed è un lavoro sicuramente interessante, per i fan della band madre ma non solo. 'Rotgut' è un disco prettamente acustico, scritto, suonato e cantato in modo totalmente autarchico dal buon Dee, ad eccezione di qualche parte di armonica e violoncello. Quello che emerge in maniera preponderante è la voce di Calhoum, potente e versatile, al di là di quanto già sentito negli Iron Man. Il nostro è in grado di scegliere tra più registri e risultare comunque convincente, sia quando aggredisce il microfono con tono rauco che quando fa volare le sue corde vocali in alto in modo sorprendentemente limpido. Musicalmente i brani si muovono tra atmosfere alla Alice in Chains acustici ("Unapologetic", "Babelwoka"), western-blues polverosi ("Backstabbed in Backwater", "Cast Out The Crow"), ballate toccanti ("At Long Day’s End") e suggestioni folk ("Winter: A Dirge"). Ci sono poi brani meno definiti, in cui Calhoum sfoggia un approccio forse un tantino epico e che in generale appaiono un po’ troppo prolissi ("The Train Back Home") e c’è anche spazio per un omaggio al figlioletto (che canta con lui) nella prescindibile "Little’Houn, Daddy ‘Houn". La resa sonora non è impeccabile, ma quest’aria da demo casalingo contribuisce ad accrescere quel senso di spontaneità che fa bene ad un album sincero ed appassionato, cui avrebbe sicuramente potuto giovare una nemmeno troppo generosa sforbiciata nel minutaggio. (Mauro Catena)

domenica 25 settembre 2016

Harmonic Generator - Flesh

#PER CHI AMA: Hard Rock, Aerosmith
La Francia si sa, vanta scene musicali differenti, dall'elettronica al metal e anche quella rock resiste, magari con qualche difficoltà nel trovare musicisti che siano in grado di riportarla in auge. Gli Harmonic Generator (HG) ci provano da otto anni e da poco sono usciti con questo EP che segue altri quattro lavori precedenti. 'Flesh' ci è arrivato nel classico CD sleeve cartonato, dalla grafica semplice con predominanza del giallo e nero. Una volta inserito nel lettore, ci appaiono quattro tracce per un totale di circa diciotto minuti di rock in stile anni '90, ovvero un mix di glam e hard rock pulito e pettinato. I suoni infatti sono fin troppo da bravi ragazzi, distorti ma non eccessivamente, così da piacere un po' a tutti ed evitare di essere ascoltati solamente dai patiti del genere. Probabilmente una mossa che avrebbe dato qualche frutto in passato, da un po' le statistiche dimostrano che il metal è uno dei generi più ascoltati su Spotify e quindi le situazione simil-pop rischiano di cadere nel dimenticatoio assai presto. In realtà, i brani sono anche ben fatti ed equilibrati, come "Dance on Your Grave", una ballata rock con molto groove e riff civettuoli che stimolano i fianchi delle giovani pulzelle pronte a scatenarsi sul dance floor. Il vocalist si destreggia bene tra strofe e ritornelli, la timbrica è piacevole e adatta al genere, lo stesso vale per i musicisti, che senza perdersi in sezioni ultra tecniche, riescono a portare a casa un brano adrenalinico e dinamico. "Secret Garden" piace per le sonorità simil Bon Jovi e Aerosmith, la partenza è più minimal con chitarre al limite del crunch, stacchi che permettono di riprendere fiato (non che ce ne sia bisogno) e allunghi con classici assoli di chitarra e pattern veloci di basso/batteria ben intrecciati. Un buon EP, leggermente nostalgico per chi ha superato i trent'anni e vuole rituffarsi in sonorità di qualche anno fa, ma è una valida alternativa per chi vuole rifornire la proprio collezione con materiale nuovo. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 65

http://www.harmonicgenerator.com/

Megascavenger - As Dystopia Beckons

#FOR FANS OF: Swedish Death Metal, Demiurg, Necrogod, Paganizer
Swedish death metal project Megascavenger are part of multi-instrumentalist extraordinaire Rogga Johansson’s never-ending series of bands dedicated to keeping the flame alive for the original wave of Swedish-flavored death metal. That is the main focus of the album, atmospheric Swedish death that whips the familiar churning buzzsaws through the blazing tremolo-accented riffing and plenty of flowing buzzsaw grooves that make for the ever-present Stockholm-style brand of Swedish death metal that is part of Rogga’s trademark style. The different vocalists present do give the songs a somewhat different vibe here with the different growling and shrieks generating a wholly varying atmosphere to go along with the album’s main drawback in the enhanced usage of industrial keyboards. This is so prominent in the second half of the album that it really derails the intensity and savageness of the first half and drags the album down considerably. Still, for the most part the songs are quite enjoyable. Opener ‘Rotting Domain’ gets this going nicely with stuttering start/stop riff-work and churning buzzsaw rhythms with that slowly form into a stylish gallop with crushing drumming and plodding rhythms that bring along plenty of full-throttle patterns in the final half for a strong opener. ‘The Machine That Turns Humans into Slop’ uses a blaring industrial intro before turning into a frantic mid-tempo groove with blistering drumming and hard-hitting rhythms that churns and burns throughout the final half for a fine and enjoyable enough offering. ‘Dead City’ features more melody-tinged riffing into a fine mid-tempo gallop with the rumbling rhythms and stylish patterns keeps the straightforward and plodding riff-work charging along with the melodic accents keeping the fiery melodies along throughout the final half for a decent enough effort. ‘As the Last Day Has Passed’ goes for the heavily industrial rhythms and pounding patterns that rumble along throughout the first half as the tradeoff with the blaring keyboards and the deep churning riff-work carries throughout the final half for a decent effort. ‘The Hell That Is in This World’ takes scattered riffing and straightforward rumbling drumming along through a stylish and simplistic series of riffing with the exposure of extreme industrial keyboards rattling along to more choatic patterns in the final half for a somewhat disjointed and jarring effort. ‘Dead Rotting and Exposed’ offers more industrial sampling that gives way to swirling tremolo-picked riffing with plenty of stylish howling riffing and plodding industrial tones that give way to the accented patterns throughout the final half that starts off great but really peters out in the finale. ‘Steel Through Flesh Extravaganza’ drops the churning riffing for a straight industrial charge with chugging riffing and simple drumming carrying the straightforward churning riff-work and pounding rhythms along through the final half for a decent offering. ‘The Harrowing of Hell’ goes for a complete industrial rock vibe with straightforward chugging riffing and an abundance of industrial keyboards without any churning riffing patterns and clean vocals that offers such a distracting, out-of-touch vibe that it really doesn’t fit on the album as a whole. Lastly, the instrumental title track outro goes for more industrial-flavored keyboard series of noises and blaring noises that fits with the eerie tone of the rest of the album but just seems like wasted time on the release overall which does end this on a somewhat bad note with the back-to-back weak tracks. Still, it gets enough right to work somewhat. (Don Anelli)

Mental Disaster - Raping the Symbol of Humanity

#PER CHI AMA: Death/Thrash, Deicide, Cannibal Corpse
Il secondo full length dei norvegesi Mental Disaster è intitolato 'Raping the Symbol of Humanity' e si distingue per il suo legame di sangue con band di culto come Deicide, e in parte Cannibal Corpse. Stiamo parlando di metal estremo, super compresso, velocissimo e compatto, un death concepito in modo originale e fuso con elementi thrash, privi di attimi di tregua, con un drumming tritacarne e riff di chitarra spaccaossa. Il suono è tipico del genere e i quattro musicisti di Kristiansand, sfoderando una buona dose di conoscenza dello stile e delle regole di questa forma di metal, riescono a creare una collana di brani ottimi per raccontare musicalmente un album dal titolo così iconoclasta e radicale. Brani veloci e di breve durata media che si aggirano intorno ai tre minuti o poco più, un sentore di claustrofobia disseminato ovunque, growling e screaming a gogo, oltre ad un cinico e macabro sarcasmo che vigila su tutti i titoli e presumo anche nei testi di ogni loro composizione, una visione provocatoria e drastica che accompagna uniforme i circa trenta minuti di violenza sonica del presente cd. Il suono della band, come già detto, è molto compresso e la batteria risalta che è un piacere (ottima "Crush the Opposition"), ove il virtuosismo è tutto in funzione dell'impatto, potente, distorto e letale, ed una buona produzione che ricalca le tracce e i suoni di album come 'Insineratehymn' dei già citati Deicide, rivisto con tecniche di registrazione odierne. "Thoughts of Rot...Thoughts of Hell" mostra i muscoli e una vena più fantasiosa, portando dentro di sé una forma sperimentale di thrashm metal, con una chitarra dal riff graffiante, una potente voce e una batteria al limite dell'impresa umana! L'album è omogeneo e per essere autoprodotto è un ottimo lavoro; indubbia la maestria della band ed il suo gusto compositivo, a tal proposito segnalo l'ottimo giro di basso messo in evidenza dalla bella costruzione del brano "Post-Apocalyptic Bumfight". L'ensemble è lanciatissimo e merita una chance per entrare nell'Olimpo delle death metal band che contano, anche se una ricerca futura volta ad una maggior personalizzazione del suono potrebbe giovare nel definitivo salto in avanti, ed ottenere l'emancipazione sonora nei confronti dei propri idoli, portando cosi i Mental Disaster ad alzare l'asticella e mirare veramente al gradino più alto del podio. Le potenzialità del quartetto nordico sono veramente enormi e questo secondo, nuovo lavoro del 2016, ne è la conferma, quindi, non fermatevi di fronte all'evidenza, sparatevi a volume altissimo un brano come "Cannibal Skull Cult" e gustatevi la sua prelibatezza! Long live to death metal! (Bob Stoner)

The Pit Tips

Francesco Scarci

Fuzz Orchestra - Uccideteli Tutti! Dio Riconoscerà i Suoi
At the Graves - Cold and True
Vow of Thorns - Farewell to the Sun

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Don Anelli

Demon Bitch - Hellfriends
Kinnefret - The Coming of Age
This Ending - Garden of Death

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Kent

Mélopée - Lyellle
Trampled By Turtles - Palomino
Last Minute To Jaffna - Volume III

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Matteo Baldi

Sunpocrisy - Eyegasm, Halleluja!
Messa - Belfry
Hate&Merda - La Capitale de
l Male 

giovedì 22 settembre 2016

Virgo - S/t

#PER CHI AMA: Desert Rock
Secondo full length per il quintetto veneto che, dopo l’esordio autoprodotto de 'L’Appuntamento', si sono aggiudicati il premio MEI in occasione della “Biennale Marte Live 2014”, con la possibilità di registrare un lavoro per l'Alka Record Label. 'Virgo' è un album intenso e molto interessante nel suo coniugare il desert rock d’oltreoceano con testi in italiano. Il suono si conferma potente, compatto e aggressivo, valorizzato da una produzione di alto livello, in grado di rimandare al meglio l’ottima coesione dei musicisti. Quello che appare evidente fin dal primo ascolto però, è la fortissima connotazione data al loro sound dal connubio tra la voce di Andea Perrino ed i testi delle canzoni. Sappiamo quanto la lingua italiana sia difficilmente domabile ed adattabile al rock duro, tanto da aver generato negli anni tanti approcci diversi, dal cut-up dei primi Afterhours, allo spoken-word dei Massimo Volume, passando per il quasi non-sense dei Verdena, più attenti al suono delle parole che al loro reale significato. I testi dei Virgo cercano un approccio più poetico ed ermetico, simile ai primi Marlene Kuntz, senza paura di utilizzare termini ricercati e accostamenti arditi. Questo, unito al timbro scuro, profondo e bluesy di Perrino (che mi ha ricordato alcune band anni '90 tipo Movida o Politburo) crea una combinazione estremamente personale, che può piacere o meno, ma infonde indubbiamente carattere alla band. Nel suo dipanarsi tra 12 episodi ugualmente convincenti, il disco raggiunge picchi in cui il mix tra testo e musica risulta particolarmente azzeccato ("Danza di Corteggiamento" o "Selene", giusto per citarne un paio), anche se, alla lunga, sembra pagare un’eccessiva uniformità di atmosfere che tendono a far sì che nella seconda parte i brani finiscano tutti per assomigliarsi un po’. Un lavoro assai interessante, soprattutto per l’esposizione di un linguaggio fortemente personale. Se riusciranno a variare un po’ il canovaccio (e ne saranno senz’altro capaci, basti ascoltare le ottime versioni unplugged di alcuni brani presenti sul loro sito) e a fare i conti con una voce che può risultare “ingombrante”, sono certo che i Virgo potranno regalarci in futuro cose eccellenti. (Mauro Catena)

(Alka Record Label - 2016)
Voto: 70

https://soundcloud.com/virgo-the-band

mercoledì 21 settembre 2016

Drachenblut - A Foretaste of Apocalypse

#PER CHI AMA: Symph Death, Graveworm
Sorprendente come i Drachenblut abbiano impiegato "solamente" cinque anni dalla loro fondazione, per partorire il loro demo cd, di cui posso vantarmi di essere uno dei pochi fortunati possessori. Ancor più sorprendente ascoltare suoni che pensavo un po' scomparsi dal panorama musicale da parecchi anni. Si perché i parmensi Drachenblut (che in tedesco vuol dire sangue di drago), propongono un death dalle forti tinte sinfoniche che si esplica attraverso i due brani contenuti in 'A Foretaste of Apocalypse'. Il primo, "Kingdom Apocalypse", è caratterizzato da un sound in cui potrete udire un ipotetico ibrido tra il symph death degli altoatesini Graveworm e le suggestioni gotiche dei Cradle of Filth, in una certa alternanza a livello ritmico, dove sottolineerei la bella prova alle tastiere di Daniele Corradi (anche se un po' troppo abusate in taluni frangenti) e la convincente performance dietro al microfono di Saylor, possente nelle sue growling vocals, più originale nella sua timbrica pulita. "Swancry" è la seconda lunga traccia del dischetto che si farà ricordare per il suo inizio fantasy, la sua bella cavalcata centrale, ma ancor di più per la sezione solistica che si (e ci) diletta in un avvincente finale, in cui il quintetto sfodera tutte le potenzialità a livello tecnico. Auspico che i nostri possano ottenere quanto prima quel minimo di visibilità per farsi notare ad un pubblico più vasto e farsi perché no, esponenti di una nuova ondata di death sinfonico che necessiterebbe di una bella ventata d'aria fresca. Per ora un piccolo assaggio, gradirei qualcosa di più sostanzioso per placare la mia fame. (Francesco Scarci)

martedì 20 settembre 2016

Fallen Eight - Rise & Grow

#PER CHI AMA: Metalcore/Nu metal/Alternative, Disturbed
I Fallen Eight vengono da Parigi e non propongono metal estremo. Questa è già una novità per chi come me, è abituato a frequentare band black o death d'oltralpe. Il quintetto, al debut con questo 'Rise & Grow', propone un heavy metal contaminato assai potente, in un 6-track ben confezionato e (self)prodotto. "Reborn", "Come From the Sky", "Final Shot", "Breath of the Ages", "Light" e l'ultima "Worst Nightmare", scorrono via veloci, miscelando un ruffiano metalcore con una forma più moderna di Nu metal, che assai spesso tende ad indurre un feroce headbanging, come se nel vostro stereo stesse ancora scorrendo un pezzo dei Pantera del 1992 o un qualcosa di più alternative in stile Disturbed. Ecco l'effetto Fallen Eight, proporre song dirette, vocals incazzate, ma quasi mai in versione growl e chorus catchy. Un plauso va poi alla sezione ritmica grazie ad un riffing metallico, ben calibrato che incorpora al suo interno sia la cattiveria del heavy metal più intransigente anni '80 che di sonorità decisamente più mainstream, stile Linkin Park o Avenged Sevenfold. Per quanto non sia un un fan del genere, un ascolto disinteressato a 'Rise & Grow', lo concederei anche. (Francesco Scarci)

Blobfish Killer - S/t

#PER CHI AMA: Hardcore, The Bronx
Picchiano, picchiano duro i marsigliesi Blobfish Killer, esponenti di un hardcore in acido davvero interessante. L'Ep omonimo (peccato averlo avuto in mano soltanto oggi) consta di tre pezzi, che partendo da "Erotic Palace", cattura per la linearità della sua proposta: un rifferama molto rock con voci invece assai caustiche, contaminato da schegge di musica elettronica, metalcore e sicuramente un pizzico di follia, il che non guasta mai. Ottime le linee di chitarra in "Party Hard", belle pestanti con sopra quella voce schizzata del frontman a gridare tutta la propria rabbia; spettacolare il break rock'n roll quasi ad inizio brano, che incendia l'aria che è un piacere. I nostri poi vanno via spediti verso la meta, ossia il terzo brano, "Never Again", che in poco meno di tre minuti, ha il compito di chiudere con ferocia un breve EP, che rappresenta un buon antipasto per questa dinamitarda band transalpina. Niente per cui gridare al miracolo, ma tanti suoni intimidatori adatti ai fan dei The Bronx. (Francesco Scarci)

Compass & Knife – The Setting of the Old Sun

#PER CHI AMA: Post Rock, Mogwai
Ok, mi arrendo. Alzo le braccia, abbasso la testa e confesso: non so davvero cosa scrivere di un disco di questo genere. Non che non sappia cosa scrivere in assoluto, ma non so bene che scrivere di nuovo e che non abbia già fatto molte altre volte. I Compass & Knife sono un trio di Tacoma, nello stato di Washington, e suonano rock strumentale. Non userei il termine post rock, che per me ha accezioni ben diverse, se non fosse che così facciamo prima e ci capiamo: i C&K sono un trio post rock che sul finire dello scorso anno ha pubblicato questo loro secondo lavoro che ha riscosso reazioni molto positive su diverse webzine oltreoceano. 'The Setting of the Old Sun' è un bel disco? Oggettivamente, si. È ben suonato, ben registrato, non dura un’eternità e anzi riesce a fare della sintesi uno dei suoi punti di forza. Mette in fila otto tracce piacevoli e accattivanti, che puntano tutto sulla melodia e un impatto piuttosto energico, con le consuete alternanze tra vuoti e pieni che non esagerano né in un senso né nell’altro. 'The Setting of the Old Sun' è un disco originale? Per quel che vale, no. E difficilmente potrebbe esserlo, tanto è ben ancorato a modelli di riferimento saldi e riconoscibili, dai Mogwai ai God is an Astronaut, anche se non li ricalca mai in modo pedissequo, cercando piuttosto di fondere gli stili in una proposta coerente. In questo senso, credo che l’esperimento tentato con due brani cantati – sorta di shoegaze sognante - "Transconsciousness" e "Our Home is Nothing but a Memory" - sia non solo perfettamente riuscito ma che possa rappresentare la direzione per il futuro. 'The Setting of the Old Sun' è un disco che ascolterò a lungo? Difficile dirlo adesso, ma credo abbia le carte in regola per resistere alla prova del tempo. E adesso abbasso le braccia, alzo la testa, e accetto la sentenza. (Mauro Catena)

lunedì 19 settembre 2016

417.3 - 34

#PER CHI AMA: Post Rock Sperimentale, Mono
Rostov sul Don è la più grande città della Russia meridionale che apre le Porte del Caucaso al territorio sovietico, nonché patria storica dei cosacchi e per il sottoscritto, da oggi, anche la città che ha dato i natali a questi 417.3. Non so esattamente a cosa si riferisca questo numero, una ricerca su internet mi ha condotto a qualche protocollo HACCP, che non credo faccia esattamente riferimento al moniker della band; ho pensato anche di interpretare questa misteriosa cifra come una data, 3 luglio 1941, un giorno in cui Joseph Stalin fece un discorso radiofonico all'Unione Sovietica per invitare il popolo a sollevarsi contro l'invasore o ancora potrebbe riferirsi al giorno della battaglia di Białystok–Minsk, dove i tedeschi ebbero la meglio sulle truppe sovietiche, 417.3 rimane per me un mistero. Il quintetto russo nasce nel 2005 e in dieci anni hanno prodotto un paio di album, di cui questo '34' è l'ultimo da poco uscito. Le influenze dell'ensemble pescano a piene mani nel post rock di gente quali Explosion in the Sky o Mono, ma nelle corde dei cinque ragazzi scorrono anche fiumi di math e prog rock. Quel che conta però è che i cinque brani (i cui titoli fanno riferimento ad altri codici per una numerologia a me sconosciuta) mi convincono pienamente per la loro maturità di fondo e la consapevolezza di saper catturare l'attenzione di un ascoltatore esigente come il sottoscritto, che fatica in assenza di un vocalist. Servono pertanto un crescendo di suoni, splendide melodie ed atmosfere vellutate nei dieci minuti di "15", la traccia d'apertura, per scaldare gli animi di quei diffidenti. Quello che più mi colpisce della proposta strumentale del quintetto, è l'utilizzo che fanno delle percussioni, vero punto catalizzatore del flusso musicale dei 417.3. Queste deliziano il mio palato con sommo piacere, accompagnandosi a tocchi forse un po' ruffiani ma azzeccatissimi, delle 6-corde e a quel senso di malinconia che è diffuso un po' in tutto il disco, un'emozione che fa chiudere gli occhi e ondeggiare il capo sulle note dei nostri. Ed è solo la prima song, quasi dieci minuti di fulgide emozioni. "92" parte ancora una volta piano, delicata come una dolce carezza sul viso, capace di accelerare solo in un paio di frangenti. È poi il momento di "581", una song più stralunata, che vede il supporto degli Henry Teil, una band locale sperimentale, formata peraltro da membri dei 417.3 stessi e dai Retina, combo dedito ad un sound elettronico downtempo e che fa dell'improvvisazione il suo credo. Questo si riflette inevitabilmente nell'incedere ambient/noise della traccia, a cui aggiungerei anche industrial e IDM, che arricchiscono ulteriormente la proposta della band di Rostov che sul finale, trova il modo di restituire l'originale verve rock ad una traccia che aveva intrapreso strane derive sperimentali. Con "501" (che faccia riferimento ai Levis?), i nostri tornano apparentemente sulla "retta" via, con un sound inizialmente post rock, sfruttando il canonico uso di ripetizioni di versi di note e consueti improvvisi cambi di tempo, anche se la vena noisy/minimal/ambient sembra diventare preponderante per gran parte degli oltre dieci minuti del pezzo. Il disco si chiude con "52", che cita ulteriori influenze kraut rock per l'act russo, in un flusso dinamico che portano alla creazione di trame e desolati paesaggi sonori che si fondono con il resto della strumentazione. I nostri ci metteranno anche del tempo a produrre i loro album, c'è da dire che il risultato finale è davvero meritevole. (Francesco Scarci)

(Towner Records/Unlock Yourself Records - 2016)
Voto: 80

https://4173.bandcamp.com/

domenica 18 settembre 2016

Lucy's Doll - Formula for Hate

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Alternative Thrash, Machine Head
No, no e ancora no... ma chi sono questi? Il claim pubblicitario dell'epoca affermava che la band arrivava dall’Australia per conquistare l’Europa; francamente, ne potevano fare a meno. Il trio australiano propone infatti un sound alternative, che mischia, in modo ridicolo, il thrash con il crossover, con un cantato molto vicino a Rob Flynn dei Machine Head. La musica dei nostri vorrebbe rifarsi ai grandi del genere ma, anche copiando, il gruppo non riesce a cavarne un ragno dal buco. Sono scontati, noiosi, privi di verve e idee originali: non riesco veramente a salvare nulla di questo disco. Mi spiace, perché amo quella terra e le idee molto spesso originali partorite in quel continente, ma qui proprio non ci siamo. Anche quando i nostri abbandonano il loro banale thrash e si lanciano nella riesumazione del grunge sono da dimenticare. Da denunciare. (Francesco Scarci)

(Twilight-Vertrieb - 2006)
Voto: 40

Dive Your Head – Le Prix Du Sang

#PER CHI AMA: Hardcore/Metalcore
La band francese dei Dive Your Head s'incastra alla perfezione in un limbo sonoro tra metal, nu metal, hardcore e metalcore senza imitare nessuno, pur restando fedele ai canoni stilistici dei suddetti generi. La commistione sonora è lanciata in orbita da una prova canora decisamente esaltante ed esplosiva del vocalist Luca Depaul – Michau, un vero creatore di rabbia urlata al vetriolo. Alla prestazione vocale sopra le righe aggiungiamo anche che Luca canta in lingua madre e questo rende la storia molto intrigante e personale, nel ricordo di grandi band conterranee come FFF o Noir Desir che in ambiti musicali diversi, hanno avuto il coraggio di sostituire il classico inglese con il francese, ottenendo ottimi risultati. La band suona secca e precisa, dominata da riff aggressivi e un drumming tesissimo, per cui tutto il carico del suono è spalmato in brani velocissimi e sempre in tiro, mostrando tutta la loro potenza in composizioni che arrivano al massimo intorno ai quattro minuti. Niente fronzoli e tanta rabbia, da ascoltare e da saltare, con parecchi watt da vendere e quel tocco modernista alla Of Mice & Men che non guasta in una band così giovane, essendosi formata nel 2012. Buona la tecnica di tutto l'ensemble, con poco spazio concesso ad inutili virtuosismi, un'attitudine hardcore, un velato amore per i ritmi alla Slipknot ma anche una propensione all'orecchiabilità, che non vuol dire per forza perdita di coerenza e potenza ma al contrario, così sparsa tra un brano e l'altro, fa in modo che l'album risulti assai trascinante e di facile accesso, in grado cosi di soddisfare anche i più esigenti a riguardo del genere. Si percepisce la voglia di farsi largo tra i tanti progetti esposti in questo campo, spingendo al massimo l'acceleratore su ritmi incalzanti dal sapore metal e dal piglio hardcore, omogenei e pesanti sulla scia di band come August Burns Red, e i già citati Of Mice & Men, qualche nevrosi alla Cursed, anche se non in chiave così sotterranea, e un accenno di folle tecnologia metallica virata verso gli ultimi Fear Factory, che esalta l'impeto di un drumming mozzafiato. Ottima l'apertura affidata a "Les Rois Perdus" o l'incedere lento, teso e futurista di "Luxuria" con le sue sferragliate al veleno che non lasciano il tempo di riprendere fiato (il mio brano preferito) o ancora "Post Mortem" così grooveggiante (in alcune parti di voce pulita immaginate di sentire i geniali Helmet cantati in francese!) e isterica da non riuscire a stare fermi (esplosiva e perfetta per l'headbanging!). Alla fine, la band transalpina con questo album non potrà che ottenere buoni consensi, ed anche al di fuori dei confini nazionali, il cantato in lingua madre potrebbe risultare come una novità e riscuotere un ottimo riscontro di pubblico. Ascoltate e riascoltate senza remore questo album, non ve ne pentirete! (Bob Stoner)

venerdì 16 settembre 2016

Antigama - Resonance

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Grind, Napalm Death, Psyopus, Cephalic Carnage
Identificati come la nuova faccia del grindcore moderno, i polacchi Antigama non potevano non sfuggire dalle grinfie della Relapse Records. Dopo due furiosi lavori quali 'Discomfort' e 'Zeroland', la band di Varsavia ha continuato nella sua evoluzione, proponendo un sound sempre più borderline tra brutal death e grindcore. In 'Resonance' però i suoni si fanno più claustrofobici rispetto al passato, ma anche più ossessivi e psicotici. Forti di una produzione eccellente e di una padronanza strumentale ineccepibile, i nostri ci sparano in volto 17 schegge impazzite di musica feroce, allo stesso tempo ipertecnica e malsana: combinando la asprezza del grind old-school con gli acrobatici numeri della scuola techno grind tipica di act quali Cephalic Carnage e Cryptopsy, il combo ci aggredisce con un mix mortale di riff micidiali e intricati, iperveloci blast beat, rigurgitanti growling vocals, ma anche insane, schizofreniche e rallentate atmosfere, che ci mostrano il lato più malato, ma secondo me, più intelligente della band polacca. Qui non troviamo soltanto una furia sonora fine a se stessa, ma anche citazioni psichedeliche alla Mastodon, frammenti impazziti di musica tribale (ascoltate “No” e la successiva “After” per farvi un'idea); richiami più o meno eccellenti ai Sepultura (per ciò che concerne l’utilizzo della batteria), ai Napalm Death (per le similitudini vocali con mister Barney) e ai Meshuggah sotto acido. 'Resonance' ci consegna una band che dimostra di avere idee assai chiare e una forte dose di personalità e autoironia. Promossi a pieni voti!! (Francesco Scarci)

(Relapse Records - 2007)
Voto: 75

https://antigamaband.bandcamp.com/album/resonance

giovedì 15 settembre 2016

Pervy Perkin - .ToTeM.

#PER CHI AMA: Metal Prog Sperimentale, Devin Townsend
Geni, folli, temerari o cos'altro diavolo sono questi spagnoli Pervy Perkin? La band di Madrid ci spara un mattonazzo di quasi 80 minuti (60 dei quali raccolti in sole tre canzoni) fatto di sonorità progressive che vanno a scomodare Porcupine Tree, Riverside e Devin Townsend, giusto per citare solo alcuni dei nomi più eclatanti che ho individuato durante l'ascolto di '.ToTeM.', visto che poi il disco trova modo di prendere strane pieghe sonore e finire per involarsi in territori che di metal hanno ben poco. La prima testimonianza la si raccoglie con la lunga opening track: "I Believe" dura infatti ben 15 minuti che oltre ad evocare la band di Steven Wilson e soci in sonorità marcatamente prog, trova anche il modo di sprigionare un che dei Queen, ispirarsi ad uno dei molteplici progetti di Mike Patton e nel medesimo frangente anche di fare il verso agli Opeth, quest'ultimi forse per il solo uso delle growling vocals in una matrice prog. La traccia comunque ha le sue pause, tant'è che la sensazione percepita è quella di aver ascoltato almeno 3-4 pezzi visti i cambi ritmici in cui incappa. Dopo il primo ascolto ciò che rimane è l'impressione di aver a che fare con una band davvero originale e pure preparata tecnicamente, il che non guasta di certo in un genere complicato da suonare come questo. Da sottolineare l'aspetto corale delle vocals, cosi come la bravura del frontman, tale Dante The Samurai, in versione clean dietro al microfono. Sostenuto un primo allenamento con la song iniziale, l'intermezzo trip hop di "The City" (stile Portishead per capirci) e la successiva "KountryKuntKlub", traccia che almeno nei primi secondi sembra citare gli Anathema, ma poi sfocia in realtà in un folle (e sottolineerei folle) pezzo country, non ci resta che affrontare la maratona di 26 minuti di "Mr. Gutman", introdotta da un altro intermezzo trip hop. Eccoci quindi al cospetto di questa infinita canzone, dove mi aspetto francamente di sentirne delle belle: l'intro sembra di quelle affidate ad aprire una favola, della serie "once upon a time...". Poi la musica imbocca altre deliranti strade in bilico tra space rock, blues, il teatro dell'assurdo di "zappiana" memoria, colonne sonore, fino ad una ricerca musicale più avanzata, che vede nel prog di Yes o Rush altri mondi esplorati da questi pazzi ragazzi iberici. La song è davvero complessa, si rischia a tratti addirittura di perderne il filo conduttore, soprattutto se si passa dall'hard rock al death metal nel giro di pochi secondi, facendo tappa nel funk alternative dei Primus e l'attimo successivo stiamo già ascoltando musica elettronica, improvvisazioni swing e mille altre diavolerie che hanno il merito (o demerito, fate voi) di disorientare, anzi no, ubriacare letteralmente l'impavido ascoltatore che ignaro si mette all'ascolto di '.ToTeM.'. Probabilmente non vi avrò raccontato esattamente tutto quello che vi ritroverete ad ascoltare in questo brano, però voi pensate a qualsiasi cosa fuori dagli schemi e verosimilmente la incontrerete qui, in quella che è la song più incasinata mai ascoltata in tutta la mia carriera di recensore. Qui ce n'è davvero per tutti i gusti e forse proprio qui potrebbe risiedere il limite dell'album, in quanto alla fine il rischio è quello di non accontentare nessuno o solo quei pochi dalle vedute assai ampie. Certo, i riferimenti musicali all'interno del disco sono vastissimi e serve aver mangiato un'enciclopedia della musica per poterli cogliere tutti. Uno psicotico intermezzo noise e si arriva scossi a "Hypochondria", una song dove i nostri, non paghi del casino fin qui creato, si mettono ad emulare i Pungent Stench con un death malato che comunque qualche secondo più tardi sarà già evoluto nel sound dei System of a Down, a seguire nei Between the Buried and Me o nei Cynic e infine ci si lancia verso sonorità aliene (mancavano solo queste d'altro canto). Direi in generale che il motto dell'act madrileno sia "chi più ne ha, più ne metta", visto che i cinque non si fanno mancare neppure scariche grind (ma è solo questione di decimi di secondo). È il momento dell'intermezzo industrial, tale contaminazione mancava all'appello. Siamo quindi giunti al mostro finale, cosi come in un qualche videogame anni '80. La prima citazione di "T.I.M.E. (Part 1 The Experiment)" spetta ai Radiohead, ma non temete, 20 minuti sono lunghi e c'è il tempo di ascoltare tutto e il contrario di tutto. Eccomi difatti accontentato perché i nostri calano un bel rifferama potente, ovviamente tranciato per lasciar posto a voci sofferenti coadiuvate dalla sola batteria in un pezzo hard rock. Ma i nostri soffrono a non sorprendere i fan, e già in sottofondo si percepisce il desiderio di inserire qualche altro elemento che da li a poco rivoluzionerà completamente l'incedere del pezzo, statene certi. I Pervy Perkin sono fatti cosi, e in questi ottanta minuti ho imparato a conoscerli e ad apprezzare la loro proposta schizofrenica, forse perché un po' schizofrenico lo sono pure io... (Francesco Scarci)

(Rockest Records - 2016)
Voto: 85

https://pervyperkin.bandcamp.com/

Ygfan - Köd

#PER CHI AMA: Folk/Dark/Post Black, Agalloch, Alcest
'Köd' è l'EP di debutto degli ungheresi Ygfan, band uscita nel 2015 con il presente lavoro in formato digitale, poi riproposto lo stesso anno dalla Fekete Terror Productions in cassetta e finalmente nel giugno di quest'anno in cd, per merito della nostrana A Sad Sadness Song, che ha scovato e promosso l'act di Budapest. A ragione peraltro. Si perché i quattro ragazzi si fanno notare per un sound sicuramente atmosferico e carico di pathos, che trova sfoghi più violenti in rare sfuriate di matrice post-black, ma che in realtà si mettono in evidenza piuttosto per una marcata vena dark del disco che sembra quasi donare quel quid indispensabile affinché l'ensemble prenda le distanze dall'assai inflazionato black. E devo ammettere che il risultato è davvero brillante con i nostri che compongono un sound espressivo e convincente, che si svolge lungo le quattro tracce contenute nel dischetto, in un'alternanza di umori, sensazioni e buone dosi di originalità. La lunga opener dispiega una verve folklorica, mantenendosi su un mid tempo controllato anche quando entra in collisione con il black, palesando peraltro un buon gusto per le melodie, dal vago sapore mediorientale, ma sempre caratterizzate da un mood malinconico, complice anche una voce corale nel suo taglio pulito, un po' più acerba nella versione scream. Ancor più convincente la seconda song, forse anche per una durata meno estenuante, ma che comunque consente di assaporare il fluido magnetismo sonoro degli Ygfan, che si materializza attraverso suoni naturali, resi ancor più caldi e pastosi da un basso collocato in primo piano, che rende il tutto corposo ed avvolgente. "III" si apre ancora con versi di animali, tant'è che sembra quasi di trovarsi nel bel mezzo di un bosco, dove volgere lo sguardo verso la punta degli alberi, ruotare su se stessi e odorare il profumo che galleggia nell'aria, ascoltare i rumori della natura e lasciarsi infine cullare dalla dolcezza sprigionata dalla musica, quasi costantemente proposta in semi-acustico dalla band magiara. Proprio qui risiede un altro dei punti di forza per gli Ygfan, che in questo pezzo potrebbero anche essere accostabili agli Agalloch. Con "IV" giungiamo con mestizia al termine dei 32 minuti di 'Köd'; rimane infatti sospeso quel desiderio di volerne di più, grazie ancora ad atmosfere soffuse che si alternano a suadenti chitarre distorte che ammiccano al blackgaze cosi come le voci evocano gli Alcest in un pezzo dai tratti solenni, quasi magici. (Francesco Scarci)

(A Sad Sadness Song - 2016)
Voto: 75

https://ygfan.bandcamp.com/releases

mercoledì 14 settembre 2016

Elane - Lore Of Nén

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Neofolk, Dead Can Dance, Nebelhexe, Enya
Suoni mistici, magici ed intensi... ecco cosa racchiude 'Lore of Nén', secondo capitolo discografico dei teutonici Elane. Addirittura 19 tracce che richiamano inequivocabilmente la tradizione celtica, i suoi segreti e le sue ancestrali melodie. Il quintetto tedesco, a distanza di tre anni da 'The Fire Of Glenvore' si riaffaccia sulla scena, con un lavoro pregno di fascino e ideale colonna sonora per un film fantasy: soffuse e vellutate melodie costruite da chitarre acustiche, tastiere, archi e percussioni, arricchite da ottimi arrangiamenti orchestrali e poi, come tralasciare la soave e sensuale voce di Joran Elane, la leader indiscussa della band, la cui magica ugola non può non ricordare i vocalizzi delle grandi esponenti della scena folk, quali Loreena Mckennitt o Enya. Raggi di luce squarciano il cielo, oscure ombre e tenebrose atmosfere vengono dipinte dagli strumenti degli Elane; pennellate malinconiche grigio scure viaggiano attraversano i nostri sensi e non è solo l’udito a beneficiare di questo disco, ma anche la vista ci conduce in paesaggi fiabeschi, stile “Il Signore degli Anelli”. È sufficiente chiudere gli occhi e immergersi in un’altra epoca, farsi avvolgere da un altro mondo in cui gli gnomi passeggiano per le strade, ove maghi dagli strani cappelli volano nel cielo ed epici cavalieri lottano per uccidere pericolosi draghi. 'Lore of Nén' vi porterà lontano dal vostro mondo per vivere un’esperienza unica in posti incantati, dove un eccitante fluire di emozioni vi strapperà dal cuore, la noia della triste quotidianità. Magia allo stato puro. (Francesco Scarci)

(Distinct Music - 2006)
Voto: 75

http://elane-music.com/

Omnihility - Dominion of Misery

#FOR FANS OF: Brutal Technical Death Metal; Internal Suffering, Deeds of Flesh
The third full-length from Oregon-based brutal/technical death metallers Omnihility once again manages to contain their ravenous and utterly pummeling assault into a whirlwind of technical and brutal death. This is mainly a finely-acute mixture of swirling, dive-bombing technically-challenging riffing that hurtles forth at rather frantic tempos that adds an overt brutality as the band whips up a frenzy of complex arrangements alongside the mechanical patterns. With an occasional dip into a more mid-tempo chug-based pattern, this serves as a nice buffer to off-set the more brutal moments here with the tightly-wound, frenzied rhythms here containing a rather charging, chaotic focus with this series of riffing coming together incredibly well. There’s only a slight issue with this one, as the album sounds way too mechanical and triggered at times to really breathe like the material really calls for here as the guitars really offer no depth or variety in their tone and stay on the same format for the album’s duration while the drumming is rather one-note choppy blasts without much deviation as well. It’s really the only thing to dislike here as the rest of the material is quite fun. The instrumental intro ‘Morte Aeterna’ uses it’s eerie lullabye-style to set-up proper first track ‘Psychotic Annihilation’ which carries many of the album’s traditional stamps here of utterly schizoid rhythms swirling through blazing tempos in a tight, frantic charge that readily overwhelms with it’s dive-bombing patterns and razor-wire riff-work that gets this off to a fine start. ‘Immaculate Deception’ slows down the tempo for more of a mid-tempo chug with it’s blasting mayhem as the twisting rhythms and full-throttle drumming continuing the assault with plenty of ravenous patterns throughout that kicks into more technical realms for another standout effort. ‘Dementia Praedox’ and ‘Dead Eden’ both carry more of the same in regards to whirlwind patterns of swirling, complex patterns diving around a frantic, frenzied rhythm augmented with plenty of technically-challenging and complex riffing, blasting drumming and brutal rhythms throughout. The instrumental ‘Within Shadows’ works as a fine mid-album breather that leads into ‘Reflections in Blood’ as the return to a more mid-tempo filled pattern in the riffing and drumming makes for another rather heavily-mechanized charge with the steady blasting and swirling riffing keeping this moving along quite nicely with plenty of fine brutality offered up in a solid enough track. ‘Parasitic Existence’ offers utterly blasting drumming and frantic swirling riff-work firing off plenty of stellar complex rhythms as the frantic, utterly straightforward pummeling tempo keeps the blazing intensity featured non-stop for a true highlight offering. ‘Necrotic. Consumption. Obsession’ is yet another rather enjoyable burst of charging twisting rhythms and frantic rhythms holding the technical patterns in line throughout the frenetic tempo as the blasting drum-work alongside the swirling brutality makes for a stellar offering as well. Finally, the album-closing instrumental title track offers another series of fine swirling rhythms and technically-challenging patterns to really generate a rather impressive closing note for this one. It’s really only the troubling issues already-mentioned that really hold this one back. (Don Anelli)

martedì 13 settembre 2016

Amphetamin - A Flood of Strange Sensations

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze, Tame Impala, Porcupine Tree
Le one-man band sono pericolose: innanzitutto perché, per fare un bel lavoro, devi essere sostanzialmente un genio. E poi perché in qualche modo il tuo strumento preferito rischia sempre di sovrastare gli altri. È inconscio, credo. Nel caso del francese Sebastian, mente e cuore dietro il progetto Amphetamin, lo strumento prediletto è la voce: emozionale, sospirata, melodica, capace di creare belle atmosfere. Le linee vocali sono ricche di falsetti – che personalmente amo poco, ma tant’è – e mi ricordano qua e là nello stile, Steven Wilson, HIM e forse qualcosa di James Blake. Intendiamoci: Sebastian ha una voce pulita, precisa e capace di suscitare forti sensazioni. Ma la composizione e la produzione stessa del disco la premiano fin troppo: 'A Flood Of Strange Sensations' è un lavoro fortemente incentrato sulla voce. Si salva forse la chitarra (splendido l’assolo in “Favourite Doll” o la progressione di accordi in “Endless Nights”), mentre batteria, basso e synth spariscono in un lago di noia e pattern banalissimi. Musicalmente, è un disco che definirei post-rock/shoegaze nel solco di Tame Impala e Porcupine Tree, pur avendo qualcosa di prog, una forte attenzione all’atmosfera generale e anche certe interessanti venature esotiche (“Stranger On An Island”). Non mancano ritmiche serrate e distorte (“The Threshold”), ma in generale la predilezione di Amphetamin/Sebastian è per la melodia, l’arpeggio indovinato, i violini a tappetone, il mid-tempo in quattro quarti (“Neverland”). Applaudo il tentativo dell’autore di costruire un album che si lascia ascoltare, scorre piacevole pur senza stupire; e di costruirlo interamente da solo – dalla scrittura alla registrazione, fino all’autoproduzione. Ciononostante, le pur belle melodie vocali di in 'A Flood Of Strange Sensations' nascondono una composizione strumentale solo mediocre. Il risultato è un bell’esercizio vocale non sufficientemente supportato musicalmente: ma sarei curioso di ascoltare Sebastian inserito a tutti gli effetti in un gruppo “vero” – lì sì che potrebbe regalare grandi sorprese. (Stefano Torregrossa)

lunedì 12 settembre 2016

Fuzz Orchestra - Uccideteli Tutti, Dio Riconoscerà i Suoi

#PER CHI AMA: Psych/Math Rock Sperimentale
Arnaud Amaury (in italiano Arnaldo Amalrico) fu prima abate, poi arcivescovo nel Mezzogiorno francese nel tardo medioevo. Il suo nome è legato indissolubilmente a quello di Papa Innocenzo III, da cui fu incaricato di debellare l'eresia dei Catari durante la Crociata albigese del 1209. Il religioso marciò con l'esercito verso la Linguadoca dove poi a Béziers, fece massacrare migliaia di persone in quanto Catari, ma essendo la maggioranza dei cittadini cattolici, perirono anch'essi nell'azione militare. Sembrerebbe leggendaria (e comunque ancora fonte di discussioni a distanza di ben otto secoli) la risposta che fu data in quella circostanza da Arnaud Amaury a un suo soldato che gli chiedeva come distinguere nella soppressione, gli eretici dai cattolici: "Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi". E proprio da questa controversa risposta, nasce il titolo della quarta release dei Fuzz Orchestra, un connubio di generi e sottogeneri musicali che ben si amalgamano tra loro in una scoppiettante miscela sonora che include otto brani. Brani che sono innescati dal vibrante e dinamico incedere di "Nel Nome del Padre", song che abbina ad una cavalcata puramente metal, atmosfere da film spaghetti-western, corredate da una serie di parti parlate verosimilmente estrapolate da qualche film anni '60-'70 (nel disco ci saranno anche citazioni bibliche, letterarie e molto altro che ho faticato ad identificare). Questa peculiarità contraddistingue l'intero album, con una ricercatezza nei dialoghi offerti del tutto non casuale, orientata a discorsi di carattere politico-religioso che a distanza di cinquant'anni risultano ancora del tutto attuali. Il genere del power trio lombardo si srotola comunque in una musicalità che coniuga una specie di psych-stoner con sonorità a tratti orchestrali ("Todo Modo"), di cui sottolineerei l'eleganza a livello degli arrangiamenti, grazie alla presenza di una serie di ospiti (N. Manzan, M. Santoro, F. Bucci, S. De Gennaro tra gli altri) e relativi strumenti (violino, fagotto, trombone, timpano) di tutto rispetto, che rendono la proposta dei Fuzz Orchestra davvero di elevato spessore. Lenta e ipnotica, "Born Into This" convince appieno per la presenza dei fiati e per la piega sperimentale che prende nel corso della sua evoluzione strumentale; inoltre il testo non è altro che un riarrangiamento di 'Dinosauria, We', poesia di Charles Bukowski. Decisamente più oscura e angosciante (soprattutto a livello di liriche) "L'Uomo Nuovo", dove i campionamenti noisy sono affidati ad un altro ospite rilevante, Riccardo "Rico" Gamondi degli Uochi Toki. La musica dei Fuzz Orchestra si fa brano dopo brano sempre più aggrovigliante e nella tenebrosa "Una Voce che Verrà", l'atmosfera sprofonda in un baratro da cui la speranza appare fuggita da tempo. Fortunatamente un filo di luce sembra tornare nella successiva "Il Terrore è Figlio del Buio", altro pezzo dannatamente metal (oserei dire speed metal) almeno nella sua prima metà, prima che l'aria si increspi per pochi attimi e che il fuoco divampi nell'incendiario finale che introduce al "Lamento di una Vedova" e ad una fisarmonica che sembra risuonare in una qualche brasserie francese lungo la Senna. Arriviamo ahimè alla conclusione con "The Earth Will Weep", dove altri due ospiti ci stanno aspettando: Simon Balestrazzi (Kirlian Camera tra gli altri) alla piastra metallica e Pl Barberos alla voce, in un brano che sembra mixare tutto quanto fin qui ascoltato in questa incredibile release dedita a metal, noise, colonne sonore, psichedelia, stoner e molto, molto altro. Se siete alla ricerca di qualcosa di fresco, originale o sperimentale, sono certo che 'Uccideteli Tutti, Dio Riconoscerà i Suoi', potrà di certo fare al caso vostro. (Francesco Scarci)

(Woodworm Rec - 2016)
Voto: 85

domenica 11 settembre 2016

Greytomb - A Perpetual Descent

#PER CHI AMA: Post Black, Deafheaven, Altar of Plagues 
La scena estrema internazionale ribolle e non poco: Francia, U.S. e Germania sembrano essere le nazioni in cui in un modo o nell'altro, ci sia un maggiore interesse verso gli estremismi sonori cosi come una certa freschezza a livello di idee. Non trascuriamo però l'Australia, da sempre paese portatore di suoni originali, ricercati e assai decadenti. Fatta questa semplice premessa, ecco che presentarvi questi cinque cavalieri dell'apocalisse sarà compito meno arduo per il sottoscritto. I Greytomb sono un ensemble di base a Melbourne che si presenta con questo malsano quanto intrigante biglietto da visita, 'A Perpetual Descent'. Quattro tracce e 40 minuti a disposizione per conquistarci con il loro post black nevrotico, che si dimena tra bordate di scuola Deafheaven e spaventosi rallentamenti, sin dall'apertura affidata a "The River of Nihil", song che richiama peraltro una band italiana che francamente adoro, i Nihil Locus, a causa di un modo decisamente disperato di proporre le loro vocals. Poi le influenze si spingono anche ai francesi Deathspell Omega per quell'utilizzo di inquietanti atmosfere costruite da chitarre dissonanti. Insomma, le referenze dei nostri non sono mica male e se a queste aggiungete anche un che degli Altar of Plagues, capirete anche voi, che i Greytomb non sono certo degli sprovveduti, ma un gruppo da seguire con sommo interesse. Incredibili le emozioni malefiche sprigionate dal finale della opening track che ci traghettano poi ai 16 minuti di "Urban Moulder", in cui la vena black doom degli Austere prende il sopravvento nel sound del 5-piece dello stato di Victoria. Il ritmo si fa più lento e cadenzato, quasi al limite del funeral, con lo screaming acuminato di -O- (qui anche in versione parlata) a cantare di nichilismo, metafisica ed inesistenza in un sound ammorbante, a tratti asfissiante ma che sa anche essere onirico nelle sue splendide aperture ambient che dischiudono la vena più malinconica per la band australiana. Un intermezzo noise che sembra evocare le urla dei dannati all'inferno e la mortifera violenza black divampa nella conclusiva "Boundless Introspection", in cui le vocals scomodano addirittura lo spettro di Attila Csihar ai tempi di 'De Mysteriis dom Sathanas', per un finale davvero da brividi. Che altro dire se non che 'A Perpetual Descent' è lavoro assai interessante e che i Greytomb sono una new sensation da tenere assolutamente nei vostri radar. Insani. (Francesco Scarci)

(Self - 2016)
Voto: 75

sabato 10 settembre 2016

Eradikal Insane - Mithra

#FOR FANS OF: Death/Metalcore,The Black Dahlia Murder, Neaera, Benighted
Finally making it to their debut effort, French Death Metal/Metalcore fusioners Eradikal Insane have certainly seen their share of struggles over the years and have honed the anger and intensity into a fine package. Though there’s plenty of Death Metal influence in the riff-work, at the heart of the matter here is the absolutely strong and enjoyable manner in which the album makes room for it’s hard-hitting breakdowns that are incorporated here alongside the riffing which takes a lot of influence from the tightly-wound rhythms of grindcore. Technically explosive and endearingly violent, there’s plenty of sharp-edged work to be found here if way too one-note about it’s work as it’s all quite built around the same overall rhythm patterns that it doesn’t really do much to differentiate itself from the other hard-hitting groups of this style. Still, there’s plenty to like overall in the tracks for those that like that sort of violent, intense approach. Opener ‘A Perpetual Nothing’ immediately blasts through tight, mechanical patterns with plenty of deep chugging and rather furious, technical patterns with plenty of rather hard-hitting riffing amongst the breakdowns leading into the finale for a rather strong first impression. ‘Initium’ whips up a strong series of grinding patterns with a series of technical breakdowns coming continuously throughout the main patterns with the blasting drumming chopping along throughout the feverish technical breakdowns in the final half for a hard-hitting highlight. ‘Sediments of Misconception’ offers plenty of tight grinding riffing and fast-paced drumming that brings out rather strong and impassioned breakdowns that merge alongside the blasting drumming and technical riff-work throughout the charging finale for another strong highlight. ‘Consciousness Alight’ utilizes blistering technical riffing and grinding drum-work to a stellar mid-tempo series of breakdowns that bring about the stellar hardcore influences alongside the tight, technical rhythms while offering a stellar chug in the final half for a decent if unimpressive effort. ‘Abrasive Harbingers’ blazes with ferocious swirling technical leads and sprawling breakdowns bringing out the varied tempo changes leading along throughout the fine blasting and tight swirling leads grinding away into the finale for a much stronger effort. The instrumental title track offers a fine mid-album breather with a light acoustic guitar strumming away and leading back into next track ‘Intrinsic Propensity’ which blasts through brutal, intense riff-work and finely-charged breakdowns filled with utterly pummeling drumming holding the violent razor-wire riffing and grinding patterns through the intense rhythms leading into the final half for the album’s best track overall. ‘Archetypes’ offers a slower mid-tempo crunch that works nicely at bringing the breakdowns flowing into the technical rhythms grinding through the steady patterns flowing along throughout the extended series of rhythms and breakdowns into the finale for a highly enjoyable if overlong effort. ‘Harvest’ uses a tough, mid-tempo grinding pattern with plenty of ferocious blasting to work along through a steady, blasting section that goes through tight breakdowns and steady chugging leading back through the technical riffing in the grinding final half for a steady, enjoyable offering. ‘Universal Spine’ features a long, droning intro before blasting into tight, swirling and ferocious rhythms with plenty of tight patterns holding through the steady grinding and technical riffing along through the rather overlong sections in the finale for a decent if again way too long effort. Finally, album-closer ‘Metanoia’ uses a series of tight, grinding patterns and plenty of swirling technical riff-work that leaves the faster tempos along into the series of breakdowns while letting the tight rhythms coming back and holding into the blistering final half for a strong enough lasting impression. There’s a lot to like here even with the flaws. (Don Anelli)

(Self - 2015)
Score: 75

Crown of Asteria - Karhun Vakat

#PER CHI AMA: Cascadian Black/Folk/Ambient, Panopticon
La one-woman band mi mancava. Di esempi musicali con un unico mastermind uomo ne abbiamo visti passare qui nel Pozzo dei Dannati a bizzeffe, quest'oggi m'imbatto invece per la prima volta in un progetto la cui unica mente è donna, Meghan Wood, una giovane donzella del Michigan, che dal 2011 a oggi, ha prodotto una serie infinita di album/EP/split e demo con i suoi Crown of Asteria. La proposta dell'act statunitense oscilla tra un ipnotico e sognante ambient (la opening track, "Tietäjä", ne è un esempio), un black glaciale ma atmosferico e aperture folk, a suggerirmi l'amore di Meghan per gli Agalloch ed in generale per il movimento cascadiano americano, in cui meglio vedrei collocato il sound della donna di Bancroft. Detto questo, ne esce un album, 'Karhun Vakat', dal sapore mistico e ancestrale, che impressiona per la ferocia del suo riffing primordiale in "The Golden Light of Birchwood Temples", lo screaming efferato della sua vocalist, ma che sa anche conquistare per la melodia dei suoi frangenti più folk-acustici, che emergono ben più forti e conditi da una componente etnica, che in un qualche modo sembrerebbe pescare dalla cultura indiana, nella terza "Hongotar". Tuttavia, cercando sul web il significato dei titoli di alcune canzoni, mi sembra di intuire in realtà che la sciamana statunitense tragga ispirazione dalla tradizione magica finnico-careliana, ma avrò modo di investigare a tal proposito. Nel frattempo proseguo con l'ascolto del disco e arrivo a "Sky-Nail" e ad un black qui più cupo ed epico, ma dalle aperture chitarristiche davvero azzeccate che per certi versi mi hanno rievocato il sound dei Dissection. C'è comunque un certo misticismo di fondo nella musica dei Crown of Asteria, e nell'originalità stravagante di un suono che ahimè pecca nella pulizia dei suoni, produzione e mastering, sulla scia di quanto fatto dai primi Panopticon. Io comunque mi fido e mi lascio sedurre da Meghan e dalla quinta "Black Antlers Above the Lodge", un pezzo strumentale di oltre otto minuti, che vira verso un death dagli epici sentori. Il caos sonoro prosegue con "Väki", che ancora sembra rievocare poteri magici dell'antica mitologia finlandese in un movimento ondulatorio straniante che mi ha ricordato i nostri Laetitia in Holocaust e le loro soluzioni estremiste d'avanguardia; peccato solo per i volumi che oscillano fastidiosamente, altrimenti questa poteva essere una bomba di allucinazioni perverse e iraconde. Giungo alla conclusiva e in versione live acustica, "Kallohonka", che dovrebbe rappresentare il pino ove appendere i teschi degli orsi dopo le feste pagane e ai cui piedi ne venivano sepolte poi le ossa, una song che chiude il disco cosi come lo aveva iniziato. Peccato per la produzione casalinga e quella sensazione ricorrente di ascolto di un demo anziché di un full length, , ma forse è voluto come effetto. Sono certo che con un budget ben più corposo, qui staremo parlando di un qualcosa di davvero interessante. Dimenticavo, quest'album è di marzo 2016, nel frattempo sono già usciti due EP e uno split. Forte la ragazza. (Francesco Scarci)

(Self - 2016)
Voto: 70

giovedì 8 settembre 2016

Face The Maybe - The Wanderer

#PER CHI AMA: Progressive/Metalcore, Between The Buried And Me, Periphery
Per me il progressive vero è finito con 'A Change Of Season' dei Dream Theater. Lo ripeto da anni. Eppure, continuo ad essere smentito da queste realtà indipendenti (penso agli Earth’s Yellow Sun, ai No Consequence, ai Tardive Dysknesia) formate da musicisti straordinariamente dotati di tecnica, intuito, capacità e voglia di sorprendere. In questa categoria entrano oggi a gamba tesa gli spagnoli Face The Maybe, con il loro 'The Wanderer' – che segue il debut 'Insight' del 2011. Un disco straordinario, sorretto da un lavoro vocale praticamente perfetto (Tomas Cunat passa con facilità da una voce pulita, precisa ed estesa ad un convincente harsh-vocals tinto di growl) e da una capacità di songwriting davvero rara. Le dodici tracce trasudano continuità e coerenza da tutti i pori, e permettono al quintetto di Barcellona di esplorare tutti i canoni del genere: c’è il metalcore dei Periphery con i ritornelli strappamutande (“All That I See” e “Seth”), c’è il djent ipertecnico (“Dagger” e “The Swan”), c’è l’epicità oscura di certi Opeth (“New Dawn”); e non mancano ovviamente sfumature dei più classici Dream Theater (“The Wanderer”). Ma ogni riferimento è frullato e digerito dai Face The Maybe, che affrontano la scrittura dei brani con maturità, personalità e con un’attenzione alla melodia che, pur facendo storcere il naso ad alcuni puristi del metal, trasforma un disco difficile, tecnico e impegnativo in un’esperienza di ascolto godibilissima anche ad orecchie non preparate. Non sorprendetevi, dunque, se ascoltando 'The Wanderer' vi troverete a passare da uno shredding violentissimo di chitarra su un tappeto di doppia cassa, ad un ritornello che potreste tranquillamente fischiettare sotto la doccia. C’è molto materiale al fuoco (dodici pezzi, quasi tutti sopra i 6 minuti e con punte di oltre 9), forse fin troppo. Ma ne vale la pena. (Stefano Torregrossa)

Diana Spencer Grave Explosion - 0

#PER CHI AMA: Space Rock/Stoner, Kyuss, Colour Haze
Il tempo si dilata, rallenta, sussurra. Appaiono orizzonti rossi, sabbia, stelle, spazi infiniti, solitudine. Un deserto oscuro e senza fine, disabitato, dove il tempo perde ogni senso. E invece – sorpresa – siamo a Bari, patria dei Diana Spencer Grave Explosion. Il quintetto sorprende per la capacità di creare straordinarie atmosfere stoner ricche di psichedelia, che sanno trasformarsi, quando serve, in monolitiche architetture di chitarre maestose e headbanging furioso. “Space Cake” gioca su un riffing indovinatissimo, che sa pesare con precisione, distorsione ed effetti, alternandosi tra cavalcate stoner a suon di crash e rullante, e momenti più lisergici. Un piano elettrico dal gusto anni ’70 apre “Avalanche”, guidata da delay spaziali e una melodia riuscitissima fino ad una inaspettata apertura in maggiore. La batteria (che sceglie pattern minimali ma precisi, sullo stile di Brant Bjork) e il basso costruiscono una base solida e granitica su cui poi tastiere (sentite che suoni! assolutamente perfetti) e chitarre hanno ampio spazio di manovra. Sono evidentemente le chitarre a reggere l’intero lavoro, con un sound maturo a metà tra i Kyuss e il kraut rock dei Colour Haze. Ma non è un disco solo stoner, intendiamoci: è l’anima psichedelica dei Pink Floyd e di certi Motorpsycho ad affacciarsi nell’intro della lunga suite conclusiva del disco. “Long Death To The Horizon” riassume in 13 minuti la visione complessiva del quintetto barese, passando da una cantilenante melodia ad uno spirito blues distorto e oscuro, per poi tuffarsi in un oceano stoner di wah e mid-tempo. Il disco si riavvolge apparentemente su se stesso, chiudendo con la stessa magia dell’inizio, tra violini e fisarmoniche di un’improbabile orchestrina. Grande musica, personalità, maturità; ottima produzione; e la capacità, sempre più rara, di far volare l’ascoltatore e catturarlo, dal primo all’ultimo minuto. Se queste sono le premesse, non vedo l’ora di ascoltare il loro full-length.(Stefano Torregrossa)