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lunedì 30 novembre 2015

Regnvm Animale - Et Sic in Infinitum

#PER CHI AMA: Post Black/Punk, Krallice, Radioskugga, Anti Cimex, Agalloch
Prodotto curioso e ricco di variazioni stilistiche quello degli svedesi Regnvm Animale, che con 'Et Sic in Infinitum' arrivano al debutto sulla lunga distanza. Dopo lo scoglio iniziale rappresentato dalla terribilmente old school “Maya”, già dal primo ascolto si nota il sottobosco sonoro richiamante in ampia forma crust in stile anglo-svedese miscelato al black metal. L'ascolto di tracce come “Från Bördig Jord Till Salthed” e “Osäkerhetsprincipen” evoca atmosfere epiche volte ai radiosi anni '90 scandinavi, mentre altre come “Ars Moriendi” e “Förfallet” tendono più verso recenti sonorità americane dal piglio atmosferico e melodico. Menzione particolare necessitano le ultime due tracce “Inåt” e “Grund” che vedo un po' come due bonus track, isolate dal resto dell'opera. L'approccio può certamente ricondursi all'intrinseca malinconia e rassegnazione sprigionata da alcune parti precedenti nell'opera, ma queste la rielaborano con uno stile completamente differente, la prima tendente al post-punk con voce pulita e ritmi ipnotici, la seconda al folk con tanto di banjo e chitarra acustica. Tutte le liriche sono in svedese e le tre voci, grazie ai loro differenti approcci canori, regalano dinamismo durante lo scorrere della musica, sebbene le composizioni siano alquanto semplici. La produzione è limpida e basilare, rende i suoni puliti e brillanti anche nei momenti più oscuri e truci del disco, facendo risaltare le parti acustiche e melodiche. Alla fine, il risultato di questa seconda uscita dei Regnvm Animale, è un'opera dalle molteplici sfumature, con ancora qualche incongruenza nella visione d'insieme per quanto riguardo lo stile principale da adottare, in quanto capace di attirare maggiormente i fan di derivazione del black metal moderno piuttosto che quelli del crust. Comunque interessanti. (Kent)

(Self - 2015)
Voto: 70

domenica 29 novembre 2015

Gloomy Hellium Bath - Sistema Solera

#PER CHI AMA: Crossover/Industrial, KFDM, Pigface, Fear Factory
Il trio francese dei Gloomy Hellium Bath è una band molto strana e impegnativa soprattutto per la varietà dei generi toccati e l'impossibilità di collocare la loro musica in un determinato filone musicale, non che questo sia obbligatorio per carità. Dentro questo lavoro, dal titolo 'Sistema Solera', uscito in questo 2015, vi troviamo tranquillamente la musica dei Fear Factory periodo 'Demanufacture', la follia creativa di scuola Pigface e Iwrestledabearonce, contornate da allucinazioni perverse vicine alle sperimentazioni di KFDM, Chumbawamba e Mark Stewart and the Maffia in salsa dub, punk, pop e tecno. Si salta continuamente da un suono all'altro, con muscolose digressioni hardcore/metal che convivono con aperture pop impregnate di world music e incursioni nel digitalcore che si perdono in rumori d'ambiente e sonorità varie vicine a certi Skinny Puppy d'annata, il tutto con voci da pubblicità di serie B, gorgheggi profondi, ritmi techno, death metal old school e annesse continue atmosfere sarcastico/psicotiche care ai film pulp di Tarantino. In realtà, è ben difficile capire dove comincia la musica suonata e dove la fanno da padrone i campionamenti e gli innumerevoli rumori di disturbo sparsi ovunque all'interno del cd: in "Ouarrrrrrch" una voce in sottofondo somiglia addirittura a "Love Her Madley" cantata da un Jim Morrison passato in candeggina. Il cd ruota completamente intorno a queste stravaganti coordinate stilistiche, con palesata una vena irriverente e distruttiva, di derivazione techno/metal/hardcore oltre a una velata voglia di stupire ed apparire mainstream comunque e ovunque anche con brani di concezione estrema. Un lavoro certosino, di nove brani in poco più di mezz'ora di durata, che fanno di 'Sistema Solera' un album ambizioso, pretenzioso e desideroso di risultati, anche se, per certi aspetti, appare evidente che molte soluzioni compositive siano già state usate e riusate da molte band, soprattutto tra gli anni '90 e il 2000, e questo tipo di meltin pot musicale tra generi diametralmente opposti cosi come espresso in quest'opera, sia oggi stato ampiamente superato. La qualità è ottima e anche l'interesse rimane alto per dischi di questa caratura che rimangono comunque chicche per folli, disturbati, o semplici appassionati del crossover sonoro a 360°. (Bob Stoner)

(Self - 2015)
Voto: 75

giovedì 26 novembre 2015

Postcards From Arkham - ÆØN5

#PER CHI AMA: Prog/Post metal/Atmospheric Rock
Ho sempre un moto d’invidia quando scopro che dietro album così lunghi e complessi c’è un solo uomo, in questo caso il polistrumentista ceco Marek Frodys Pytlik. Me lo immagino a comporre e suonare, traccia dopo traccia; e ancor prima, a pensare un concept come questo 'ÆØN5', ispirato interamente dai racconti oscuri di H.P. Lovecraft e E.A. Poe (che segue, per inciso, il precedente 'Oceansize' del 2012, incentrato sul culto di Cthulhu). Mi aspettavo molto quindi, con presupposti del genere, ma vi avviso subito, questo disco si è rivelato appena sufficiente. La musica anzitutto: le atmosfere oscure e autunnali sono rette da melodie tutt’altro che straordinarie – “Elevate” o “Woods Of Liberation”, con le dovute differenze stilistiche, sembrano scritte per il teen-pop-rock contemporaneo. Chitarre e tastiere sono protagoniste: le prime alternano distorsioni death e arpeggi ricchi di effetti (“Thousand Years For Us”) a lunghi solo; le seconde tessono le linee principali delle melodie, prediligendo strings asciuttissimi e piano elettrici ai synth. Un basso anonimo e una batteria, purtroppo, altrettanto poco curata (sia nei suoni che nelle partiture) completano il quadro. Sopra a questo tessuto metal-melodico, la voce di Marek racconta per contrasto un mondo di orrore, oscurità e mostri in attesa: monotona e cantilenante, ricorda più un reading di poesie oscure che un cantato vero e proprio, men che meno metal (salvo un paio di episodi in growling, vedi “Aeon Echoes”). La voce – per lo più piatta, profonda e cavernosa – crea una dissonanza inquietante con la struttura prettamente melodica della musica. Come se il compianto Peter Steel leggesse Lovecraft sulle strofe di “Wildest Dreams” di Taylor Swift. Un lavoro difficile da inquadrare: l’altalena di atmosfere ed emozioni, tipica del post-rock e del post-metal, si sposa con l’ambientazione horror e il parlato oscuro tipici di un certo metal scandinavo. Le tastiere e le lunghe parti strumentali e solistiche tuttavia, non possono non far pensare ad un prog-metal contemporaneo, pur non particolarmente tecnico e, anzi, piuttosto noioso quanto a scelte di tempo. La voce, vera nota originale di un disco altrimenti banale, che alla lunga si rivela persino troppo piatto. I Postcards From Arkham strappano la sufficienza solo grazie a qualche buona idea qua e là, ma soprattutto per gli incastri melodici di tastiere e chitarre.  Da risentire nella prossima fatica. (Stefano Torregrossa)

(Metalgate - 2015)
Voto: 60

Confidead - Rise

#PER CHI AMA: Hardcore/Punk/Metalcore, Pro-Pain, Madball
I finlandesi Confidead esordiscono con 'Rise', album dalle grafiche old school tattoo e dalla musica da loro chiamata “Mudlake Hardcore”, la quale altro non è che del classico hardcore punk in stile newyorkese. Le composizioni qui contenute risultano di primo acchito, pressoché identiche l'una all'altra e per questo rischiano talvolta di farci cadere nella noia: la voce è costantemente urlata con cori armonizzati, riff granitici e un ritmo assai elevato, le dinamiche quasi del tutto inesistenti. A tratti, i Confidead ricordano i Disfear, per quelle veloci melodie, le quali suonano anche piacevoli e ben inserite nel contesto dell'album, come nel caso di “Strength to Prevail” e “Fuck You All”, o alcuni feroci d-beats voluti principalmente all'inizio delle tracce, come si può ascoltare in “Song for the Dead” e “Face First”. Dopo numerosi ascolti però, il disco fatica ancora a crescere, e uscire dall'anonimato di un genere che se non ha detto tutto poco ci manca; alla fine ciò che rimane è solo qualche sporadico ricordo a livello lirico, dal dubbio contenuto intellettuale. Tuttavia la produzione patinata punta tutto su una compressione totale che enfatizza gli stop'n'go e l'impulso ritmico, che contribuisce a conferire un minimo interesse al disco. Alla fine, questo debutto per il quintetto di Järvenpää altro non è che una prima prova che dimostra che per il momento, i bad boys finnici hanno appreso bene la lezione e l'hanno replicato perfettamente le band capostipite del genere. Non c'è nulla di sbagliato in 'Rise', né fuori posto, se non una palese difficoltà nel far trasparire una ben definita personalità, che in un prossimo album, auspico possa emergere ben più forte. Avanti, ma con più coraggio. (Kent)

(Kuri Records - 2015)
Voto: 60

mercoledì 25 novembre 2015

Навь/ Deathmoor – De Morte Peccati ad Mortem

#PER CHI AMA: Black Sperimentale
Un bel titolo in latino per accomunare in uno split cd, due interessanti realtà estreme provenienti dalla Russia, in un album uscito nel 2014 per la S.N.D. Production. Le prime tre tracce di 'De Morte Peccati ad Mortem' sono affidate agli Навь, illustre quanto veterana black metal band, attiva addirittura dal 1996 con una numerosa serie lavori alle spalle, che propone un metal oscuro ed estremo, pieno di carica ed energia, non per forza di cose spinto all'eccesso verso le tenebre ma con una vena di puro metallo freddo, tagliente e filtrante che affila le sue armi nella tecnica e in una velocità di esecuzione fatta da riff travolgenti di matrice thrash mittle-europea, e da un sound definito, ricercato e violento al punto giusto, dosato e ben calibrato. Nota speciale per il secondo brano dal titolo "Незримое прикосновение к бездне и смерти" che merita veramente un ascolto più prolungato e attento. Le successive due lunghe tracce chiudono lo split cd, presentando un'altra longeva e attivissima band russa denominata Deathmoor. Attivi sin dal 1999 con ben quattro full length alle spalle (di cui l'ultimo 'Actus Sacrophagia Mortem' in uscita fra qualche giorno), il quartetto di Stavropol ci mostra come lo stesso genere possa avere tante sfumature diverse al suo interno. I Deathmoor suonano un black violento e veloce che spinge le proprie ambizioni verso l'avanguardia di casa Bethlehem, Behexen o Dødheimsgard, aumentando il lato più psichedelico e noise delle dilatate composizioni, ed esponendo, con ottimi risultati, un suono ostico, estremo, teatrale e drammatico. Due tracce di sicuro effetto ma "В потоках сентябрьских ливней", la prima, offre un biglietto da visita non indifferente. Avvolto in una grafica particolare ed insolita, artisticamente ben curata e dal gusto vagamente indie, questo split cd può soddisfare le aspettative di un pubblico esigente e ricercatore di nuovi confini sonori estremi. Due band che si confermano in ottima forma! L'ascolto è consigliato! (Bob Stoner)

(S.N.D. Production - 2014)
Voto: 70

lunedì 23 novembre 2015

Foret d'Orient - Venetia

#PER CHI AMA: Black/Death Mediterraneo, Janvs
Venezia: oggi forse la città più famosa al mondo, in passato simbolo di raffinatezza nel XVIII secolo, città assoluta padrona dei mari ai tempi delle Repubbliche Marinare. Oggi Venezia viene celebrata dai Foret d'Orient, figli orgogliosi di quella leggendaria terra di Dogi, abili marinai, grandi artisti e commercianti. 'Venetia' è il titolo appunto del full length di debutto del quartetto di amici che abbiamo già avuto modo di conoscere con il loro EP, 'Essedvm' e anche dal vivo in una intervista radiofonica. I Foret d'Orient tornano con un sound un po' rinnovato rispetto agli esordi. Levatisi di torno l'aura magica che ricordava i Nihili Locus, oggi, con una maggior consapevolezza nei propri mezzi, il quartetto veneto propone sette tracce che probabilmente appariranno di primo acchito, meno ricercate che in passato, ove il sound era ancorato a un black atmosferico a tratti barocco. Ascoltando "A Reitia", la traccia dedicata a una divinità venerata dagli antichi Veneti, ci troviamo di fronte un sound più secco, che potrebbe richiamare gli Janvs o gli Spite Extreme Wing, anche se a differenza delle band di Matteo Barelli, la componente mediterranea qui si conferma assai presente nella matrice musicale dei nostri, grazie alla presenza dell'arpa di Sonia Dainese, che riesce a dare alla musica dell'ensemble veneziano più ampio respiro, grazie alle sue suggestive orchestrazioni. "Dal Mare alla Terra" ha un selvaggio attacco black su cui si stagliano le mastodontiche e cavernose vocals di Roberto Catto che esaltano, ovviamente, la grandezza della Repubblica di San Marco. La ritmica è convulsa, largo spazio viene lasciato al basso di Marco Barolo e al drumming funambolico di Emiliano Rigon. Pregevole l'assolo di Marino De Angeli, che non è invece un membro ufficiale della band, pur avendo suonato tutte le chitarre sul disco. Con "Lepanto", i nostri celebrano la battaglia navale omonima che vide opposte le flotte dell'impero Ottomano a quelle Cristiane (costituite da spagnoli, veneziani, genovesi e forze dello Stato Pontificio). La song è una descrizione, ovviamente in italiano (come tutto il disco d'altro canto), di quelle ore di violenza in cui il Leone di Venezia si distinse per la forza delle sue galee che diedero la vittoria alla coalizione cristiana. La musica sembra seguire la descrizione di quegli eventi in un saliscendi emozionale tra ruggiti di chitarra, arpeggi e delicati tocchi di pianoforte. "Sogno de Vis" è una splendida song che vede la presenza di una forte componente sinfonico barocca al suo interno, ove sembra di essere d'improvviso immersi in suoni del '700 con tanto di spinetta e archi. La traccia narra poi le vicende dell'isola di Lissa, che faceva parte della Repubblica di Venezia ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, venne invece inglobata nella Jugoslavia. "Dominio da Mar" è dirompente nella sua serratissima ritmica ammorbidita da delicati tocchi di arpa e da uno splendido break centrale in cui compare come guest vocalist, l'epico e "arcturiano" Luca Grandinetti dei Fearbringer (in realtà presente in 4 tracce su 7). La band si muove qui (e negli altri pezzi) in frequenti cambi ritmici assai tecnici, di cui vorrei sottolineare ancora una volta l'importanza affidata al basso metallico di Marco. Il gran finale è una splendida sorpresa, affidata com'è ad "Adagio in Sol Minore", un pezzo famosissimo del compositore veneziano Tomaso Albinoni (noto per essere stata colonna sonora di film, o la base di in un vecchio brano di Mina, musica per cartoni animati o videogames). Il risultato, qui riarrangiato da Antarktica con le parti di arpa suonate dalla brava Sonia, è semplicemente da applausi, da pelle d'oca. Insomma 'Venetia' è un inno all'immenso patrimonio culturale di Venezia, alle sue tradizioni e al suo popolo che si sente (giustamente) fiero delle proprie origini. (Francesco Scarci)

(Self - 2015)
Voto: 80

domenica 22 novembre 2015

Wovoka - Saros

#PER CHI AMA: Sludge/Post Metal, Cult of Luna, Neurosis
È un vero peccato constatare che molto spesso in Italia non viene dato risalto a certe band dell'underground che meriterebbero invece tutta la vostra attenzione. Ecco, i los angeliani Wovoka sono una di quelle band da tenere sott'occhio, per cui un ascolto è il minimo pegno da pagare per non lasciarvi sfuggire una band dalle potenzialità assai interessanti. Certo non saremo al cospetto di una proposta cosi innovativa, però considerato che i nostri vengono da Los Angeles, città che non è certo la culla del post metal, converrete con me che i Wovoka alla fine ne escono parecchio fortificati nella loro immagine. 'Saros' è un disco infatti di post-qualcosa, se non era ancora abbastanza chiaro, che se fosse stato concepito qualche centinaio di miglia più a nord di L.A., si sarebbe gridato al miracolo per la nascita di un'altra band geniale partorita nella baia di San Francisco. E invece i nostri quattro cavalieri dell'apocalisse se ne fottono di tutto e tutti, rilasciano queste sette tracce che partendo da "Chosen" fino alla conclusiva "Eclipse", sapranno tenere alta la tensione di chi ascolta. L'opening track impressiona per la robustezza del suo riffing nonchè per il catarroso screaming dei suoi vocalist. Poi l'incedere lento e profondo fa il resto, con le chitarre che disegnano una linea melodica convincente, su cui si stagliano i vocioni del duo formato da Eric e Cody, mentre le (loro stesse) chitarre giocano a creare atmosfere plumbee e catastrofiche, degne dei migliori Neurosis. Fighi, devo ammetterlo. Ma anche parecchio malinconici e forse proprio in questo risiede la godibilità e accessibilità a 'Saros'. "Lament" ne è la dimostrazione: una triste linea melodica in sottofondo con chorus annesso e poi ecco smarcarsi un approccio sonoro che affonda le proprie radici nel post rock e nel modo di interpretare il genere da parte dei Cult of Luna. Nel break centrale i nostri divengono ancor più goduriosi, sfoderado accanto a riffoni tipicamente sludge, tenebrose aperture atmosferiche. Un urlo disumano mette a soqquadro l'inizio di "The Sight", song che vorrei ricordare più che altro per le sue minacciose atmosfere nella parte centrale e per un lungo epilogo ambient/noise. "Trials" apre con un ipnotico giro di chitarre e sopra di nuovo l'urlo disperato di uno dei due frontman. Il sound, estremamente ritmato, diventa man mano più claustrofobico inabissandosi in uno sludge contorto e catartico, che vive di forti rallentamenti alternati a delle crushing chitarre davvero schiacciasassi. "Sleep Eater" mette in mostra un mastodontico riffone iniziale, a cavallo tra stoner e post metal, poi un riffing quasi marziale, cede la scena alle abrasive voci del combo californiano. Interessante dopo il break ambient centrale, la comparsa di vocals pulite in sottofondo che aumentano il mio grado di interesse per un album già di per sé buono. Con "Prayer", i Wovoka si spingono oltre, in territori più sperimentali, con uno strumentale ambient minimal noise, che ci conduce alla conclusiva "Eclipse". Siamo cosi arrivati all'ultima traccia di questo 'Saros', una song che sfiora i 14 minuti di durata, e con una manciata di minuti iniziali affidati a quella che è una chitarra ma somiglia di più al ronzare del battito d'ali di una fastidiosa zanzara. La band poi torna a sprofondare nell'abisso di uno sludge parecchio melmoso, quasi al confine con il funeral, segno tangibile che i nostri si trovano a proprio agio anche a sguazzare nel fango più putrido. La song trova poi una propria strada e prosegue sui binari del post/sludge di matrice svedese, con un sound di impatto, ma sempre emozionale, prima di un catacombale e nefasto epilogo di totale assenza di luce. Los Angeles 2015: il sole si è oscurato per colpa dei Wovoka. (Francesco Scarci)

(Battleground Records - 2015)
Voto: 80

Omertà - Crown of Seven

#PER CHI AMA: Stoner Rock/Alternative, Motorpsycho, Karma to Burn
Gli Omertà, a dispetto del significato del loro moniker nella lingua italiana, sanno come fare rumore, vogliono farsi sentire, deliziare le orecchie di chi ascolta e mostrare le loro grandi doti musicali. Gli Omertà, sebbene il nome latino, arrivano da Riga capitale della Lettonia, sono giovani e nel 2015 hanno fatto uscire un album tutto da ascoltare. 'Crown of Seven' è un disco interamente strumentale e consta, ovviamente, di sette brani funambolici guidati da un chitarrista (Renars Lazda) pieno di risorse e capacità da vendere. La chitarra è l'assoluta protagonista in ogni brano, lanciandosi in spericolate acrobazie sonore che prendono spunto dallo stoner dei Karma to Burn, da certo metal stile ultimi Megadeth, e da strutture noise rock alla Steve Albini, con una matrice dura ma inevitabilmente magnetica e cinematica. Il suono, potente ed equilibrato, è ben supportato dalla sezione ritmica che vede in Eduard Bekeris al basso ed Einars Latisevs alla batteria, gli altri due elementi che completano il trio, e si muove possente tra le mille influenze della band, tra echi di moderno blues alla Firebird e cavalcate stoner, assoli sparsi ovunque, alta velocità di esecuzione e una propensione per brani lunghi con evoluzioni in senso progressivo e pesantezza alla maniera dei già citati Karma to Burn, con un che, a livello di tiro, comparabile ai Black Tusk, immaginandoli senza parti cantate. Proprio l'assenza di parti cantate confina gli Omertà in territori in cui si trovano band appetibili solo da intenditori e da chi è alla ricerca di ascolti impegnativi. Detto questo potrei aggiungere che l'album, anche se godibilissimo all'ascolto, risulta per la tanta tecnica esposta, assai sofisticato e necessita di vari passaggi per essere apprezzato a fondo. Fin dalle prime battute del disco si nota comunque, a livello compositivo, una buona dose di personalità, ma va ascoltato attentamente. Prodotto in maniera praticamente perfetta, il sound saltella qua e là tra metal, noise e stoner rock, con una miriade di riff granitici, moderni ed intelligenti, una strana dose adrenalinica di post rock e, dopo averli visti live su youtube (andateveli a cercare), mi rendo conto che dentro la musica degli Omertà si nascondono tracce di una band leggendaria che spesso si tende a dimenticare, i Motorpsycho (quelli di 'Feedtime in Demon Box', per intenderci). Questa band, dall'approccio metal molto easy e alternativo, merita molto rispetto e il loro 'Crown of Seven' è alla fine un'ottima medicina per curare la mia costante voglia di musica nuova. Da non perdere! (Bob Stoner)

(Self - 2015)
Voto: 80

sabato 21 novembre 2015

Agony Divine - March of the Divine

#FOR FANS OF: Thrash/Death, Vader
While it may not be the most enjoyable variation on the style, this decent enough mixture of Death Metal and rocking, punk-ish Thrash is certainly enough to make for an entertaining diversion if necessary. The simplistic tone of the material here is quite apparent, usually relying on two or three rousing mid-tempo riffs with a lot of sprawling Grunge-sounding sections that just sound like directionless masses of chords and rhythms without really doing a whole lot to really align itself one way or another into either genre with plenty of consistent marks here as there’s a lot more alternative work throughout here with these sprawling, noisy sections and far more insistent use of clean vocals than either genre readily accompanies. The riffing is simple Death Metal-styled rhythms and patterns played at mid-tempo Thrash-like force while offering up sprawling sections that don’t really seem connected either way around which makes for a disjointed work here with these thrashy rhythms and hard-charging riffs being quite enjoyable only for the slower, plodding efforts to really make no sense and seem somewhat out-of-place here. Though nothing is really a detriment in itself, it’s really more the jarring way they come in that makes this somewhat stand-out, and against the simplistic nature of the rest of the material is really what makes it stick. Otherwise there’s a somewhat decent effort here. Intro ‘Heaven's Hive’ is a nice little bit of cheerful singing and apocalyptic war-noises coming together to lead into ‘False Hope’ taking a raging riff with plenty of intense tremolo rhythms thrashing into the rather charging mid-tempo section which offers plenty of furious leads and dynamic rhythms that carries on throughout here for an impressive opener. The title track gets a droning intro with a stuttering start/stop rhythm that carries a rocking punkish feel to the loose rhythms and near spoken vocals that follow along a series of bland riff-work before kicking back into full throttle rhythms into the later half which is much more enjoyable than what came before. ‘Streets of Terror’ goes charging through a much more energetic pace with some punk-ish thrashing rhythms and a dynamic bit of drum-blasts that are fine enough for the diversionary riffing to again crop up that sounds quite out-of-place on the more thrashing material elsewhere here. The blaring blasts of ‘No Forgiveness’ turn into a raucous thrashy mixture which is quite adept at holding the other elements at bay with the rather furious tempo kept up throughout here as the tempo shifts are off-set with the hard-charging riffs and pounding drumming that makes this one of the most consistent and enjoyable efforts. ‘Denial’ brings some intensity as well with a wieldy intro that delves into a solid mid-tempo crunch that manages to stay within the same pretty consistent approach elsewhere and doesn’t really stand out all that much from the others here. ‘Manipulation’ offers some impressive tremolo rhythms and rocking tempos bringing along some thoroughly rousing energy along the way with the most explosive riff and plenty of pounding drumming that makes for another fine highlight here. ‘Stained With Grief’ brings a rather mid-tempo choppy rhythms that settles out into another raucous series of rhythms that’s continued throughout here quite nicely with the additional running time here allowing this one to get more enjoyable as it carries on. ‘Wither’ offers a rather tired mid-tempo chug throughout the simplistic series of mid-range sprawling riffs that keep the charging riff-work confined to the second half with a sense of blandness that doesn’t overcome the first half which keeps this one down significantly. The ‘Bonus’ song here is a thoroughly confusing sing-a-long chant that doesn’t seem the slightest bit interesting on a Death Metal record and there’s little about it that’s appealing, leaving for a bad taste overall. While this isn’t the greatest first impression made as this is just too flawed to be much better than this decent-enough tag it has, there’s certainly room for improvement here. (Don Anelli)

giovedì 19 novembre 2015

Below a Silent Sky - Corrosion

#PER CHI AMA: Post Metal strumentale, Long Distance Calling
Quando cerchi un posto su Google Maps, e le foto del luogo ritraggono per lo piú fabbriche e condomini, occasionalmente qualche distesa di alberi ordinati e ricoperti di neve, probabilmente quel luogo non è il posto piú divertente del mondo. Ilmenau, posizionata piú o meno nel centro esatto della Germania, e ugualmente lontana da ogni grande città, si cinfigura un po’ cosí. E se sei un ragazzo, ad Ilmenau, una delle opzioni che hai per movimentare le tue giornate, è sicuramente quella di chiuderti in una cantina, provare ad alzare il volume degli amplificatori e vedere l’effetto che fa. I Below a Silent Sky sono quattro giovanotti che pubblicano il loro esordio in totale autoproduzione, dal semplice titolo, 'Corrosion', un prodotto che si presenta bene nell’elegante digipack dall’immaginario vagamente fantasy. Il contenuto poi è un post metal strumentale che, pur non brillando per originalità, è suonato con passione e sincerità. Si sente che i quattro ci credono e in queste sei tracce c’è tanta voglia di fare per cui riesce a passare anche una discreta dose di emotività, dettata peraltro da momenti atmosferici e fughe post rock, anche se sinceramente non si puó dire che le loro evoluzioni si facciano ricordare per qualcosa di cosi particolare. Pur ristagnando all’interno di un genere ormai ben codificato e ricco di clichè, in questi brani ci sono buoni spunti (pezzi come “Sulfur”, o le due parti di “The Flood”), una discreta dose di potenza e una capacità compositiva mai banale. Se non altro si evita il rischio della noia dovuta a una certa prolissità (legata alle durate medio lunghe delle song), ma c’è ancora parecchia strada da fare, e forse è necessario fare un po’ di chiarezza su quale sia la direzione da intraprendere, e accelerare con decisione in quella direzione, qualunque essa sia. Sarà sicuramente meglio che rimanere intrappolati in un guado che non porta da nessuna parte e che inoltre è decisamente già troppo affollato. (Mauro Catena)

Halter - For the Abandoned

#PER CHI AMA: Funeral Doom/Sludge
Dire che il doom e i suoi derivati sono musiche tra le più costruttive e vitali tra i sottogeneri del metal mi sembra superfluo, ancor più quando mi ritrovo una band che milita tra le fila della MFL (Moscow Funeral League) di cui, visto la natura indipendente ed estremista, nutro una particolare venerazione e ammirazione. Gli Halter sono attivi dal 2009, arrivano da Yaroslavl e suonano funeral doom metal con una verve innata e una particolarità specifica, la dote di saperlo suonare con uno stile a metà strada tra innovazione e tradizione, slegandosi dai soliti canoni del genere in questione. La band russa, che peraltro abbiamo già avuto modo di recensire in occasione del precedente 'Omnipresence of Rat Race', si conferma carica di una certa suggestione magica, cupa, tetra, romantica e ancestrale, cosi come lo erano un tempo i Candlemass, presentando testi fortemente malinconici e drammatici, cantati da una voce gutturale evocativa, magnetica come quella dei Cathedral di 'In Memorium'. Il quintetto poi sfodera un carisma gotico di scuola Paradise lost epoca 'Gothic', applicando cadenze rallentate e sofisticate a la My Dying Bride (evidenziabili in "First Snow"), e introducendo con naturalezza elementi di classic metal (immaginate il sound degli In Solitude oppure il metal nordico dei Grand Magus, ma a rallentatore) che rendono l'ascolto più fruibile. Una cosa che ho apprezzato parecchio di questo gruppo, è il fatto che non rinunci mai ad un'attitudine rock sanguigna, a quel tocco in più che li eleva allo status di fuoriclasse del genere. Un'altra arma importante è la capacità di esplorare terreni diversi come nel caso della splendida, lunghissima e conclusiva "Ode to the Abandoned", che ci porge un intro carico di melodia guidato dal piano e un assolo che sembra invece rubato ad un classico brano hard rock degli anni settanta per calore ed armonia, soluzioni sonore originali e calibrate, interessanti ed intelligenti, inaspettate di scuola Ahab. Gli Halter con due full length e un EP all'attivo, sanno veramente come comporre e produrre un album degno di nota con suoni moderni, ricercati, avvolgenti e il passo lento, disarmante, che marchia a fuoco le sei tracce di questo 'For the Abandoned'. Un artwork di copertina poi bello ed originale, inaspettato come il suono della band, completa saggiamente la release dei nostri. Un album che sta al di sopra della media, carico di pathos e che stranamente non fa della lentezza la sua unica arma vincente, un lavoro che mostra mille altre sfaccettature per sottolineare un'appartenenza radicata alla musica del destino. Un disco da riascoltare più volte e farsi stupire sempre di più da una manciata di brani che lasceranno il segno, diversi, difficili da rinchiudere nel solo genere funeral, pieni di carisma e urticanti al punto giusto, insomma gli Halter sono una band da portarsi anche nell'oltretomba! (Bob Stoner)

lunedì 16 novembre 2015

Newspaperflyhunting – Iceberg Soul

#PER CHI AMA: Post Rock/Progressive
Di solito, dopo aver ascoltato un disco e prima di scriverne, cerco in rete altre recensioni, un po’ per capire come il lavoro è stato accolto in giro e un po’ anche per sincerarmi di non aver preso una grossa cantonata e dare magari un ascolto piú attento. In questo caso la navigazione mi ha lasciato con piú dubbi che altro, tanto sono distanti i giudizi espressi su questo lavoro, spaziando dal sincero entusiasmo alla piú totale freddezza. Per quanto mi riguarda, la verità è da cercarsi, una volta di piú, nel mezzo. 'Iceberg Soul' è il secondo lavoro sulla lunga distanza per questo quintetto polacco dedito a quello che loro stessi definiscono un progressive-post-space rock dalle tinte dark e malinconiche, sognanti ed atmosferiche. In effetti si tratta di una proposta piuttosto peculiare e originale, rimanendo piuttosto sospesa tra rarefazioni e improvvise impennate distorsive, dilatazioni e ruggiti, non priva di suggestioni ma nemmeno di difetti. I brani, mediamente lunghi, sono caratterizzati da una struttura ondivaga, spesso giocata sull’alternanza tra voci maschili e femminili, sempre piuttosto delicate ed evocative, e dalla contrapposizione tra calma e tempesta, con le chitarre ora impegnate a ricamare arpeggi tanto quanto ad erigere muri. Ottimo il lavoro delle chitarre quando lasciate libere di improvvisare con uno stile immaginifico che richiama il Neil Young elettrico, come nella delicata “Stop Flying”, sferzata anche da un bel basso distorto. Piú che il prog propriamente detto, qui si respira spesso un’aria vicina a certo Canterbury Sound o ai King Crimson piú sognanti, con chitarre tutt’altro che gentili come protagoniste assolute, come se nei Caravan fossero innestate le sei corde dei Thin White Rope (ascoltare “Lighthouse” per credere). Altre volte, quando a cantare è la bassista Gosia Sutula, ci si avvicina ad atmosfere dream pop/shoegaze davvero intriganti (come in”Looking Through the Glass”). Si diceva dei difetti. Due in particolare, a mio avviso, che possono disturbare o meno, ma sui quali si può migliorare per il futuro: la registrazione un po’ piatta e fredda che non rende un gran servizio alla voce e non esalta le dinamiche - che pure sembrerebbero essere la componente principale del suono della band – ed una pronuncia inglese sicuramente rivedibile, da parte dei diversi vocalist che si avvicendano al microfono. A parte questo, 'Iceberg Soul' vive e si nutre delle sue contrapposizioni interne, sintomo di una dualità che rappresenta il vero punto di forza dell’album. (Mauro Catena)

(Self - 2014)
Voto: 70

Necroblaspheme - Belleville

#FOR FANS OF: Death/Black Metal, Gorguts, In Vain
After toying with the sound in the previous EP, album number three for these French deathsters manages to finally get the full use of their mixture of atmospheric chords and punishing Death/Black Metal that is carried over here. Allowing for their past endeavors into pummeling old-school styled classic Death Metal, this new form isn’t as remarkable simply without the added punch that required here as instead this newfound form is lighter, more melodic and manages to come off quite a bit more relaxed in nature as the whole effort has more of a celestial-journey vibe as if the entire effort is traveling through the reaches of the cosmos. While there’s still more Death Metal elements abound here with the tight patterns and heavy riff-work at the forefront of many songs here before they descend into sprawling atmospheric jaunts, the lighter atmospheric work here is a little oddly placed alongside these tougher, more edgier samples makes for a disjointed work at times. It works far better here with the other addition of more Black Metal-influenced riff-work here as the tremolo-picked patterns are far more receptive to the sprawling celestial tone of these rhythms and manages to fit into the music on the whole much tighter and more coherently. Still, this can’t hide the fact that there’s three short instrumentals here where there really didn’t need so many, making this seem too sloppy and features too much of a start/stop feature in the middle of the album rather than the more cohesive builds at the front and back of the album and really should’ve been trimmed down or removed altogether. On the whole, though, the songs are still rather good. Intro ‘Rempart’ uses a slow-building riff with an extended series of looping rhythms that finally turns into a sprawling series of riffs and double-bass blasts that urges forward in a rather long, monotonous repetition broken up by the dynamic drumming and swirling tremolo-picked rhythms for a fine opening blast that just takes too long to get going. ‘Le discours du bitume’ features one of the most groovy and consistently hard-hitting riffs swirling through rampant tremolo-picked series of riffs with a stylish series of choppy drumming, plodding rhythms and dynamic melodies that run throughout here for one of the most impressive efforts here. The first of the instrumentals, ‘How Did We Get There’ is easily the most skippable of them with nothing more than reverb-laden guitar squealing meant to suggest a mid-album breather but it’s too short to mean anything and the album’s only two songs in which means the need for a break is curious enough. ‘Two Trees (DeadWood)’ gets this back to normal with a tighter, sharper series of fiery riffs, blasting drumming and a more cohesive atmospheric section wandering through the middle of the track while the sprawling tempos are carried through the remainder here which makes it decent enough but still not entirely satisfying. The next instrumental, ‘Hyperspace’ shouldn’t even be here and would’ve been better served swapped with the previous instrumental and then left off altogether. ‘Waiting to Exhale’ offers forth a scalding series of tremolo-picked rhythms and blasting drumming whipping through some of the most extreme tempos on the album and mixing things up nicely with some sprawling atmospheric patterns and the occasional chug for an all-around more intensive effort. The last of the instrumentals, ‘Freed’ is the best with a haunting industrial tone and gradual build-up that makes for a fine impression overall here while segueing into ‘The Grande Boars Haunting’ with the same creepy atmospheric touch working alongside the gorgeously chilling riffs with plenty of sprawling atmospheric touches before blasting into devastating bursts of double-bass blasts and churning riff-work that makes this another fine highlight. ‘Gouffre’ is a little weird with its jangly intro, but turns into a worthwhile effort with some tight chugging, a fine series of atmospheric tremolo patterns flowing through a series of solid up-tempo melodies quite nicely that makes this a rather nice effort overall. Finale ‘Such a Lot’ offers more of the same here with a series of sprawling tremolo riff-work, blasting drumming and full-on churning rhythms here in the later half manages to pick up the intensity and urgency into the section as the pounding drumming and haunting chorus work into the finale bring this to a fine conclusion overall. While there’s a few small pieces here and there that don’t quite hold up, there’s still some solid enough positives to really like here. (Don Anelli)

(Self - 2015)
Score: 75

Three Eyes Left - Asmodeus

#PER CHI AMA: Stoner/Doom/Psych
I Three Eyes Left sono una band bolognese attiva nella scena doom/stoner da oltre dieci anni e che ha raggiunto un buon riscontro a livello di pubblico e ascolti. All'attivo hanno un demo, due EP ed un cd, poi la sempre attenta GoDown Records ha pensato bene di metterli a contratto ed è così che vede la luce 'Asmodeus', il secondo full length dei nostri, disponibile in digitale, cd e vinile da maggio di quest'anno. La formazione vede Maic Evil (voce e chitarra), Andrew Molten (basso) e K. Luther Stern (batteria), quindi un trio alla vecchie maniera, in grado di creare un volume sonoro e musicale senza eguali. Appena si inserisce il cd nel lettore, si viene avvolti da suoni sontuosi, le distorsioni delle chitarre sono calde e cremose, il basso è come il battito cardiaco di un'immensa creatura adagiata sul fondo degli abissi. La batteria trasuda ritmiche ancestrali, perentorie e ossessive, mentre la voce è una delle timbriche più piacevoli ascoltate negli ultimi tempi ove il vocalist usa appieno le sue doti e diviene elemento trascinante dei brani composti dai Three Eyes Left. "Beyond the Mountain" è l'opening track di 'Asmodeus' e come tale ha una grossa responsabilità: come la canzone di apertura di un concerto che deve impressionare l'ascoltatore, altrettanto deve fare questa song. Potenza allo stato puro, doom/rock psichedelico al 100%, potente e devastante come un cataclisma naturale che ha accumulato potenza per milioni di anni e finalmente ha trovato la sua via di sfogo. Riff potenti, bassi e imperterriti che prenderanno il sopravvento sui vostri speakers fino al punto di rottura che sarà sempre pericolosamente in agguato. Seppure l'attitudine doom sia abbastanza classica e ricordi senza tanti giri di parole band del calibro di Back Sabbath e Orchid, la band italica riesce a destreggiarsi molto bene creando una fusione personale che trae il meglio da altri generi come il metal e lo sludge, forgiando un sound massiccio e talvolta addirittura mistico. Le ottime linee vocali chiudono il cerchio, anche con excursus in territori death, confermando che i generi chiusi in se stessi alla lunga hanno vita difficile. "Lucifer Brightest in the Sky" è il brano che ho preferito, dieci minuti abbondanti dove il trio mette in piazza tutto il proprio bagaglio musicale e crea un brano pressoché perfetto, perché contiene tutto quello che ci si aspetta da una band doom. Il brano inizia come stoner, evolve e si tramuta in puro doom, per poi cambiare pelle e regalare un break psichedelico che permette a noi nati nei '70s, di viverli come fosse allora. Poesia in musica che soddisferà qualsiasi amante del buon rock, nostalgico o meno, insomma un album che regala otto tracce perfettamente incastonate nella corona del re delle tenebre. "Sign of the Pentagram" mostra il lato più veloce della band, ovvero una cavalcata massiccia e arrogante come poche, sempre caratterizzata da una compattezza strumentale che parecchie band possono solo sognarsi. Dopotutto i Three Eyes Left si sono fatti un mazzo tanto, chiudendosi in sala prove a provare e riprovare; poi con bravura e un pizzico di fortuna, hanno iniziato a raccogliere i risultati. Quindi, che lo prendiate in vinile o cd (massì anche in digitale se proprio non potete farne a meno), 'Asmodeus' si confermerà una gran bella perla stoner/doom/psych rock nostrano che ci permette di camminare a testa alta avanti ad altre scene sparse per il mondo. È solo acquistando musica che permettiamo a realtà come queste di vivere e farci sognare, ricordatevelo. (Michele Montanari)

(GoDown Records - 2015)
Voto: 80

sabato 14 novembre 2015

Sumer - The Animal You Are

#PER CHI AMA: Post Metal/Prog/Grunge/Alternative
I Sumer sono una band inglese di 5 elementi, formatasi nel 2010, che esce solo nel 2014, con 'The Animal You Are', l'album di debutto, costituito da nove tracce intriganti. È quasi inutile dire che nel loro sound si sentono molto le influenze dei Karnivool e dei Tool, tuttavia i nostri londinesi provano più volte a distaccarsi dai dettami dei gods sopraccitati e dai clichè del genere, lasciando spazio ad esempio a una leggera vena grunge nel cantato, che conferisce al quintetto britannico una certa dose di personalità. Le song si dimostrano tutte assai interessanti: con “The Animal You Are”, la title track, i Sumer portano una carica che coinvolge e disorienta, fatta di introspettive atmosfere post metal che colorano molto l’album, caricate da riff scuri e potenti, nonché da controtempi ben centellinati. “Lure” invece sposta l’attenzione alle armonizzazioni a due voci ben curate, mentre “Vanes” si fa notare per certe aperture con ritornelli, da cantare facendo lenti headbanging al braccio. Tre chitarre son sempre difficili da gestire, ma i Sumer riescono ad equilibrarle perfettamente e, ben calibrati alla sezione ritmica, fan capire subito il loro elevato livello tecnico. E con “Progenesis” lo dimostrano alla grande: ti vien infatti voglia di suonare la batteria mentre la ascolti e in un attimo ti ritrovi a fare air drumming come nel video di “New Millenium Cyanide Christ” dei Meshuggah. Personalmente spero, ma credo siano già sulla buona strada, che i Sumer continuino a sperimentare con la loro musica, per potersi levare di dosso il continuo confronto che viene spesso da fare con Maynard & Co. e possano creare finalmente una propria e definita identità. Comunque meritevoli di tutta la vostra attenzione. (Alessio Perro)

Odetosun - The Dark Dunes of Titan

#PER CHI AMA: Space Rock/Death Progressive, Opeth, Nahemah
Sapete quanto sia affascinato da tematiche astronomiche e quest'oggi mi trovo ad affrontare Titano, il più grande satellite di Saturno ed uno dei corpi rocciosi più massicci dell'intero sistema solare, nonché uno dei più affascinanti, per la presenza di ghiaccio d'acqua, laghi di idrocarburi e altre caratteristiche che l'accomunano alla nostra Terra primordiale. I tedeschi Odetosun, forse affascinati quanto il sottoscritto per l'astronomia ma anche ispirati dal romanzo 'As on a Darkling Plain' di Ben Bova, ne hanno voluto esplorare la superficie, cosi come fece la sonda Cassini-Huygens nel 2004, dedicandoci 4 lunghi brani. Brani che si aprono con l'inusuale (ma solo per posizionamento nella scaletta - e a cui personalmente avrei affidato l'outro) strumentale "At the Shore of the Ammonia Sea", che ci delizia comunque con dieci minuti di caldo rock progressive anni '70, che conferma quanto Bob Stoner aveva dichiarato nella recensione del debut 'Gods Forgotten Orbit', ossia che il terzetto di Augsburg sfodera una classe innata e già matura. Ma la "battigia di quell'oceano di ammoniaca" non puzza decisamente come il gas tossico e dall'odore pungente citato nel titolo, anzi profuma di dolce, e alla fine ci regala atmosfere dilatate di space rock di grande spessore. "Machine Horizon" irrompe con un riffing tempestoso, per cui mi sembra quasi di immaginare dei fulmini all'orizzonte di quel mare sopra descritto, mentre le arcigne vocals di Luke Stuchly calzano a pennello sulla matrice sonora dei nostri (ma in futuro mi aspetto evoluzioni sull'aspetto vocale dei nostri). L'atmosfera diviene più rarefatta e l'assenza di ossigeno intorpidisce la mia mente, ma niente paura perchè anche il sound degli Odetosun va via via ammorbidendosi lanciandosi in squarci di rock senza tempo: c'è chi cita i Pink Floyd, chi i Voivod o gli ultimi Opeth, io preferisco pensare che le splendide note che fuoriescono da 'The Dark Dunes of Titan' siano degli Odetosun e di nessun altro. Classe sopraffina lo confermo, soprattutto nella sei corde di Benny Stuchly e se "Remember Sequoia Forest" è un troppo breve interludio strumentale, alla fine mi abbandono alla conclusiva title track e ai suoi meravigliosi 15 minuti abbondanti di musica che mi catapultano nello spazio più profondo, in cui trovo modo di viaggiare ancor di più con la mia fantasia. È un mid tempo ragionato, in cui death metal (colpa del growling urlato di Luke), progressive e oscuro post metal (ricordate gli spagnoli Nahemah?) collidono come asteroidi sulla superficie di un pianeta, generando profondi canyon, montagne, laghi e valle, dando origine alla stupefacente armonia della natura. Altrettanto fa il terzetto teutonico, in grado di muoversi con agio attraverso fraseggi jazz, dilatazioni post apocalittiche, tastiere settantiane e assoli strepitosi, il tutto corredato da un'eccellente lavoro ritmico, con un plauso particolare infine alla batteria del bravissimo Gunther Rehmer. Il tutto mi induce all'oblio totale, una sensazione straordinaria per i miei sensi. Non saprei che altro dirvi per solleticare i vostri di sensi e indurvi all'ascolto (mandatorio) di questo sorprendente 'The Dark Dunes of Titan'. Per gli Odetosun garantisco io. (Francesco Scarci)

(Self - 2015)
Voto: 85

https://www.facebook.com/odetosun

Obsidian Sea - Dreams, Illusions, Obsessions

#PER CHI AMA: Dark/Doom/Psych
La Bulgaria, Sofia di preciso, è la città natale degli Obsidian Sea, tre musicisti che si sono incontrati nel 2009 per dare vita ad un progetto interessante, ma soprattutto divenuto in poco tempo conosciuto e fondamentale per la scena doom/psych rock bulgara. La band ha lanciato il debut album nel 2012, lavoro che ha riscosso buoni feedback dalla critica, ma anche dai fan, locali e non (se non lo avete già fatto, trovate la recensione tra le pagine del blog). In poco tempo il trio ha calcato i palchi di importanti festival, trovandosi gomito a gomito con icone del calibro di Ufomammut, 1000Mods e tanti altri. Questo ha permesso alla band di maturare in fretta ed ora ci riprovano con 'Dreams, Illusions, Obsessions', album prodotto dall'instancabile Solitude Productions. Il doom degli Obsidian Sea è classico, quello degli Electric Wizard per capirci, quindi non preoccupatevi, non vi strapperete i capelli gridando al sacrilegio perchè una band doom ha osato contaminare il sacro genere. Ritmiche lente, chitarre con accordature che raggiungono le basse frequenze dell'inferno e quant'altro. In realtà la band non sfutta i classici muri di chitarre, ma preferisce riff e assoli più blues e psichedelici, lasciando più spazio agli altri strumenti e alla linea vocale. Le atmosfere sono oscure e richiamano antichi rituali, tra sabba ed evocazione di mostri provenienti da altre dimensioni. La scelta dei suoni e del mix è di tipo vintage, quindi suoni caldi e avvolgenti, pochi fronzoli e tanto groove. "The Trial of Herostratus" apre le danze con una middle tempo classica nella struttura e negli arrangiamenti, ma di cui si coglie subito la qualità e l'essenza della band bulgara. La voce è carica di riverbero come vuole lo stile, sembra quasi provenire dall'oltretomba pur regalando una piacevole atmosfera e lasciando comunque il cantato, di facile interpretazione, ad uno stile vintage. Nonostante la ritmica sia relativamente lenta, batterista e bassista si prodigano a intrecciare diverse trame arricchendo così la canzone e rendendone più gradevole l'ascolto. Il riffing poi non è cosi invasivo, ma si fonde perfettamente al resto degli strumenti e grazie a riff convincenti e diversi cambi di tempo e assoli, arriva a forgiare un brano ben fatto. Accelerazioni, rallentamenti e quant'altro dimostrano la capacità artistica e tecnica non trascurabile del trio di Sofia. "Confession" ci porta nelle profondità psichedeliche delle mente umana, dove sogno, illusioni e ossessioni attanagliano la mente umana incatenandola ad un livello di realtà che rende ciechi e ci allontana dalla verità assoluta. Nei sei minuti abbondanti, si assaporano con gusto tutte le sfumature provenienti dai vari strumenti e in un impianto hi-fi di buona fattura, è puro godimento per i timpani. La traccia si sviluppa in modo costante per tutta la durata e la band ha spazio a sufficienza per esprimersi al meglio, come il chitarrista che si lancia in assoli e riff davvero orecchiabili. Perfino il tanto bistrattato basso riesce ad avere il suo momento di gloria, anche se in effetti, fa un gran lavoro lungo l'intero album. La chiusura è in fade out, una scelta che non reputo quasi mai positiva perchè sembra dettata dalla pigrizia, ma conoscendo la band deduco che si tratti di un'opzione puramente stilistica. Altro pezzo degno di nota è "Somnambulism", oscuro e sensuale come un'ombra che danza scalza, alzando la polvere dal suolo e si mescola al sudore. Liquidi lisergici scorrono nelle vene e fumi densi offuscano la vista, ma aprono il terzo occhio che proietta sul vuoto infinito. La bravura degli Obsidian Sea sta proprio nel saper creare atmosfere che abbracciano l'ascoltatore disposto a socchiudere gli occhi e lasciarsi andare a stati mentali paralleli. Musica solida quella degli Obsidian Sea; se cercate un buon album ricco di doom e rock psichedelico, allora 'Dreams, Illusions, Obsessions' è ciò che fa per voi. Se invece cercate qualcosa di anche lontanamente originale e innovativo, volgete il vostro sguardo altrove. (Michele Montanari)

(Solitude Productions - 2015)
Voto: 75

https://www.facebook.com/ObsidianSeaDoom/

mercoledì 11 novembre 2015

Nocturnal Escape - S/t

#PER CHI AMA/FOR FANS OF: Black/Death/Folk/Prog 
I Nocturnal Escape sono una giovane band tedesca, nata solo nel 2014, ma formata da navigati musicisti (Disgusting Perversion, Bleak). Nel 2015 fanno uscire il loro primo full length, distribuito in maniera indipendente tramite Bandcamp. Partiamo dall'artwork, accattivante, strano ed anticonformista. L'album è formato poi da otto brani per una durata di circa un'ora che si srotola in maniera contorta e sofisticata tra death, folk e black metal di stampo epico e progressivo, con variegati cambi di stile e tempi (come potrete apprezzare nella opener, "War of Beliefs"), tecnica sopraffina, il tutto completato da voci demoniache e cantati puliti assai evocativi, in stile TYR. Le trame melodiche inserite tra i brani distolgono per un istante l'ascoltatore dall'idea di trovarsi di fronte ad un disco true metal, come nel prologo e nel bridge acustico di "Lucid Mind" che poi s'incamminerà attraverso tutt'altro percorso sonoro, decisamente più duro e dal tono simil guerrafondaio. Tutto l'album ruota attorno a questi stravaganti accostamenti di stile e fantasiose diversità, sempre assai curate e a volte bizzarre, comunque da apprezzare, poiché rendono il lavoro interessante e assai vario, giocato su una tecnica chitarristica che esplode in molteplici e caleidoscopici assoli. Il trio teutonico di Augsburg, formato da Leo Bergmann (chitarre, synth, drum machine), Klaus Bergmann (basso) e Thomas Zimmermann (voce), gioca molto bene le sue carte soprattutto nelle parti più veloci e thrash oriented, con ritmiche incalzanti che ricordano i Moonsorrow, con un che dei Die Apokalyptischen Reiter, per quell'attitudine al bizzarro, insolito e inaspettato. La band mostra un suono compatto e brillante, con il cantato sempre in evidenza, e il tutto supportato da una buona produzione, talvolta sin troppo cristallina e puntigliosa, ma che comunque esalta tutti gli strumenti a dovere. In alcune ritmiche, i nostri ricordano i mitici folk metallers irlandesi Cruachan o i teutonici Menhir, anche se i Nocturnal Escape sembrano prediligere più la componente epica e black dai risvolti progressivi. Infatti, nella stesura dei brani, il combo germanico lascia si al folk un ruolo importante ma mai predominante, dirottando di frequente il sound verso lidi progressivi, nella vena di Immanent o Corr Mhona. L'intera release scorre veloce e fantasiosa, palesando melodia e grinta, con le parti più black/death oriented a mostrare forse il lato migliore della band, anche se in generale il songwriting si confermerà di notevole efficacia e sempre di alta qualità, pur usando un'asettica drum machine. Ottimi i chiaroscuri di "Gaia's Demise", contrappuntata dai suoi toni solenni ed epici. Il brano conclusivo, "Call to Humanity" esalta infine la vena più classicamente speed metal del terzetto, con voce e assoli affidati a poco conosciute guest stars, con il risultato finale di rincarare la dose, aumentando ulteriormente la forza dirompente di questo lavoro. Ottimo debutto. È forse la nascita di una nuova stella nel cosmo metallico? Staremo a vedere... (Bob Stoner)


Nocturnal Escape is a young German band, founded in 2014, but made up of already experienced musicians (Disgusting Perversion, Bleak). In 2015 they released their first full length, distributed independently via Bandcamp. Let's start with the artwork: captivating, funny and unconventional. The album contains 8 tracks with nearly an hour of music that unrolls itself in a twisted and sophisticated way between death, folk and black metal with a pinch of epic and progressiveness. With varying style and time changes (as you can appreciate in the opener, “War Of Beliefs”), excellent technique, everything completed by demoniac voices and clean voices very evocative in a TYR style. The melodic plots inserted in the tracks distract the listener for a moment from the idea of being in front of a true metal disc, as in the prologue and in the acoustic bridge of “Lucid Mind” that will walk you through another sound path, much harder and in a warmonger-like tone. The whole album revolves around these weird combinations of styles and smashing diversity, always neat and sometimes bizarre, however to appreciate, because thanks to them the work is interesting and varied, played with a guitar technique that explodes in kaleidoscopic solos. The teutonic trio from Augsburg, consisting of Leo Bergmann (guitar, synth, drum machine, shout vocals) , Klaus Bergmann (bass) and Thomas Zimmermann (clean vocals), plays very well its cards, mainly in the fast and thrash oriented parts, with relentless rhythms reminiscent of Moonsorrow, with a pinch of Apokalyptische Reiter; for that attitude to the bizarre, unusual and unexpected. The band shows a compact and brilliant sound with the voice always highlighted, and everything supported by a good production, sometimes even too clear and punctilious, but that exalts every instrument as it should anyway.In some rhythms they remind of the mythical Irish folk metallers Cruachan or the teutonics Menhir, even if Nocturnal Escape seems to like the epic components of the black metal with progressive implications more. In fact, during the tracks the German combo leaves folk an important role but it's never predominant but diverting frequently the sound to progressive shores, as in the vein of Immanent or Corr Mhona. The whole release flows fast and imaginative, revealing melody and grit, with the most black/death oriented parts to show, maybe, the best side of the band, even if in general the songwriting will be confirmed highly effective and always of high quality, besides the usage of an aseptic drum machine. Excellent chiaroscuro of “Gaia's Demise”, counterpointed by solemn and epic sounds. The ending track, "Call to Humanity" exalts in the end the more classical speed metal mood of the trio with voice and solos assigned to little known guest stars, with the result of increasing the value of the dose, rising further the disruptive force of this work. Very good debut. Is this the birth of a new star in the metal cosmos? Let's see... (Bob Stoner)

(Self - 2015)
Voto/Score: 80

martedì 10 novembre 2015

Giöbia – Magnifier

#PER CHI AMA: Acid Rock/Psych, Pink Floyd
I Giöbia tornano dopo l’eccellente 'Introducing Night Sound' del 2013, e lo fanno in grande stile, alzando ancora l’asticella di un suono che fa un ulteriore passo in avanti rispetto a quei modelli di psichedelia in qualche modo classica ai quali la band milanese ha sempre mostrato di ispirarsi. I Giöbia hanno ormai, a pieno titolo, assunto una statura internazionale testimoniata dall’appartenenza alla scuderia Sulatron e dall’attività live portata avanti con costanza fuori dai nostri confini. Eppure, se non odiassi il termine, potrei definire questo disco come un ottimo esempio di eccellenza italiana. Tutto qui dentro, dalla scrittura all’esecuzione, fino alla resa sonora, è di altissimo livello, dimostrando che anche in Italia si può fare del grandissimo rock e inorgogliendo tutti quelli che qui ci rimangono per scelta e lavorano con convinzione e serietà. Il rock dei Giöbia è un concentrato di psichedelia pe(n)sante, space e hard dalla densità altissima, che sposa in modo pressoché perfetto l’idea e la sua realizzazione pratica. In questo senso, quello prodotto da Stefano Bazu Basurto (voce, chitarre, ouz, bouzouki, santhur, synth), Saffo Fontana (organo, moog, voce), Paolo Dertji Basurto (basso) e Planetgong (batteria e percussioni) è un autentico gioiello. Non amo leggere recensioni track by track, per cui eviterò di scriverla, ma davvero ognuno di questi 7 brani andrebbe menzionato e commentato, dall'incedere ipnotico dell’iniziale “This World was Being Watched Closely”, allo stomp di “Devil’s Howl”, sferzato da un vento maligno di synth, dalla trascinante “The Pond”, col suo basso distorto, quella voce sinistra che fa tanto primo Roger Waters e la batteria che ti squassa il plesso solare, fino alla vertigine definitiva dei 15 minuti di “Sun Spectre”, una sorta di “One of These Days” sotto steroidi e proiettata nell'iperspazio. Per la riuscita di un disco di questo tipo, la resa sonora è parte essenziale, e il lavoro svolto da Andrea Cajelli alla Sauna di Varese è da valorizzare tanto quanto quello dei musicisti. Lasciatevi assorbire dal suono di questo disco fino a perdere ogni riferimento fisico attorno a voi e sorprendetevi a chiedervi se qualcuno vi abbia messo dell’acido nel caffè. 'Magnifier' rimanda l’immagine di una band proiettata in una dimensione davvero al di fuori dal tempo e dallo spazio. Miglior disco dell’anno? Fin’ora è tra i primissimi. (Mauro Catena)

(Sulatron Records - 2015)
Voto: 85

Temple of Baal – Mysterium

#PER CHI AMA: Black/Death
Continua la progressione artistica della talentuosa band francese capitanata dal funambolico Amduscias che sforna un album eccellente, rumoroso e magnetico. La Agonia Records accompagna i Temple of Baal in questa nuova uscita del 2015, puntando sicura sulla qualità della band, oggi più che mai collaudatissima e forte di una esperienza pluridecennale, motivata da un ottimo album precedente quale era stato 'Verses of Fire' nel 2013. Questa volta i Temple of Baal deliziano i miei timpani con ardore e una potenza inaudita che si espande a suon di watt per tutta la durata del disco, melodia e potenza a profusione, una qualità stilistica da urlo, chitarre lancinanti da amare alla follia e una batteria (Skvm) devastante, suonata al limite delle capacità umane, per violenza, potenza e velocità, una vera macchina da guerra. Non ci sono lacune, tutte le tracce si muovono sinistre e oscure, unendo black e death metal alla perfezione, sfiorando anche cadenze doom e ammiccando in alcuni momenti di delirio alle stupende atmosfere dei Deathspell Omega. La voce di Amduscias è mostruosa al punto giusto per esprimere la sua dichiarata ricerca filosofica satanista, e il sound la supporta pienamente per cui a volte mi sembra di sentire la forza granitica e frastornante degli ultimi Napalm Death, quelli spregiudicati e più rivolti all'avanguardia. Un album, 'Mysterium', ricco di atmosfere buie, tetre, sotterranee, ricco di fantasia e virtuosismi, sia nell'esecuzione che nel songwriting, sempre interessante, per niente banale o derivativo, una visione del genere personalissima e dalle evoluzioni spettacolari. La batteria mi percuote e le chitarre mi stregano, gli assoli lungo i vari brani impressionano per perizia tecnica, velocità, melodia, violenza e schizofrenia, tutte comunque unite da un comun denominatore, un suono vivo e naturale, comprensibile, nessuna traccia di freddi computer o percussioni patinate, ma un sound caldissimo e reale, in puro stile rock, sparato a mille nel giusto carisma del black metal old school. Inutile parlare di un brano in particolare poiché siamo di fronte ad un vero capolavoro, completo ed eccitante, che farà a lungo parlare di sé. Un monumento al black metal che innalza i Temple of Baal nell'olimpo del genere oscuro tra Deathspell Omega, Belphegor e 1349. Un invito a nozze per gli estimatori del genere. Un banchetto lugubre a cui non dover mancare. Un capolavoro! (Bob Stoner)

(Agonia Records - 2015)
Voto: 90

The Pit Tips

Emanuele "Norum" Marchesoni 

Luca Turilli's Rhapsody - Prometheus, Symphonia Ignis Divina 
Trick or Treat - Rabbits' Hill 
Crimson Sun - Towards the Light

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Francesco Scarci 

Thy Catafalque - Sgùrr 
Windfaerer - Tenebrosum 
Dalla Nebbia - Felix Culpa

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Don Anelli 

Amidst the Withering - The Dying of the Light 
Satan - Atom by Atom 
Disloyal - Godless

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Mauro Catena 

Giöbia – Magnifier 
Dizraeli – Engurland 
Seargeant Thunderhoof – Ride of the Hoof 

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Samantha Pigozzo 

Die Apokalyptischen Reiter – Tief und Tiefer 
Eisbrecher – Die Hölle Muss Warten 
Lindemann – Skill in Pills

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Stefano Torregrossa 

James Blake - Overgrown 
Clutch - Psychic Warfare 
Goatsnake - Black Age Blues

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Michele Montanari 

Eagles of Death Metal - Zipper Down 
Infection Code - 00-15: l'Avanguardia Industriale 
Blood Diamond - Death Valley Blues

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Bob Stoner 

Killing Joke - Pylon 
Monster Magnet - Cobras and Fire the Mastermind Redux 
Ephel Duath - Hemmed By Light, Shaped By Darkness

domenica 8 novembre 2015

The Damned – Fiendish Shadows

#PER CHI AMA: British Gothic/Punk
Ecco la band che mi permette di fare un viaggio nel tempo! UK, anni '70, culla del punk. Non a caso, i The Damned assieme ai Sex Pistols e ai Clash formano il cosiddetto “sconsacrato triumvirato del punk britannico” (fonte: wikipedia), formatisi nel 1976, scioltisi poco dopo, riformatisi nuovamente con altri membri, insomma, una band viva e che continua a produrre musica anche dopo 40 anni. Mi trovo tra le mani l'album live 'Fiendish Shadows', uscito nel 1997 e da poco riproposto dalla Westworld Recordings. Dico live, anche se non è del tutto corretto, perché sembrerebbe più un album uscito da una jam session in un club piuttosto che su un palco davanti ad un'orda impazzita di persone. Posso azzardare a suddividere l'opera in tre parti: quella punk pura della metà anni '70, quella un po' più tendente al moderno, e quella un po' più rockabilly. La prima parte si può sentire in canzoni come “Stranger on the Town”, “There'll Come a Day”, “I Had too Much to Dream Last Night”, “Gun Fury, “Love Song”, “Disco Man” e “New Rose”, primo vero singolo datato 1976: non a caso, sono stati supporter dei Sex Pistols. Tutte queste sono in vero stile Oi! (per i profani street punk), sebbene uscite in diversi momenti della carriera della band. La parte più "moderna" si trova nelle note di “Grimly Fiendish, in “Is it a Dream” o anche in “Street of Dreams”: in tutte e tre le song, le tastiere sono ben presenti, i cori all'unisono, con un orecchio comunque orientato alle vecchie sonorità (ma il tutto mantenuto ad un livello più basso). In questo modo, si può addirittura carpire come le varie decadi abbiano modificato leggermente il sound dei The Damned. Addirittura in “Street of Dreams” ci si spinge alle porte del synyh-rock. Parlavo anche del rockabilly: è il caso di “Wait for the Blackout” e “Smash it up”. Nella prima il ritmo è leggero, e può essere tranquillamente ballato in un club mentre si canta; la seconda è malinconica all'inizio, ma poi si riprende e si carica, grazie anche all'incitazione del pubblico, ricordando fortemente i Clash. Degna di menzione è la chicca “Lust for Life”, si, esattamente la cover della canzone di Iggy Pop, suonata magistralmente a mio avviso, anche se la voce è molto differente, ma l'intonazione, la passione e la concentrazione messe al suo interno, non fanno rimpiangere di certo l'Iguana. Come tutte le belle avventure, anche questa ha una fine: è proprio a seguito di applausi e grida di approvazione, che la serata alternativa si chiude e dà appuntamento alla prossima band. (Samantha Pigozzo)

(Westworld Recordings - 2015/1997)
Voto: 80

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Interview with Sergeant Thunderhoof

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Dogbane - When Karma Comes Calling

#PER CHI AMA: Heavy/Doom
Superato il momento difficile in seguito alla scomparsa del chitarrista David Ellenbourgh (a cui è subentrato nel 2013 Jeff Rineheart), i Dogbane ritornano sulle scene con il loro secondo full length, 'When Karma Comes Calling' dedicato proprio alla memoria del loro scomparso amico. Gli statunitensi, attivi dal 2010, avevano precedentemente debuttato con l'album 'Residual Alcatraz' (2011). In questo nuovo lavoro, incontriamo le sonorità tipicamente heavy che si erano già palesate nel precedente album, facendosi qui ancora più aggressive e taglienti. Potenti riffoni di chitarra scanditi da un drumming impetuoso ma sempre precisissimo, come nell'opener “Warlord”, in cui si inserisce il graffiante cantato di Jeff Neal, che nei ritornelli viene spesso sostenuto da brevi cori. Non male il lavoro del vocalist anche se in alcuni momenti risulta forse un po' neutro: ci sarebbe bisogno di più aggressività (e magari di un aiutino da parte del mixaggio) per non perdersi nel muro di suoni generato dalle chitarre di Allred e Rinehaeart, che dicono la loro anche nei numerosi e assai pregevoli assoli disseminati in tutto l'album. Fra le poche pecche del disco vi è probabilmente quella della produzione, che seppur nel complesso garantisca un buon sound alla band, non fa risaltare al massimo la batteria, la quale appunto sembra essere un po' “piatta”, poco profonda. Discreto lavoro dunque per il gruppo americano, che come già assodato, presenta solide e potenti fondamenta, restando tuttavia sulla propria linea, senza apportare particolari innovazioni. Buona prova, ma nulla che esca dagli schemi ormai noti. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Heaven and Hell Records - 2015)
Voto: 65

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