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giovedì 30 aprile 2015

Dementia Senex & Sedna - Deprived

#PER CHI AMA: Post Black/Sludge Death Doom
Oggi vi propongo questo split EP registrato da due gruppi, i Dementia Senex e i Sedna, che già abbiamo avuto modo di conoscere qui nel Pozzo dei Dannati. Quando mi hanno proposto questa recensione avevo i miei dubbi, pensando a un lavoro di due soli brani. Poi ho iniziato il mio ascolto da "Blue Dusk" dei Dementia Senex: sono rimasto piacevolmente colpito da come la band, abbia saputo coagulare, mescolare e rendere in un'unica forma, un'esperienza musicale sopra le righe. Nella traccia si mescolano infatti atmosfere tranquille, quasi desolanti, e si percepisce come l'approccio dei nostri sia cosi intimistico e introspettivo, ecco direi una calma quasi rassegnata, senza comunque abbandonare le atmosfere create dal death doom atmosferico del combo romagnolo. Il brano si rivela una profonda esperienza musicale, dettata dalla capacità dei nostri di amalgamare perfettamente atmosfere cosi disperate (frutto di un vocalist dallo screaming aspro) e disparate, in un unico flusso sonico da brividi. Per quanto riguarda i Sedna, il brano del trio cesenate, s'intitola "Red Shift" e il loro approccio è totalmente diverso rispetto ai compagni di split: i tre giovani creano atmosfere post metal, senza disdegnare frequenti ammiccamenti al black metal sia a livello vocale, ma soprattutto per quelle distruttive accelerazioni che evocano gli Altars of Plagues o una versione più onirica dei Deafheaven. Frenetici e violenti, i Sedna si abbandonano in atmosfere più ferali rispetto ai loro compagni di avventura, offrendo oscure atmosfere apocalittiche. Nel complesso questo split EP è un buon lavoro, che inganna il tempo in attesa di ascoltare i nuovi full length delle due band. Sicuramente una bella scoperta per il sottoscritto... Consigliatissimi! (PanDaemonAeon)

(Drown Within Records - 2015)
Voto: 75

Jack and the Bearded Fishermen - Minor Noise

#PER CHI AMA: Indie/Rock/Noise
I Jack and the Bearded Fishermen sono una band francese che nasce nel 2005 e si consolida nella line-up attuale di sei elementi, tra cui spiccano ben quattro chitarre. Nel corso dei loro dieci anni di carriera, la band ha prodotto un EP, un paio di split e due album, prima di approdare a questo 'Minor Noise' che dovrebbe essere quindi il risultato della maturità acquisita negli anni. Il nuovo lavoro, come riportato nel loro sito è stato stampato in 1000 cd e ben 500 vinili (!!), il che risulta una mossa assai coraggiosa in un periodo storico di profonda crisi (musicale). Dal sito web non si ricavano informazioni circa la storia della band, quindi concentriamoci sulla musica dei nostri e le dieci tracce dell'album. I Jack & Co. suonano un rock che sta in bilico tra il noise e il post rock/punk per un certo senso simile ai Lucertulas, Kelvin e Il Buio, gruppi italiani di cui abbiamo parlato recentemente nel Pozzo dei Dannati. Gli amici francesi lo fanno però a modo loro, optando per arrangiamenti meno ossessivi e più distesi, ma sempre con un discreto impatto sonoro, come nella title track, che racchiude in se stessa l'essenza dei Jack and the Bearded Fishermen che in cinque minuti abbondanti affrontano le loro paranoie musicali e le esorcizzano a suon di riff. Il brano infatti è un mid-tempo che preferisce giocare con i suoni più che con le battute per minuto; basti ascoltare le chitarre che lavorano bene senza esagerare con le troppe linee di sovra incisione che ne avrebbero appesantito troppo il risultato. Le distorsioni suonano come dovrebbero, leggere e colorate, in modo da far trasparire ogni singola sfumatura e facendo cosi risaltare le linee melodiche che hanno un discreto grado di complessità. L'intreccio con la sezione ritmica funziona a meraviglia grazie alla linea di basso che accompagna diligentemente e si stacca appena può, in completa fusione con la ritmica. La batteria è l'elemento portante per questo genere e non si smentisce, diventando le fondamenta di tutta la traccia e riuscendo a esserne protagonista nei momenti giusti. Come nell'intro di "Way Out" dove il suono old school dell'ensemble di Besançon regala brividi lungo la schiena e anticipa l'entrata di forza del riff di apertura. La voce è posta leggermente in secondo piano ed è mascherata da un effetto di distorsione a completare il loop noise dei Jack and the Bearded Fishermen. Il brano è un angusto labirinto fatto di aperture e break sapientemente dosati, dove gli strumenti esprimono al meglio quel senso di nervosismo e claustrofobia. I cambi repentini e inaspettati creano uno stato perenne di ansia nell'ascoltatore che si lascia strappare dalla sua dimensione statica per essere condotto nel freddo portale posto in mezzo ad un'anonima stanza (vedi copertina). "White Hours" offre in primo piano il dualismo tra basso e batteria, lasciando le chitarre a fare da elemento di disturbo acustico, creando un brano diverso dai precedenti, ma pur sempre dal sapore ansiogeno. Il battito delle note è scandito ossessivamente e quando questo si interrompe, ci pensa la voce e le chitarre a trascinarvi nel profondo dedalo dei sensi. Concludendo, i Jack and the Bearded Fishermen hanno partorito un album che non propone nulla di nuovo, ma regala dieci tracce di indie/rock ben fatte e altrettanto eseguite, dotate di una forte componente emozionale che scava nel profondo di chi sa ascoltare con trasporto. Bravi. (Michele Montanari)

(Self - 2014)
Voto: 75

domenica 26 aprile 2015

Sulphur Aeon - Gateway to the Antisphere

#PER CHI AMA: Death Metal, Behemoth, Absu
'Swallowed by the Ocean’s Tide' fu un buon disco di debutto, all'insegna di un classico death/black metal, ma diciamocelo con franchezza, nulla di cosi trascendentale. Tornano i tedeschi Sulphur Aeon con un album nuovo di zecca, 'Gateway to the Antisphere', e le cose si fanno decisamente più attrattive, forti anche della collaborazione alle proprie spalle di Vàn Records e Imperium Productions. Lo stile dei nostri veleggia verso lidi più death oriented, influenzato dai racconti di H.P. Lovecraft e trasfigurato in sontuosi arrangiamenti e spietate melodie. Dopo la prevedibile intro, ecco imperversare le chitarre di "Devotion to the Cosmic Chaos", song che deflagra con un ritmo dapprima arrembante e che poi si accomoda su un mid-tempo melodico, che trova anche modo di citare i Melechesh più orientaleggianti. Con "Titans", il terzetto della Renania torna a descrivere atmosfere orrorifiche degne del famoso scrittore di Providence, anche se è con la successiva "Calls from Below" che i riferimenti alle divinità blasfeme e alle creature cosmiche descritte nel 'Ciclo di Chtulu', trovano la loro perfetta collocazione. Il sound si muove infatti su un territorio più melmoso, alternando sonorità impetuose con atmosfere infestate dai mostri fantasy di Lovecraft. Se "Abysshex" rappresenta l'ennesima rasoiata in termini di furia death metal, "Diluvial Ascension - Gateway to the Antisphere" raffigura invece la perfetta narrazione della discesa negli abissi oceanici, lenta e tortuosa, in assenza di ossigeno e luce, inquietante e misteriosa, spaventosa e drammatica. La musica in questa traccia acquisisce toni angoscianti, cupi e minacciosi, andando a scalare la mia personale classifica di gradimento delle song e qualificandosi come mia traccia preferita. Ben bilanciata a livello di chitarre, ottima la sepolcrale performance vocale di M. e solenne è la furia vibrante insita nelle ritmiche del brano, che richiama in causa nuovamente Melechesh, ma anche Absu, e Behemoth, per un risultato finale da peggiore degli incubi. Il furore del trio germanico trova sfogo anche in "He is the Gate", mentre in "Seventy Steps" sembra incappare in un apparente attimo di quiete che nella seconda parte della song, avrà di nuovo modo di irrompere con ottime linee di chitarra, dal sapore quasi avanguardistico, che ammiccano addirittura ai Ved Buens Ende. La ferocia dei Sulphur Aeon è implacabile, anzi continua a spingersi oltre, sferrando colpo dopo colpo, attacchi di elegante brutalità che evocano la malignità degli Aevangelist, la morbosità dei Morbid Angel e l'indigeribilità dei Mitochondrian, in un album di totale devastazione che sul suo cammino sarà solo in grado di mietere vittime. Che altro dire se non suggerirvi di far vostro quanto prima questo lavoro, non fosse altro per lo splendido e curatissimo digipack con cui le etichette lo presentano. Sulphur Aeon, dannatamente feroci. (Francesco Scarci)

(Vàn Records/Imperium Productions - 2015)
Voto: 80

Those Made Broken - Dead History

#PER CHI AMA: Progressive Rock, Porcupine Tree
La band di oggi è un quartetto alternative rock/metal proveniente da Glasgow, che dopo un imprecisato tempo esce con l'album di debutto 'Dead History'. Infatti dal loro sito non si ricavano molte info riguardanti la storia della band, probabilmente è una formazione che si è formata da poco, ma non importa ai fini della recensione. Sta di fatto che i Those Made Broken (TMB) suonano dannatamente bene: dodici brani ben bilanciati e caratterizzati da una discreta qualità di registrazione. "Endgame" è l'opener di questo 'Dead History' ed inizia in grande stile con un bel riff di chitarra che poi verrà ripreso ciclicamente durante tutta la traccia. Song che è un perfetto mix di sonorità alternative rock/metal, velata di malinconia e sfumature dark messe in risalto da suoni cupi, arrangiamenti aggressivi e dal timbro vocale del cantante. I suoni sono tendenzialmente moderni, quindi fanno uno smodato uso di compressori e simili nella fase di post produzione della sezione ritmica, con le distorsioni dotate di quel taglio tipico del nu metal, anche se mai effettivamente esasperato e sempre vicino al rock, soprattutto come struttura compositiva. Il breve break centrale dà respiro al brano e ricorda i momenti più atmosferici dei Katatonia, per poi caricare ed esplodere nell'allungo finale. Tanta potenza gestita in modo bilanciato, una sorta di pugno nello stomaco che si trasforma in una carezza musicale. "All You See" è un brano più tirato: batteria e basso nervosi e incalzanti, come gli arrangiamenti di chitarra che conducono la linea ritmica sempre in perfetta sintonia. Il vocalist si conferma all'altezza, sia per tecnica che per timbrica, cercando di staccarsi dalla melodia per creare una propria linea melodica. Il brano può ricordare Tool e A Perfect Circle o i più recenti Soen però con un piglio personale che rende merito alla band scozzese. I riff vengono preferiti agli assoli super tecnici, giovando quindi al groove, con qualche piccola chicca in post-produzione per arricchire le linee di incisione. "Reach" cambia registro sin dall'intro che ci porta nelle lande americane a suon di southern metal, grondante di sudore per quei suoi cinque minuti abbondanti. I TMB uniscono due terre geograficamente lontane con arte, portando l'ascoltatore a muovere una qualsiasi delle estremità del corpo, questo a conferma della genuinità della traccia. Tanto groove, suoni massicci, cambi di tempo al punto giusto sono gli ingredienti essenziali per l'ottimo mix offerto dai nostri. Personalmente lo ritengo il brano migliore di 'Dead History', bravi ragazzi. Per il resto l'album è per lo più discreto, con buone idee che a volte vengono sviluppate in maniera ripetitiva; l'impressione che ho avuto è che i brani debbano durare almeno trecento secondi altrimenti il rischio è che non piacciano. Avrei puntato a produrre un cd con qualche traccia in meno (troppe 12), ma sviluppate meglio, proprio per non cadere nel circolo vizioso di dover faticare per arrivare alla fine di ogni brano. La band ha buone potenzialità che spero possano evolvere ulteriormente, soprattutto sfruttando la creatività che sembra essere celata sotto una patina dettata dagli standard di questo genere musicale. Meno quantità e più qualità. (Michele Montanari)

(Self - 2014)
Voto: 70

venerdì 24 aprile 2015

Bio-Cancer - Tormenting the Innocent

#FOR FANS OF: Black/Thrash, Dark Angels, Sadus
What's this? Bio-Cancer? A biohazard symbol in the logo? Artwork by Ed Repka depicting a chained up mutated humanoid? We know what we're all thinking - and in some ways, you're right to think pessimistically. However, if you begin to write these Greek speedsters off as another pseudo-crossover failure like Fueled By Fire or Thrash or Die(*shudder*!), then you are missing out on some incredibly tight and entertaining genuine thrash metal, written for the 21st century audience. 'Entertaining' really is the key word here. Bio-Cancer seem to fill every nook and cranny of their sound with subtle compositional devices which make a huge difference to the overall effect. A bass lick here, a drum fill there - it all adds up to a unique and memorable experience (the 0:53 mark in opening track "Obligated To Incest", Lefteris' primal grunt, is a prime example). Speaking of vocalist Lefteris; he puts on one hell of a performance here. Completely balls-to-the-wall insane shrieks and a vitriolic lyrical delivery are the norm for this madman. His supporting cast are also en point throughout "Tormenting The Innocent". Original riffage, tuneful solos, a range of dynamics, and most importantly, a variation in pace. This is best exemplified in the middle section of "F(r)iends or Fiends" where the rhythm section truly prove that they can hold their audience's interest without the need for a simplistic verse-chorus-verse-chorus structure. Think Mastery, but with a seriously impressive vocalist at the helm. The production quality is stellar: the guitars and bass work together as one well-oiled machine, Tomek's blast-beats are always highlighted superbly and the gang-shouts become an integral part of the compositions due to the gravitas given to them. In fact, if there's any fault with this album at all, it's that Lefteris' English pronunciation is far from accurate, but that just adds to the mad hilarity of this release! Who gives a shit about lyrics anyway? "Tormenting The Innocent" flows with surprising fluidity; each track leading to the next with an almost narrative through-line - climaxing on the one-two deathlike punch of"Haters Gonna...Suffer!" and "Life Is Tough (So Am I)". The songs all have something that will make you want to come back and hear it again and again. Be it the mesmerizing melodic middle-eight of "Boxed Out" or the relentless chanting of "Think!", you'll find yourself becoming enthralled by a detail you missed on previous listens. It's clear that these Greeks have placed themselves on a plinth of thrash metal godliness. Along with the Finns in Lost Society and the more established Brits in Evile, let us hope their toxicity develops and infects us all! (Larry Best)

(Candlelight Records - 2015)
Score: 90

Sonic Prophecy - Apocalyptic Promenade

#FOR FANS OF: Heavy/Power, early Primal Fear
More tales of warriors, kings, legends and dragons? Yes please! Sonic Prophecy, a sextet of Americans, are forging their path through our beloved genre in their own way. Nothing they're doing may be considered particularly innovative or original, but then what is these days? However, some of their techniques and compositional devices are somewhat quirky, especially considering their nationality. One thing's for sure, their entry for 2015 is nothing if not huge! At a whopping 1 hour 13 minutes, Sonic Prophecy are making sure there is quality stashed somewhere in that quantity. The production isn't quite spectacular - the guitar tone is a bit mellow, and a little engulfed by the bass (that's a first!). But fortunately, the folk instruments and Shane Provtgaard's mid-pitched vocals are well mixed. These two aspects are probably the stars of"Apocalyptic Promenade". Provtgaard has a warm, welcoming voice - and is able to portray a sense of storytelling through the fantastical lyrics. The folk instrumentation is a sheer delight, acting as the multi-coloured sprinkles on this cake of power metal. Regarding their debut album, "A Divine Act Of War", this new effort has slightly dampened the conventions they had previously established; lacking such energetic hymns as "Call To Battle" or the crunching headbangers like "Heavy Artillery". On "Apocalyptic Promenade", the youthful vibrancy is missing and songs feel dragged out to far longer than they're worth. Circa 2011, you could confuse this band for a young Primal Fear, but circa 2015, they seem more like latter day Judas Priest. This is by no means a negative remark, but it does sap a little of the energy out of their songwriting. There are plenty of positives scattered about this album though. Choosing to open your album with a 13-minute epic is a risky move, but "Oracle of the Damned/The Fist of God"is such a well-composed, structurally sound piece of metal, it proved a totally worthwhile decision. This helps set up the narrative characteristic of the album which, thankfully, holds steadfast throughout. The majority of tracks on "Apocalyptic Promenade" are mid-tempo and average around 6:30 each. The swaying waltz of "Legendary" and the brooding melodies of "The Warrior's Heart" are definitely the stand-outs that thrive in this structure. Rather than an up-tempo gallop through a fantasmic land of dragons and warriors, this feels more like a calm amble across a meadow of long grass. A ... promenade, if you will? Nothing about it is unpleasant or outright bad - there are plenty of sweeping melodies and grandiose ideas. It would just be a refreshing change if they were to return to the celestial ways of their debut. (Larry Best)

(Maple Metal Records - 2015)
Score: 55

giovedì 23 aprile 2015

Limerick - S/t

#PER CHI AMA: Alternative/Stoner/Grunge
I Limerick sono tornati e lo hanno fatto con il botto. Se fossi costretto a riassumere il loro nuovo album in poche parole, queste sarebbero quelle giuste. Avevamo lasciato la band verso la fine del 2012 con il loro precedente cd e già a quei tempi si capiva che il trio avrebbe riservato grandi sorprese. Nel frattempo la band vicentina ha lavorato duramente, continuando ad esibirsi dal vivo e questo self-titled segna un traguardo importante per la loro crescita artistica. Il cd si presenta con un bel jewelcase, dalla copertina tenebrosa e disegnata ad hoc per quest'album, ben riuscita e che trasmette il mood dei brani contenuti. La prima traccia è semplicemente "Track 1", della serie meglio un titolo anonimo che uno scelto a caso e già dalle prime note si percepisce la buona qualità della registrazione. Dopo alcune folate di vento campionate, inizia l'ipnotico arpeggio di chitarra che sarà l'elemento trascinante per gran parte del brano. Una ninna nanna dal tono sommesso, ma che cresce piano piano, con una struttura semplice e solida fatta di batteria e basso intrisi di psichedelia. Il cantato segue la scia tracciata dagli strumenti e si alterna ad altre linee di chitarre cariche di effetti come riverbero e delay. Dopo questa brano introduttivo, il cd prende il volo con "Red River Shore", pezzo veloce e pesante fatto di puro stoner. La voce di Amedeo non lascia dubbi e la sua timbrica si riconosce facilmente, ruvida e ben definita che richiama influenze grunge; nel frattempo Flavio (batteria) e Giordano (basso) creano il tessuto pulsante del brano senza mai perdere tono. A metà pezzo arriva il break che permette all'ascoltatore di prendere fiato e iniziare a ballare una danza quasi dimenticata, mentre suoni dissonanti di chitarra slide ci trascinano in un vortice sempre più veloce che ci riporterà al riff iniziale, per poi chiudere in bellezza. Gli arrangiamenti dei Limerick vantano un tocco di personalità e aumentano la riconoscibilità dei brani, una mossa vincente che permette una maggiore visibilità tra le molteplici band in circolazione. "Wet" è un tributo al sound dei QOTSA (quello di "Songs for the Deaf" per capirci), ma le similitudini si fermano al riff iniziale perché poi i Limerick stravolgono le cose e fanno capire che non hanno certo bisogno di fare il verso ai gods statunitensi per convincerci. Infatti, dopo poco la canzone evolve, basso/batteria cominciano a scalciare indomabili e le chitarre s'ingrossano a dismisura. Gli arrangiamenti si confermano raffinati e studiati nel dettaglio, con un velo malinconico e oscuro che piace e convince. "Buried Love" è quel brano che finisce presto (poco meno di tre minuti), ma che c'incatena davanti alle casse dello stereo mentre la pressione sonora riempie i polmoni di aria calda del deserto. Uno schiaffo in piena faccia fatto di riff arroganti, un drumming propulsivo che sembra uscire dagli speaker e le linee di basso che si stringono intorno al collo come serpi assetate. In tutto questo non mancano le finezze in sede di sovraincisione, come la seconda voce del buon Flavio che finisce per cavarsela egregiamente. Un brano che dal vivo scatena il pubblico e da testimone non posso che confermare la capacità del trio nel regalare da sempre concerti degni di essere vissuti; tre musicisti che non sentono minimamente la mancanza di un sostegno addizionale perché loro bastano e avanzano. In definitiva un ottimo album che non deve mancare assolutamente nella vostra raccolta e che meriterebbe una versione in vinile quanto prima per poter gustare al meglio ogni singola sfumatura di questo album omonimo; anche uno split con un'altra band non sarebbe male, ma sono certo che presto avremo altre novità dai Limerick. Ormai il sentiero è tracciato, ora va seguito con convinzione. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 80

Et Moriemur - Ex Nihilo in Nihilum

#FOR FANS OF: Death/Doom, Encoffination, Skeletal Spectre
It’s always a little troubling to mix together two extreme metal styles together that might not necessarily go well together, and in that regard Death and Doom are usually that mix which is what makes this Czech Republic entity so appealing on this second album. Generally, the only sense of cohesion between these styles comes from the oppressive atmospheres conjured within, yet here the lurching, slow crawl and agonized rhythms of Doom merge quite nicely with the pounding riff-work and dreaded atmospheres of Death into a solid whole by creating a lush, romantic atmosphere on the melodic side of things while going for the darker rhythms for the heavier sections. The influx of clean vocals and whispers against the harsher growls adds to the contrast quite nicely as well, tending to offer a token vocal over a given section which helps to set the mood and atmosphere within a given track which comes off rather nicely attempting this tactic and certainly allows for plenty of enjoyable tracks. Intro ‘Sea of Trees’ offers a series of moody, pounding rhythms and melancholic atmospheres with plenty of lush vocals mixed into the deeper growls that signals more intense and up-beat rhythms in the final half for a solid start to this. The massive ‘Dissolving’ gets right to the point with crushing, monolithic riffing, thunderous drumming and dark atmospheres that’s merged nicely alongside the lighter melodies as the inclusion of keyboards and stylish rhythms featured within make this a rather impressive offering that ranks as one of their highlights. ‘Norwegian Mist’ offers lush melodies and melancholic atmospheres that are more on the lighter side even on the heavier, crushing rhythms found on the later half which is still devastatingly heavy for another solid and enjoyable outing. ‘Liebeslied’ follows in much the same route of light melodies and atmospheres though this time the droning riff-work and rather sluggish pace tends to leave this decidedly underwhelming despite the generous use of crushing riffing throughout the latter half. The near-useless ‘Angst’ is an ambient interlude with discordant electronic noise swirling around it that does set-up ‘Nihil’ which goes for a more dynamic Death Metal atmosphere as the heavy, pounding rhythms and rather impressive keyboards backing the lighter sections that tends to get dropped back in favor of the heavier works here for a more enjoyable epic that mixes these genres together the best on here. Slightly changing things up, ‘Le Choix’ features trance-like droning riffing and plenty of atmospheric grandiose keyboards lending this an operatic quality against the romantic strings before finally letting the dark, heavy rhythms come into play for the later half which picks this up considerably for still decent enough effort. The album’s centerpiece track, the utterly massive sprawling epic ‘Black Mountain’ slowly moves from eerie pianos to pounding drumming, scorching riff-work and plenty of fine, outstanding melodies that are able to move through various sections of use with extended interludes depicting atmospheric nature sounds as well as mournful whispering that does drop this one slightly but on the whole comes off rather nicely for it’s atmosphere and melodies. Lastly, the more spoken-word ‘Below’ ends this on a lame note with an ironic narration about the album’s journey leading into the finale that would’ve been better served left as an instrumental. Still, there’s a lot more to like here than not and that’s enough to make this a decidedly enjoyable offering. (Don Anelli)

(Solitude Productions - 2014)
Score: 80

lunedì 20 aprile 2015

Desert Near the End – Hunt for the Sun

#PER CHI AMA: Power/Thrash, Iced Earth, Kreator
Non conoscendo la band in questione, mi sono addentrato nei meandri della rete per scovare qualche notizia in più; i Desert Near the End (che abbrevierò come DNTE) sono un gruppo greco dedito ad un Power/Thrash bello potente, attivi con questo nome dal 2010 ma i cui membri militavano in altre formazioni già fin dal 2007. Musicisti con una notevole perizia tecnica, i nostri danno alle stampe verso la fine del 2014, questo full lenght (seconda uscita ufficiale della loro carriera) per l'etichetta Total Metal Records. Non posso che iniziare a parlare dell'artwork del lavoro, che a mio parere, poteva essere di gran lunga migliore e soprattutto più curato; vi confesso che ho avuto tra le mani demo con copertine più belle e più originali. Tralasciando comunque quest'aspetto, vorrei parlarvi della musica contenuta in questi 49 minuti; tra le influenze più palesi per il trio ellenico, ci sono sicuramente i grandi (almeno per me, diciamo fino ad una decina di anni fa) Iced Earth, uno dei miei grandi amori nella scena metal. Tutte le composizioni dei DNTE pagano infatti dazio a Matt Barlow e soci, così come in alcuni frangenti si possono scorgere influenze di thrash teutonico (Kreator su tutti) nelle linee melodiche delle chitarre. Da qui giungo subito alla prima conclusione: l'originalità non è certo il punto forte del gruppo greco. Ho ascoltato parecchio il disco, tanto che posso tranquillamente affermare che non si tratta di un lavoro brutto in senso assoluto, ma è altresì vero che non siamo davanti ad un lavoro che ci fa urlare al miracolo. La musica proposta si tiene sulla linea della sufficienza, le mazzate arrivano dritte a bersaglio, il disco è suonato e registrato bene, i suoni sono limpidi e cristallini, ma anche in questo campo ricalcano fin troppo da vicino le produzioni degli americani Iced Earth (in alcuni passaggi sembra di essere alle prese con un loro cd). Le otto canzoni proposte passano via senza colpo ferire, tutte abbastanza innocue sotto il punto di vista compositivo, anche se suonate molto bene e devo ammettere, anche molto potenti. La batteria costruisce tappeti di doppia cassa notevoli, il basso sempre molto presente e il riffing veemente, rendono le tracce però, un po' tutte uguali tra loro. Dal via con “Storm on My Side”, forse il miglior pezzo del lotto, si passa per atmosfere più rilassate con “Morning Star”, per poi continuare con la potenza di “Road to Nowhere”, facendo una pausa per rendere omaggio ai leggendari Blind Guardian con “Easter Path”. La corsa si conclude con gli otto minuti di “A Distant Sun”, sicuramente il mio pezzo preferito. In conclusione, un disco onesto, non certo un capolavoro; ma auspico per gli ellenici si tratti di un disco di transizione. Bisogna assolutamente allontanarsi dagli stilemi compositivi ed esecutivi degli Iced Earth, per non sembrare davvero una loro cover band; non è certo colpa di Alexandros Papandreou se il timbro somiglia così tanto a quello di Barlow, ma per carità, cantare con la sua stessa enfasi e con gli stessi accenti, mi sembra davvero troppo. Per il resto, un plauso ai musicisti che fanno il loro lavoro egregiamente. Aspetto i DNTE al prossimo appuntamento, sperando in una maggiore personalità compositiva, perché se così non fosse, sarebbe davvero un peccato. Tenetevi a debita distanza dalla Terra Ghiacciata!!! (Claudio Catena)

(Total Metal Records - 2014)
Voto: 60

Deviate Damaen - Retro – Marsch Kiss

#PER CHI AMA: Goth Sperimentale Identitario
Scrivere dei Deviate Damaen (ex Deviate Ladies), band romana attiva fin dal 1991 con trascorsi eccezionali e un curriculum musicale da far invidia a chiunque, è un compito ingrato che difficilmente riuscirò a portare a termine esaustivamente. La band, capitanata dal geniale vocalist, fondatore storico, G\Ab Svenym Volgar dei Xacrestani, è da considerarsi il modello sonoro che più rappresenta l'avanguardia estrema da più tempo in Italia. Il doppio lungo album dal titolo 'Retro – Marsch Kiss' è un colosso di schizofrenia poetica, spasmi sonici e romantici attacchi sonori a 360 gradi, costruiti con metodi lontani dalla consuetudine, distanti da tutta la musica odierna e basati sulla trasmissione costante di ideologie estreme, trasversali, deviate e perverse, un modo di intendere e fare musica che non esiste più, voluto e ricercato per dare qualcosa a tutti i costi. Ogni singola nota, rumore e parola è usata come un'arma per colpire la psiche dell'ascoltatore e indurlo alla riflessione, sana o insana che sia. La musica è un concentrato di porzioni rubate alla classica, alla lirica, alle canzoni del ventennio, marce militari tedesche, rumori d'ambiente, elettronica, dance wave, gothic rock, black metal sperimentale, tanta poesia, filosofia, storia, il mito dell'Impero Romano, Dante, la musica sacra e quant'altro che forse ora sta sfuggendo anche al sottoscritto. I testi dissacranti, iconoclasti, politicamente scorretti sono violentemente geniali, studiati per ferire, cantati in lingua madre, latino, tedesco e inglese, rispettando sempre quella forma arcaica che trova la sua miglior figura nel classicismo dell'antica Roma. Le liriche si muovono tra rimandi storici per approdare ad un confronto con la realtà durissimo, senza mezzi termini, mettendo a nudo le ipocrisie della società attuale ed il suo modo di vivere odierno. L'album è strutturato come un lungo audiolibro con tante voci narranti, dialoghi e monologhi intervallato da brani veri e propri, epici e ribelli, poco conformi alla normale forma canzone tra elettronica e post punk alla maniera dei Psychic TV e il black metal destabilizzante in odor di certe mitiche sperimentazioni rumorose dei Disiplin. Una veste perennemente teatrale lo rende molto impegnativo all'ascolto, dando comunque modo di focalizzarsi sull'originalità e la poetica dei testi, gustando alla perfezione tutta la trasgressione e la forza delle parole usate. Le composizioni sonore più rock oriented brillano di luce propria e di una prorompente personalità, riportando alla mente i grandi Disciplinatha di 'Adis Abeba', i Der Blutarsch di 'Der Sieg Des Lichtes Ist Des Lebens Heil' oppure i Death in June più sperimentali come quelli del brano "No Pig Day (All Pigs Must Die)" e nei momenti più duri si dividono tra il sound dei Christian Death (quelli di 'Pornographic Messiah'), l'avantgarde metal in stile Aborym, un pizzico punk/ hardcore vecchia scuola, passando per EBM, rumoristica, ambient minimale, recitato e canto militante di casa Ianva (altra band con cui il vocalist G\Ab ha collaborato) e tanti effetti in stile vecchio grammofono sparsi ovunque. Impossibile dunque giudicare 'Retro - Marsch Kiss' se non con il massimo dei voti (cosa quanto mai rara qui nel Pozzo), un'opera unica, che supera il concetto/valore della musica stessa per aprirsi ad un'esperienza espressiva unica che per i più potrà risultare inconcepibile ma per chi si mostrerà propenso a capirla e a condividerla, diventerà una vera chicca. Un'opera ostica, ossessiva, goliardica, crudele, realista, glam, anticonformista, folle, arguta, intelligente e incompresa. Un artwork perfetto e un booklet stracolmo di foto, testi e spiegazioni completano il capolavoro che ha impegnato la band per circa sette anni, licenziato via TSC Records nell'anno del Signore 2015. Concludo riportando una stupenda frase inserita nel booklet che la dice lunga sullo spessore di questo lavoro... "...Quanto alle “licenze poetiche”: i Deviate Damaen sono una licenza poetica vivente e militante. Una musica senza tempo... La continuazione del mito eterno, Roma caput mundi"! Ascolto obbligato! (Bob Stoner)

(TSC Records - 2015)
Voto: 100

domenica 19 aprile 2015

Omainen - Shades of Grey

#PER CHI AMA: Power Thrash, Nevermore, Testament
La Francia è attiva su tutti i fronti: l'abbiamo apprezzata poc'anzi con il math rock dei Quadrupède, in passato con i deliri estremi di Blut Aus Nord e Deathspell Omega, e anche grazie alle sonorità shoegaze di Alcest o Les Discrets. Credo fermamente che il paese dei cugini transalpini, rappresenti oggi come oggi, il luogo numero uno al mondo dove fare musica, musica con la M maiuscola. I ragazzi di oggi arrivano dalla capitale con un sound che si rifà al thrash dei Nevermore. 'Shades of Grey' è il loro roboante debutto, uscito nell'ultimo scorcio del 2014. Nove brani in tutto che vi potranno catturare per lo spessore energico delle loro chitarre. La title track, nonché anche opener del disco, mette immediatamente in chiaro le intenzioni dei nostri: il classico thrash metal melodico e schiacciasassi, grazie all'ottimo rifferama del duo composto da David e Matt, coadiuvati da Damien al basso e Rudy alla batteria. Cyril completa infine il quadro, ponendosi alla voce con la stessa attitudine di Warrel Dane nei già citati Nevermore, ma con risultati non altrettanto eccellenti. Quel che risulterà chiaro è che gli Omainen picchiano come dei forsennati e questo gli piace parecchio, ma ne costituisce un limite. Peccato infatti che un buon assolo non ne arresti la furia; tant'è vero che ho rischiato di cadere quasi immediatamente sotto i ferocissimi colpi inferti dall'ensemble francese. "New Breath" prosegue all'insegna della stessa monoliticità di fondo incontrata nella prima traccia, con un sound forse un po' troppo rigido nei propri confini musicali e con il vocalist a cantare un po' troppo per i miei gusti. Fortunatamente l'act di Parigi capisce la necessità di inserire delle varianti nel proprio sound e un paio di buoni assoli ne spezzano efficacemente la ripetitività. Con "The Great Deceit", la band diventa ancor più dinamica, sembra che impari, brano dopo brano, dai propri errori contribuendo a rendere il suono più variegato e poliedrico, grazie a ripetuti assoli che rendono il tutto più gradevole. Certo, con un Cyril un po' più intonato ed espressivo, le cose funzionerebbero anche meglio, ma si sa, lo spazio per il miglioramento è infinito. Il rullo martellante degli Omainen prosegue anche con le successive tracce, confermando punti di forza (una ritmica granitica e ottimi assoli) ma anche di debolezza (la voce è da rivedere, cosi come pure un'eccessiva staticità all'interno di schemi fin troppo definiti che rischiano di tediare chi ascolta). "When Nothingness Comes" suona al limite del doom, strizzando l'occhiolino addirittura ai Candlemass, "Rest in Violence" ha un'inclinazione più rock oriented, anche se poi il fragoroso riffing spacca che è un piacere con delle spigolose chitarre di scuola Testament. Un fugace intermezzo acustico e tocca a "The Source of All" prendere in mano le redini del disco per una portare a una degna conclusione questo 'Shades of Grey'. I suoni inflessibili della band continuano a collocarsi in un solido thrash metal assai robusto, in cui largo spazio viene concesso al potente drumming. Il disco chiude con altri due pezzi, di cui "Faultless Though Guilty" è la classica semi-ballad in stile Bay Area, che conferma luci ed ombre di una band che ha il dovere morale di migliorarsi, progredire alla ricerca di una propria personalità, sistemando qua e là un po' di cosine nella propria proposta. Coraggio. (Francesco Scarci)

(Self - 2014)
Voto: 60

Quadrupède - Togoban

#PER CHI AMA: Math/Elettronica/Post Rock, Mr. Bungle
Signore e signori, allacciate le cinture perché la corsa sull'otto-volante sta per cominciare. Si ringraziano i Quadrupède per aver gentilmente offerto la colonna sonora del vostro giro in giostra. E dopo l'intro "Beam Pool Mom", ecco partire a razzo la musica dei francesi di Le Mans. Cosi come per l'omonima gara, il duo formato da Lemien Dacoq e Smaseph Jolley, accende i motori e via si parte per una corsa all'insegna dei suoni più impensabili. A cavallo tra il nintendocore, il math, l'elettronica e ovviamente il rock, "Mambo Pomelo" è un brano totalmente folle, una girandola di polimorfe emozioni che non vi darà tregua per un solo istante facendovi sentire in una centrifuga insieme a carote, mele, banane e altre splendidi frutti colorati, e allo stesso tempo anche nel cockpit di una macchina da corsa a sfrecciare ai 300 km/h. Le influenze dei Quadrupède spaziano dalle varianti della musica rock, alla chiptune, per finire ovviamente alla musica per videogiochi. Ebbro da tali sonorità, il cui unico imperativo è stupire l'ascoltatore grazie a decine di trovate bizzarre, cambi di tempo assurdi e mille altri suoni che varrebbero da soli l'acquisto di 'Togoban', mi lascio condurre nel Paese delle Meraviglie dai suoni sintetici della psicotica "Rhododendron". Qui vengo investito da una frammentata tempesta magnetica che destruttura ogni mio singolo neurone cerebrale con suoni cinematici che si muovono tra reminiscenze in stile Marilyn Manson collisi con il post rock, l'elettronica e sonorità orientali. Confusi? Ascoltate e capirete. Se anche voi nel corso dei sei minuti di questo brano vi sembrerà di aver ascoltato 10 differenti canzoni di 10 differenti artisti, afferenti a 10 differenti generi, non vi preoccupate, siete normali. Un breve affondo noise e ci troviamo catapultati in "ÅSTRØ" e nei suoi delicati suoni, in cui pian piano va palesandosi un nuovo delirio musicale che per certi versi - ma si tratta solo di pochi secondi - può avvicinarsi ad "Again" degli Archive. Non pensate infatti che i due transalpini si accontentino di produrre una song normale; la pazzia è dietro l'angolo e pronta a sfociare in un qualsiasi momento. La band arriva infatti a proporre un avant-rock strumentale, veloce e incalzante, di chiara concezione elettronica, sulla scia dei nostrani Eterea Post Bong Band. La malinconica "Adulthood" chiude questo poliedrico 'Togoban', un disco di 26 minuti che vi lascerà semplicemente a bocca aperta. Incredibili. (Francesco Scarci)

(Black Basset Records - 2014)
Voto: 90

giovedì 16 aprile 2015

Eibon - II

#PER CHI AMA: Sludge/Death/Black/Doom
Un vento torrido mi brucia la faccia quando il primo magmatico riff irrompe nelle casse del mio stereo, facendole vibrare in modo assai pericoloso. Ecco il preludio inferto dai transalpini Eibon e dal loro secondo disco, 'II', uscito nel 2013 sotto l'egida della Aesthetic Death. 'II' come le due tracce contenute in questo platter di quasi 43 minuti, fatto di profondi riff di chitarra che si muovono tra momenti sludge, parentesi black e abissali digressioni funeral doom, il tutto però impreziosito da un'impensabile dose di groove tipica dell'hard rock anni '70, in grado di rendere godibile questo disco anche a chi mostra qualche remora nell'avvicinarsi a sonorità cosi estreme. Non so se sia merito delle lunghe parti strumentali, o di un'intrinseca capacità del quintetto parigino, che di classe ne ha a fiotti, nell'offrire la propria musica sul piatto d'argento, ma con le psichedeliche partiture di "The Void Settlers", mi sento conquistato senza alcuna esitazione, ingurgitato in scalcinati anfratti di decadenti quartieri di Parigi, ubriacato da un sublime vino rosso e allo stesso modo mi ritrovo inebriato dalle vibranti linee di chitarra dei nostri che mi conducono ipnotizzato fino al termine della opening track, in cui è l'impetuosa ritmica a prendermi a schiaffoni senza nemmeno che io me ne renda conto. Magistrali non c'è altro da dire. Eccellente è pure la voce di Georges Balafas, non troppo esuberante nella sua performance, a cavallo tra un acido screaming e un growling profondo. A dir poco stordito dall'incipit devastante dell'ensemble francese, arrivo alla seconda e ultima traccia, "Elements of Doom", titolo che la dice tutta su quanto mi troverò davanti da qui a poco. L'inizio è affidato a rumori indistinguibili che creano una certa suspance. Il brano parte cattivo, e anche abbastanza anonimo, palesando tuttavia una palpabile tensione di sottofondo. Della lisergica matrice affidata alla prima song non vi è più traccia nemmeno dopo i suoi primi dieci minuti. Un lunghissimo (e splendido) assolo in tremolo picking, rivela la natura bizzarra della seconda parte del pezzo, in cui i cinque musicisti si rincorrono attraverso claustrofobici meandri, in cui il black dei nostri invoca nella mia mente un'insana follia omicida. Quando gli animi si placano, cala il sipario su una notte senza stelle ove la pioggia cade copiosa e il disco si chiude languido nei suoi rimanenti sei minuti di suoni lontani. Sublimi. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2013)
Voto: 85

Woebegone Obscured - Deathscape MMXIV

#PER CHI AMA: Death/Doom/Avantgarde, In The Woods
Prosegue la ricerca quasi spasmodica in casa Solitude Productions per trovare new sensations in ambito death doom. Ormai non le contiamo più le band sotto l'etichetta russa e quest'oggi ci fermiamo in Danimarca per conoscere i Woebegone Obscured e la loro proposta di musica funerea di morte. Tre i pezzi nuovi, più due cover di cui diremo in seguito. L'Ep si apre con la title track che mette in luce una proposta assai mutevole nel suo evolversi. Il quartetto di Midtjylland infatti, non è il classico gruppo dedito a infauste sonorità oscure e asfissianti, ma c'è una certa dinamicità nelle note dei quattro, con un sound che si muove tra death, doom, black (ma solo per alcune linee vocali che dal growl sconfinano nello scream) e ovviamente funeral, senza tralasciare i classici frangenti acustici. Vi ho trovato anche un'inconsueta teatralità nelle clean vocals, quasi alla Warrel Dane dei Nevermore per intenderci, il che non guasta, e permette l'ascolto del lavoro anche ad un pubblico più ampio. L'inserimento poi del violoncello rende il tutto ancor più stuzzicante e a tratti originale. In "Catharsis of the Vessel" si intravedono addirittura tracce di un death progressive avanguardista, il che è quasi un fatto inedito in casa Solitude Prod. Si tratta di una spruzzata di sonorità bizzarre che donano una veste più intrigante a 'Deathscape MMXIV', oltreché eterogenea. Difficile comunque la digestione di questa seconda traccia, viste le ritmiche sghembe e visionarie, che in taluni frangenti mi hanno rievocato gli ultimi In the Woods. "While Dreaming in the Ethereal Garden" è l'immancabile traccia in cui trovano posto sonorità eteree, ma che in questo caso funge un po' da riempipista, prima delle conclusive cover. Appunto le cover: la prima è "Call From the Grave" dei Bathory, estratta nientemeno che da 'Under the Sign of the Black Mark' e riletta in una chiave decisamente doooom. La seconda è la famosissima "Xavier" dei Dead Can Dance: la revisione è vicina alla commovente versione originale, con il vocalist che si trova molto a proprio agio nelle tonalità alte mentre la musicalità mette in luce una vena poetica nel sound dei Woebegone Obscured. 'Deathscape MMXIV' alla fine è un lavoro interlocutorio che lascia comunque intravedere ampi margini di crescita per il futuro di questi giovani danesi. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 70

mercoledì 15 aprile 2015

My Shameful / Who Dies in Siberian Slush - The Symmetry Of Grief

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Russia e Finlandia non sono mai state cosi vicine. Grazie ai My Shameful, da poco recensiti su queste stesse pagine e a chi ormai è un veterano del nostro sito, i russi Who Dies in Siberian Slush, ci andiamo a gustare uno split cd di 4 pezzi all'insegna di sonorità scure e contrite. Ovviamente sto parlando di funeral doom, tra l'altro di quello di pregevole fattura. Si parte con i venti minuti a disposizione della band moscovita, guidata dalle profonde growling vocals del suo frontman, Evander Sinque. "The Tomb Of Kustodiev" è la prima lunga e asfissiante traccia dell'album che mantiene tutti i caratteri distintivi dei nostri sia a livello della decadente e dolorosa musicalità che a livello solista, dove l'axeman Flint si diletta nell'uso del flanger, creando quel tipico effetto spaziale alle chitarre. La traccia è ovviamente permeata da un profondo senso di solitudine che si esplica attraverso un moto ondoso lento e flessuoso che sul finire del pezzo trova modo di sfociare in una danza bucolica, grazie all'utilizzo del flauto. Flauto che apre anche la seguente "And It Will Pass", song resa ancor più interessante, per l'uso marcato di un sinistro trombone che si posiziona tra le plettrate disarmoniche dei due chitarristi. Il sound è ovviamente lento e cadenzato, addolcito però dalla presenza costante della flautista A.Z.. Con i My Shameful si cambia registro pur rimanendo in un contesto funeral: il terzetto finlandese, come avevamo avuto modo di vedere, è fautore di un death doom meno evocativo e decisamente più ruvido. "The Land of the Living" e "Downwards" graffiano con un infingardo e malefico suono di chitarre, su cui il caustico Sami Rautio esplode la sua ferocia vocale. Fortunatamente le keys trovano modo di equilibrare un sound che altrimenti rischierebbe di peccare in indolenza. Cosi come pure le linee melodiche della seconda traccia, rendono la proposta dei My Shameful decisamente più digeribile. Se dovessi fare un confronto fra le due band, direi che i Who Dies in Siberian Slush si rivelano meno convenzionali e più attrattivi alle mie orecchie. Comunque i 35 minuti di 'The Symmetry of Grief' sono sufficienti per soddisfare i palati degli amanti del funeral doom in toto. (Francesco Scarci)

(MLF Records - 2014)
Voto: 70

martedì 14 aprile 2015

Invalids – Strengths

#PER CHI AMA: Math-rock, Emo, Tapping guitar
Pete Davis è forse un genio, più probabilmente un pazzo, di certo un musicista dal talento smisurato. Trent’anni, chimico nell’industria alimentare, fiero portatore di una barba folta e lunghissima, Pete Davis è quello che molti definirebbero un nerd senza speranza, avvitato nella sua passione per le strutture chimiche e lo studio virtuosistico della chitarra. Fosse tutto qui, non ci sarebbe null’altro da dire, se non che Davis ha anche una straordinaria creatività e una disarmante facilità nel produrre musica e canzoni degne di essere ascoltate e approfondite, se è vero che, ad oggi, ha pubblicato qualcosa come una quindicina di titoli (tra EP e album veri e propri) tutti ascrivibili interamente alla sua inesauribile vena creativa. Al momento sono tre le incarnazioni della sua espressione artistica, tre “progetti”, per dirla con un termine che oggi va per la maggiore: c’è il Pete Davis cantautore, ci sono i Surface Area e gli Invalids, sua più recente creatura e quella che lo ha portato maggiormente alla ribalta negli ultimi tempi, da quando cioè, nel 2012, è uscito il folgorante esordio 'Eunoia'. Strana, stranissima formazione, quella degli Invalids, potendo contare sul solo Davis alle chitarre e drum programming e Nick Shaw al basso. La stranezza sta nel fatto che Davis e Shaw non si sono mai incontrati di persona durante la lavorazione dell’album (e mi risulta che nemmeno oggi, quattro anni e due dischi dopo, ciò sia ancora avvenuto), ma si sono scambiati i file audio e le (complicatissime) partiture via e-mail, e ditemi voi se questa non è una cosa da nerd allo stadio terminale. Eppure, la cosa incredibile e, in fondo, la sola cosa importante è che la formula funziona e che si rimane sbalorditi di fronte a questo intricatissimo math-rock ipercinetico con forti componenti emo (soprattutto nel cantato di Davis). A lasciare a bocca aperta è prima di tutto la strabiliante tecnica chitarristica sviluppata da Davis, un tapping estremo e incessante, mutuato da band quali Maps & Atlases e TTNG e qui portato all’estremo. Non deve però passare in secondo piano l’ispirazione di Davis come songwriter, in grado di realizzare canzoni accattivanti e spesso memorabili, pur se decisamente complesse tanto nella struttura musicale quanto nei testi chilometrici. 'Eunoia' raccoglie tali e tanti consensi che è naturale pensare ad un seguito. A ottobre 2014 vede quindi la luce 'Strengths'. La formula non è cambiata, anche qui ci sono 10 brani lunghi e complessi, ognuno dei quali contiene (o almeno potrebbe contenere spunti per) almeno altre tre canzoni. Le acrobazie della sei corde sono sempre strabilianti (e lo sono anche quelle del basso, abile a seguire il leader nelle sue peripezie), anche se cercano meno il colpo ad effetto. Rispetto ad 'Eunoia' però, 'Strengths' appare più maturo e capace di rallentare, laddove l’esordio aveva il pedale dell’acceleratore costantemente tenuto a tavoletta. In definitiva un disco forse meno impressionante ma più compiuto. Non mancano i brani in cui il virtuosismo sfiora vette parossisitiche ("Sherwood is Connector", "The Horse Raced Hardest Lost") ma ci sono anche momenti più pacificati, come "Satellite", "Ironic Dysphemism", "Halo Brace" e anche canzoni che sarebbe perfino possibile canticchiare sotto la doccia (l’accattivante "Tiny Coffins"). In generale i brani hanno un respiro maggiore e si registra un interessante lavoro sulle armonizzazioni delle voci, che se da una parte va a discapito dell’immediatezza, dall’altro aggiunge fascino e profondità, anche grazie al timbro di Davis, simile in qualche modo a quello di Peter Gabriel. Che dire, un album e un artista che per sua natura può attrarre o repellere con la stessa intensità, ma che, a mio avviso, riesce ancora a rimanere un passo al di qua della linea di demarcazione con il virtuosismo sterile e autocompiaciuto. Visto che i risultati finora gli hanno dato ragione, Davis continua nella sua opera di divulgazione social, rendendo disponibili versioni strumentali di tutti i brani e perfino i tab per chi volesse provare a impararsi le parti di chitarra. Qualcuno (evidentemente dotato di talento e pazienza) l’ha fatto, ma solo per la batteria, tanto che pare che quest’estate vedremo all'opera una versione live degli Invalids. Non so cosa darei per poter assistere a un loro show, anche solo per puro spirito voyeuristico... (Mauro Catena)

(Friend of Mine Records- 2014)
Voto: 80

Macabre Omen - Gods of War - At War

#PER CHI AMA: Epic Black, Bathory, Rotting Christ 
La Vàn Records è una signora etichetta: a partire infatti dalla scelta oculata delle band appartenenti al proprio rooster, per arrivare agli artwork curatissimi delle sue release, che da soli valgono il prezzo del cd, la label tedesca si conferma ad altissimi livelli. Se poi con gli eroi di quest'oggi mi ritrovo anche ad andare indietro nel tempo di quasi vent'anni, godo ancora di più. Si perché 20 anni fa, quando il movimento black greco stava esplodendo (Rotting Christ, Septic Flesh, Necromantia e Varathron, tanto per fare qualche nome), io andavo in cerca di una tape dei qui presenti Macabre Omen, band dedita ad un black pagano di qualità sopraffina. Il suono del mare apre 'Gods of War - At War', comeback discografico che giunge a distanza di ben 10 lunghissimi anni da quel 'The Ancient Returns', ormai datato 2005. Ecco tornare quindi il buon Alexandros di Rodi, che per lungo tempo ha tenuto da solo le redini dell'act ellenico. Il disco si apre con "I See, the Sea!" che fondamentalmente conferma quanto avevo captato 20 anni fa, i Macabre Omen sono una mitica creatura musicale che mantiene intatto quel fiero spirito di cui le band greche erano e restano portatrici, come nessun altro al mondo. Il tutto si evince solamente dall'ascolto della epica opening track che si muove sul sentiero di un black heavy di matrice scandinava, con i Bathory più solenni in testa. La title track ci riserva quasi nove minuti di rasoiate feroci, in cui è comunque una certa magniloquenza di fondo a stagliarsi come vera protagonista di questa release. Poco importa se le ferite inferte da una ritmica feroce sembra la facciano da padrone o i vocalizzi, spesso di scuola burzumiana, possano ancora farvi storcere il naso. La musica dei Macabre Omen ha un che di mistico, fascinoso e antico, in grado di riportare in voga la gloria e i fasti di una civiltà fondamentale per l'intero pianeta. I Macabre Omen sono tornati per prendere in mano quello scettro lasciato da Quorthon quando ha abbandonato questo mondo, loro ne sono gli eredi indiscussi. Un delicato arpeggio ci introduce a "Man of 300 Voices" e inevitabile il pensiero va a Leonida, ai suoi 300 soldati e alle gesta eroiche della Battaglia delle Termopili. Un brivido percorre le mie braccia ripensando a quel celebre episodio della storia e i suoni mediterranei dell'ensemble di Rodi (ora trasferitosi a Londra) ne decantano il mito in un mid-tempo trionfale, a tratti furioso. Emblematico invece il titolo della successiva traccia, "Hellenes Do Not Fight Like Heroes, Heroes Fight Like Hellenes", a testimoniare quell'orgoglio che andavo citando all'inizio; musicalmente la song si avvicina a un mix tra Bathory, Master's Hammer e Rotting Christ, con le vocals del frontman che prendono finalmente le distanze dal Conte e si muovono tra chorus orchestrali, parlati, puliti e "incazzati". "From Son to Father" ripercorre al contrario il sentiero tracciato da Quorthon in 'Hammerheart', ossia la mitica "Father to Son" e analogamente la song dei Macabre Omen mantiene intatto quell'eroico feeling che scosse la mia anima ormai 25 anni or sono. L'orgoglio per l'isola di Rodi viene scosso dalle scorribande sonore di "Rhodian Pride, Lindian Might", song battagliera, che palesa ancora una volta l'amore di Alexandros per la propria terra, che si materializza in un burrascoso sound epic black death. A chiudere questo brillante nuovo capitolo dei Macabre Omen, ci pensano le Odi A e B di Alexandros, che si aprono con altri arpeggi che chiamano in causa questa volta 'Twilight of the Gods', mentre nel cuore dei due brani, si arrivano a scomodare addirittura Primordial e Candlemass. Che altro dire, se non sperare fortemente che non servano altri dieci anni per sentir parlare nuovamente dei Macabre Omen, proprio ora che il pubblico e la stampa, li ha insigniti come veri degni eredi dei Bathory. (Francesco Scarci)

(Vàn Records - 2015)
Voto: 85

lunedì 13 aprile 2015

Selva – Life Habitual

#PER CHI AMA: Post Black/Punk, Sjenovik, Mollusk, RFT
Ascoltando questo cd mi sono chiesto mille volte quale sia il trait d'union che collega il sound dei Dag Nasty con l'emotività estrema dei Taste the Void e le visioni alternative dei My Head for a Goldfish senza trovare risposta, soprattutto se il tutto è suonato con il fervore ed il malessere tipico di band come RFT in materia hardcore e Sjenovik nel post black. La Argonauta Records li presenta con un assurdo accostamento con gli Alcest e i Russian Circle che proprio non si addice. La giovane band italiana mostra radici nel post core più teso e nella scuola apocalittica dei Neurosis anche se sotto un certo profilo, il modo raffinato di intendere la musica estrema li avvicina di più al versante underground di Osoka e Mollusk, con quel chitarrismo di ampio respiro che rende il tutto molto accessibile all'ascolto, mantenendo sempre e comunque una marcata oscurità e drammaticità nel suono. L'urgenza nevrotica dei pezzi e quelle aperture melodiche e rumorose alla vecchia maniera degli Husker Du li rende ancora più interessanti e originali, diversi e personali. La loro musica logora con effetto benevolo, non è tutta depressione e oscurità, ci sono momenti di distensione che aprono al rock in grande stile che donano grazia e dinamicità ai brani tanto che i primi venti minuti scivolano via velocissimi senza neppure accorgersene. Piacciono anche i momenti più trasversali e sperimentali come il minuto e mezzo di "[ / ]" che rende benissimo l'idea di alienazione seguita da una onnipotente e lunga traccia, "ɛgzɪstəns" che sputa in faccia una voglia di rivalsa spettacolare, violenta e ricoperta di ombre. Anche l'infinita traccia acustica conclusiva, "glomɪŋ" ha un fascino ancestrale mentre l'artwork di 'Life Habitual' (nonostante i titoli volutamente illeggibili) rende bene l'idea di cosa voglia trasmettere la band. Il senso di instabilità emotiva che la musica dei Selva riesce a trasmettere è stupendo. Sempre sull'orlo del precipizio, sul confine della resa e all'inizio della rivolta, un continuo sali e scendi sulle scale che dall'inferno portano al paradiso. Un grido di dolore obbligato per una guarigione da raggiungere. Una Selva densa e oscura da attraversare per arrivare alla luce di cui 'Life Habitual' ne rappresenta la colonna sonora ideale. Album da avere a tutti i costi! (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2014)
Voto: 85

Bleeding Eyes - Gammy

#PER CHI AMA: Stoner/Sludge
L'anno scorso ho avuto per le mani 'A Trip to the Closest Universe', il precedente album dei Bleeding Eyes (BE) e fui piacevolmente folgorato dal sound della band montebellunese. Se non conoscete la loro storia andate a (ri)leggervi la precedente recensione, anche perché avendola scritta io, rischierei di diventare ripetitivo (l'età e i troppi decibel logorano). Quello che salta subito all'orecchio è l'ennesimo passo in avanti qualitativo fatto dalla band, rimanendo comunque fedeli alla loro identità originaria. L'attuale line-up prevede sei elementi, tra cui anche una figura puramente dedita all'effettistica, a conferma che i BE non vogliono relegare questa sezione solo allo studio, ma portarla anche in sede live. L'album apre con "La Chiave", intro dal timbro riconducibile ai A Perfect Circle/Tool che in tre minuti abbondanti di sludge/post rock strumentale utilizza ritmica lenta e arpeggi suadenti per trasmette tutta l'emotività di cui la band è dotata. "Amaro Tez" ci riporta allo stile inconfondibile dei BE, dove il cantato in italiano è un proclama urlato e bestemmiato per redimere le povere anime che hanno perso la retta via. Chitarre massicce, lente e profonde che conducono insieme a basso e batteria un brano sludge/doom di oltre cinque minuti di durata. Un inno spontaneo e verace rivolto alla falsità che ci circonda, costruito su più livelli che sommati assieme producono una notevole onda d'urto sonora. Il brano non fa gridare al miracolo, ma si fa ascoltare, stuzzica l'appetito pensando a quello che ci aspetta dopo. Tocca a "Full Fledged", brano dalla musicalità più morbida e sommessa, dove le chitarre prendono la via del post rock e danno vita ad un brano onirico e itinerante. Gli arrangiamenti sono ben fatti e la mancanza del cantato o parlato danno più respiro agli strumenti che vanno a riempire gli spazi in maniera impeccabile. L'album chiude con l'omonimo brano proposto nell'extended version, ovvero circa dieci minuti abbondanti dove i BE danno sfogo ai loro scheletri nell'armadio. Gli arrangiamenti e i riff diventano morbosi e lenti, una versione sludge di "Dopesmokers" degli Sleep, con suoni vorticosi di synth analogici e i consueti proclami urlati a pieni polmoni. In realtà il brano vero e proprio dura quasi la metà mentre i rimanenti minuti sono suoni cacofonici, noise, feedback e tutto quello che può disturbare una mente sana e allietare un'anima malata. Opera monumentale, sicuramente dall'impatto devastante in live. 'Gammy' segna l'ennesima evoluzione di una band che ha già raggiunto diverse tappe importanti nel corso della propria carriera, ma che avrà ancora parecchie soddisfazioni da togliersi nel prossimo futuro. Un album da avere e soprattutto da gustare dal vivo appena possibile. (Michele Montanari)

(GoDown Records - 2014)
Voto: 75

NevBorn - Five Horizons

#PER CHI AMA: Sonorità Post, Cult of Luna, The Ocean
Della serie piccoli Cult of Luna crescono, ecco arrivare dalla Svizzera i NevBorn, con quello che dovrebbe essere il loro debut album, nonostante la fondazione del five-piece elvetico risalga addirittura al 2008. I nostri ce ne hanno messo di tempo per dare la luce alla loro creatura, grazie al supporto dell'etichetta indipendente Hummus Records, che si sta confermando, release dopo release, ad alti livelli nella scena post/drone. E allora diamo pure un ascolto a 'Five Horizons' e alle sue cristalline melodie abrasive che combinano sonorità post (hardcore, metal e rock) di ottima fattura. Echi dei gods svedesi si colgono in quel senso di profonda desolazione che si percepisce come background musicale nell'intera release. Poi le atmosfere si esibiscono multiformi già dall'iniziale "From the Edge of the Universe", in cui l'anima inquieta dei nostri, si svela tra tratti rabbiosi e altri più delicati, con tanto di chitarre acustiche ambientali, e con la voce che accompagna il tutto, in una alternanza di growling e cantato pulito, per un risultato davvero niente male. Non solo Cult of Luna nelle note dei nostri, anche i The Ocean, nella loro vena più grooveggiante, emergono potenti nelle linee melodiche del combo di Neuchâtel. E per coloro che pensano già che questa sia l'ennesima release fotocopia delle grandi band, si sbaglia di grosso perché l'ensemble svizzero di personalità ne ha da vendere, e tutto ciò che emerge dalle note di 'Five Horizons' può dirsi buono, più che buono. E allora scopro la furiosa "For Seven Days", song dal chiaro rimando post-hardcore; non temete perché la cattiveria dei nostri viene mitigata dalla leggiadria di atmosfere oniriche che spezzano il ritmo impetuoso già a metà brano e ci conducono con indomita indulgenza fino al termine della traccia, in un mulinello emozionale da tenere a mente per lungo tempo. La title track è un altro dei pezzi forti dell'album, pura energia dai risvolti tenui e malinconici, in cui a mettersi in mostra è l'eccelso lavoro a livello delle chitarre. I brani viaggiano tutti su durate importanti, oltre i sette minuti: "Between the Skies" è uno di quei pezzi che parte in sordina ma poi esplode rabbioso più che mai con una notevole profondità ritmica e ottime soluzioni vocali per quanto riguarda la timbrica growl (le clean vocals sono da rivedere, un po' fuori contesto). Un breve intermezzo, e poi l'epilogo è affidato a "Ozymandias", song che corrobora le mie parole fin qui spese per questa validissima realtà svizzera con una impagabile alternanza di chiaroscuri musicali. Un paio di aggiustamenti, soprattutto a livello vocale, e i nostri potrebbero mirare allo scettro delle migliori band post metal a livello mondiale. Un debutto col botto! (Francesco Scarci)

(Hummus Records - 2015)
Voto: 80

venerdì 10 aprile 2015

Cuckoo's Nest - Everything is not as It Was Yesterday

#PER CHI AMA: Depressive Black/Post Rock, Shining, Addaura, Alda
Il monicker "il nido del cuculo" è davvero geniale in quanto mi rimanda al bellissimo film 'Qualcuno volò sul nido del cuculo' dove uno psicotico Jack Nicholson si ritrova rinchiuso in un ospedale psichiatrico per essere "vagliato" dal lato comportamentale. E oggi rievocando proprio quel film, ecco trovarmi tra le mani l'ennesima scoperta della label cinese Pest Productions, gli ucraini Cuckoo's Nest. La band originaria di Mykolaiv, al secondo lavoro, va ampliando i propri orizzonti sonori già calcati nel precedente 'Dark Shades of Lunacy', ossia quella sorta di ibrido depressive black/post-rock che tanti proseliti sta raccogliendo negli ultimi tempi. Otto le tracce incluse tra cui una cover degli Austere, di cui sinceramente avrei fatto a meno. Le rimanenti sette, oltre alla classica minimalista intro, si snodano tra le melodie desolanti della lunga "Full of Dark Shades", che tra urla "burzumiane" e oniriche ambientazioni, giunge ad un quanto mai inatteso finale elettronico che prelude a "Feel of Desolation Will Always Chase Me... (part II)", interludio di pink floydiana memoria che ci prepara a "So Close, Too Far Away...". Altri nove minuti, in cui il quartetto ucraino si libera dell'influsso malefico del Conte Grisnack e abbraccia influenze più marcatamente post-qualcosa, mantenendo intatto il legame con il black solo a livello vocale, complice il ferale screaming di Oleg "Satana" Maliy e in qualche rara sfuriata chitarristica (ben 3 le chitarre presenti su questo lavoro). La musica invece viaggia sui binari di un suggestivo sound che dischiude le ottime potenzialità del combo ucraino. Celestiali, sognanti ed esplosivi, i Cuckoo's Nest mi rapiscono con la loro proposta ipnotica, selvaggia ma mansueta allo stesso tempo. I tredici minuti della title track e della successiva "World of Empty Hopes" confermano questo trend, in un sound che magari tende a dilungarsi un po' troppo in impalpabili tensioni emotive, ma che comunque rivela l'estro e la spiccata personalità di una band che è già pronta per il grande salto. Ovviamente ci sono ancora alcune spigolature da smussare, come certi break ambient troppo prolissi e ripetitivi o ancora certe sbavature a livello tecnico. "And End... (in memory of Roman Lomovskiy)" è una traccia strumentale, che tributa il giovane musicista russo morto suicida il 1° giugno del 2013, in una song dai vellutati richiami shoegaze. Chiude infine la già citata cover degli australiani Austere, in una traccia all'insegna del suicidal black metal, che poteva essere omessa in un album già di per sé di lunga durata e dai ricchi contenuti. Alla fine 'Everything is Not as It Was Yesterday' mette in mostra la classe, seppur ancora non del tutto sbocciata, di un quartetto intrigante e da tenere sotto stretta sorveglianza. (Francesco Scarci)

(Pest Productions - 2014)
Voto: 75

giovedì 9 aprile 2015

New Disorder - Straight to the Pain

#PER CHI AMA: Alternative, System of  a Down
Oops, è successo di nuovo, per fortuna. Non quello che cantava Britney Spears qualche lustro fa, ma di infilare un cd nel lettore e perdersi nel vortice della musica di una band che non conoscevo. I New Disorder sono di Roma, nascono nel 2009, e vantano tra le loro fila musicista di ottimo calibro e attivi da anni nella scena capitolina. Dopo due album, escono con 'Straight to the Pain' , un lavoro pensato, eseguito e registrato con cura quasi maniacale da una band che dimostra buone capacità e anche un pizzico di estrosità, che non guasta mai. Il genere è un alternative metal cantato in inglese, dove si percepiscono alcune influenze chiare, ma i nostri sparigliano le carte spesso e volentieri riuscendo a dare un tocco di personalità. Il livello tecnico è alto, la sezione ritmica spinge bene e sostiene melodie ed arrangiamenti con convinzione, mentre le chitarre si dilettano in riff potenti e assoli al fulmicotone. Ascoltando attentamente il vocalist si nota una complessità non comune, inoltre il supporto del bassista rende ancora più vari gli arrangiamenti vocali. "Never Too Late to Die" è una cavalcata veloce e possente, fatta di riff classic metal, ma dai suoni decisamente più moderni. La struttura cambia di continuo e si stacca dal solito cliché strofa-ritornello, mentre il vocalist punta su un cantato dalla timbrica simile a Brian Molko (ma anche ai System of a Down/nd Franz), il che rende il brano ancora più interessante e godibile. Un breve stacco a metà ci concede il tempo di riordinare le idee, ma subito riparte e si viene travolti da una valanga sonora precisa e senza sbavature. Poi tocca al brano che regala il nome all'album e qua i New Disorder diventano più oscuri, con una strofa sostenuta da basso, batteria e voce che passa da un simil growl al tono fin qui ascoltato. In aggiunta troviamo anche una seconda voce femminile dal registro alto, che non risulta ben amalgamata con il resto. Probabilmente la voglia di abbellire il brano ha superato di poco il limite dell'eccessivo e se speravamo in un pezzo inquieto e oscuro, dobbiamo rimandare. "The Beholder" è a mio avviso la main track dell'album, il brano più completo in assoluto. Il brano, il più lungo del cd, racchiude l'essenza dei New Disorder, metallari duri e implacabili, ma dal cuore d'oro che riescono a tirare fuori anche delle ballate emozionanti (ascoltatevi "Lost in London" e "The Perfect Time"). Dopo un breve arpeggio pulito di chitarra, la band torna a scaricare la sua potenza fatta di riff chirurgici optando per una velocità di esecuzione altalenante. Si passa dalla quiete iniziale alla tempesta che si scatena nella seconda parte della canzone, sempre con arrangiamenti convincenti e ben eseguiti. Concludendo ci troviamo di fronte ad una band che merita i successi raccolti fino ad'ora e a cui auguriamo lunga vita, anche perché mi aspetto un'ulteriore evoluzione nel prossimo album. (Michele Montanari)

(Agoge Records - 2015)
Voto: 75