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sabato 29 novembre 2014

Immorior - Herbstmär

#PER CHI AMA: Black Atmosferico, Agalloch
Dalle lande teutoniche di Neunkirchen, ecco sbucare gli Immorior e l'album che non ti aspetti, lo straordinario debut 'Herbstmär'. Per tutti gli amanti di sonorità autunnali, cosa c'è di meglio quindi che immergersi in un paesaggio denso di colori tenui e di quella pioggerellina fina ma battente che preannuncia l'arrivo della stagione fredda? La musica del duo germanico, formato da Nordmann e Sarghas, due che di primo pelo non sono di certo, vista la loro militanza in una miriade di band dell'underground, potrebbe essere pertanto trasfigurare l'autunno, cosi come i malinconici tocchi di piano di "Somnio Vivere" presagiscono. Il primo sussulto arriva con "Illusionist", song che manifesta l'amore della band per gli Agalloch: splendide e ariose linee di chitarra elettrica che s'impastano con chitarre acustiche su cui si stagliano le vocals arcigne e delicate di Sarghas. Soavi, eterei, mistici, ma anche rabbiosi; nella seconda metà del brano trova spazio una struggente parte onirica che sfoca immagini e colori, regalando lunghi minuti di serenità e riflessione prima di un fantastico assolo conclusivo. Era dai tempi di 'The Mantle' che non mi emozionavo cosi per l'ascolto di un brano di black melodico, semplicemente perfetto. L'asticella si alza e la posta in gioco aumenta, cosi come le mie aspettative. "...Und Zeit Stand Stil" segue, avanzando lentamente, tra delicate suggestioni musicali, sussurri puliti e altri più maligni, in una lunga suite che trova quell'attimo di trasalimento solo nella sua parte conclusiva. I pezzi sono tutti molto lunghi e talvolta la loro ridondanza rischia di stancare: "Sie..." supera gli undici minuti, e il suo approccio marziale appare un mix azzeccato tra il medieval sound dei Summoning e lo shoegaze degli Alcest. Peccato appunto che per quasi la sua intera durata, il brano si perda reiterando all'infinito il medesimo giro di chitarra; una maggiore dinamicità avrebbe infatti giovato maggiormente all'esito conclusivo. Sono comunque sottigliezze quelle che sto evidenziando, giusto per non esaltare una band già dal suo debutto. 'Herbstmär' infatti è un ottimo lavoro che si muove tra suoni bucolici e rari sfoghi post black, il tutto intriso da un feeling oscuro e nostalgico che si esplica palesemente nella strumentale "Rastlos" o ancor meglio nella successiva "Echo" che si muove tra nostalgiche chitarre spoglie (come gli alberi che perdono le foglie), harsh vocals e porzioni corali, il tutto egregiamente arrangiato. La title track e la più aggressiva "Erwachen", confermano le ottime qualità dei due tedeschi, capaci di alternare con estrema disinvoltura suoni celestiali e altri decisamente più graffianti, mantenendo comunque intatto lo spirito epic folk rock che li contraddistingue. Consigliatissimi. (Francesco Scarci)

(Narbentage Produktionen - 2014)
Voto: 80

https://www.facebook.com/Immorior

Permanent Midnight - Under the Blood Moon

#FOR FANS OF: Black Metal, Sathanas, Summoning, Caladan Brood
Releasing original music years after the band’s termination date is hardly ever a sign of a quality release, though thankfully this final release from the defunct Pennsylvania crew that comes a full seven years after they disbanded does buck the trend somewhat. While there are plenty of examples as to why the band is no longer around, namely the influx of celestial keyboards and utterly dragging paces, there’s times where it seems like the band did have some sense of direction as to where they were going. The raw production here does make for a really dirty, gritty atmosphere, the riffs at times do manage a rather energetic kick with the punchy inclusion of a primitive Death Metal-style lurch that’s insanely hypnotic and there’s times when the mixture of those celestial keyboards mix quite well with the charging Black Metal atmosphere. That still doesn’t make for all that impressive works, though, when brought up against the flaws in those rather dreary paces that run throughout this, which are all brought about by the sprawling keyboards which tend to cause this one to slow to a crawl that causes the whole song to come crashing down into a really bland and overall boring trend in these sections. As well, this does cause the music to really seem so scattershot and disorganized that it impacts the music more than it really should by throwing all sorts of material around without letting one stick out and this is what ultimately brings this down. Opener ‘Wolf’ may not be the prototypical intro with plodding tempos and a real lack of energy, but the dark, crushing riffs and heavy rhythms along ravenous riff-work do give this some solid points. ‘Fallen from Grace’ is a better attempt at this with a faster set of riffs, utterly dark, pounding drumming and only minor amounts of slower-tempo riffing that at the very least remains chaotic enough to make it enjoyable, and ‘Sex and Gore’ works as yet another short, frantic blaster with plenty of pounding drumming and frantic riffing throughout. With yet another sampled intro, ‘Carnivorous Lunar Activities’ makes up for that nicely with some rather heavy riffs and an impressive drumming array while the inclusion of symphonic-styled keyboards adds a nice balance to the raw chaos. ‘The Evil in the Forest’ is even more experimental with the classical piano compositions and ambient riffing alongside the traditional heavy riffing and pounding drumming and the results equal the album’s best track quite easily. ‘They Feed in the Night’ attempts this as well but doesn’t come off as good due to the heavier use of droning riff-work and dragging paces that hold this one down. The overall bland ‘Set in an Apocalyptic Sunrise’ is yet another of these droning keyboard-heavy dirges that really lacks a lot and tends to come off quite overlong for its own good with bland paces, bland riffs and bland keyboard notes. ‘Saved by Darkness’ does manage to come off quite well against the dreary track that precedes it and does get a little more energy here while the dragging final half does tend to really drag this out for a whimper of a finale. That tends to run rampant throughout this one and really lowers this one. (Don Anelli)

(Paragon Records - 2013)
Score: 60

https://www.facebook.com/onetruePermanentMidnight

mercoledì 26 novembre 2014

Gramlines - Coyote

#PER CHI AMA: Alternative Rock 
I Gramlines nascono a Padova nel 2012 e dopo un cambio di lineup, la formazione si stabilizza con gli attuali cinque componenti. 'Coyote' è il loro secondo EP, prodotto dall'instancabile GoDown Records che li ha accolti a braccia aperte anche per la loro gavetta fatta nei bassifondi dell'underground padovano. I componenti si sono fatti un mazzo tanto per prodursi,vendere ed esibirsi ottenendo buoni risultati, ma la carta vincente è stata quella di creare l'ambiente fertile per la loro ascesa. La band infatti è una delle fondatrici del progetto "Sotterranei", un collettivo musicale che organizza concerti e festival rendendo il Veneto un posto migliore, almeno a livello musicale. La band si definisce alternative stoner rock, personalmente toglierei la dicitura stoner, questo perché a livello di cd (non saprei nei live), i suoni e gli arrangiamenti suonano puramente rock con sfumature pop/punk/blues. L'EP contiene quattro brani e apre con "The Thrill of a Breakdown", pezzo molto ballabile, fresco e ammiccante, quindi adatto a far felici le giovani donzelle e non far annoiare anche i rocker più smaliziati. La qualità della band si nota subito, i suoni sono perfetti cosi come gli arrangiamenti, niente di esageratemene innovativo, ma curati a bilanciare al meglio il brano. Le chitarre sono incalzanti e piene di brio, si fanno accompagnare da una sezione ritmica altrettanto convincente e dinamica che rende il pezzo molto vario e considerando i quasi sei minuti di durata, il lavoro risulta ben fatto. In certi passaggi si sentono le influenze di band come Kings of Leon, Editors e affini, anche se i Gramlines hanno saputo dare un tocco personale con una vena di rabbia in più. Il vocalist se la cava abbastanza bene, giocando sulle melodie e grazie ad una timbrica fresca e leggermente sbruffona, caratterizza ancora di più il sound dell'ensemble patavino. I testi sono rigorosamente in inglese e va bene così. Infine l'utilizzo delle tastiere aggiunge colore alle composizioni e i suoni utilizzati, pianoforte ed organi, completano il tutto. Il gioco si fa serio con "The Bone" dove i ritmi sono più serrati, i suoni si ingrossano, e la band si diverte inserendo riff che scatenano l'inferno in terra per poi cambiare immediatamente direzione e veleggiare verso melodie pop. Personalmente è il brano che preferisco, aggressivo come la linea di basso che apre la traccia, un purosangue madido di sudore che fugge a più non posso. Poi il turbine diventa una tempesta con la batteria che martella e i riff di chitarra che chiudono il cerchio. Un ottimo EP, ben strutturato e che quando finisce ci lascia soddisfatti, ancora di più sapendo che grazie all'underground possiamo godere di ottime band. E speriamo per molto tempo ancora... (Michele Montanari)

(GoDown Records - 2014)
Voto: 75

martedì 25 novembre 2014

Dot Legacy – S/t

#PER CHI AMA: Stoner/Crossover, Mars Volta 
D’accordo, è vero, le etichette non mi piacciono, sono riduttive e tutto il resto, ma a volte sono tanto comode... già, perchè diventa davvero difficile riuscire a descrivere a parole quello che fanno i Dot Legacy, quando sarebbe molto piú semplice dargli un ascolto, peraltro consigliatissimo. Formatisi nel 2009, questi 4 francesini giungono oggi al loro esordio con questo cd verde confezionato in un elegante digipack che spiazza fin dall’immagine di copertina. Ci si immagina di essere immersi in atmosfere brumose e notturne e invece si viene catturati da un suono mutante che si muove sinuoso tra i generi, come una carpa sotto il pelo dell’acqua, rimandando ad ogni movimento riflessi dalle sfumature diverse. Per comodità, potremmo fare un parallelo con i Mars Volta: laddove la band degli ex At The Drive In partiva da una solida base post-hardcore per le loro digressioni prog-funk-free, i Dot Legacy fanno qualcosa di simile innestando su un impianto stoner massicce dosi di acid-funk e non solo. Basta prendere l’opening track "Kennedy", per rimanere spiazzati dai furiosi e repentini cambi di atmosfera tra ritmi spezzati e riffoni dal groove trascinante. Si continua con la funambolica e tortuosa "Think of a Name", o le linee melodiche peculiari di "Days of The Weak", che cresce ascolto dopo ascolto, ma le sorprese più grosse arrivano con lo spettacolare crossover di "Pyramid", dove si fondono parti rap alla Beastie Boys con esplosioni strumentali ultragroovy, o con il Santana ipercinetico di "Rumbera", che muta in un lento stoner inframezzato da sferzate di un argano acidissimo. I due brani piú lunghi, "Gorilla Train Station" e "Weirdos Of The Night" sono più tranquilli e lenti ma non per questo lineari o monotoni, il primo più classicamente stoner, il secondo guarda quasi all’hard-prog anni '70. In un certo senso i Dot Legacy tengono alta la bandiera della gloriosa tradizione crossover europea di band quali gli olandesi Urban Dance Squad o i connazionali FFF. I ragazzi sanno suonare, non c’è dubbio, e riescono sempre a infilare qualcosa di inaspettato in tutti i brani: tempi dispari, cori spiazzanti, tastiere sinuose e divagazioni jazz-rock. Non si fanno mancare nemmeno la delicata "3 am", posta in chiusura di un esordio interessantissimo ed ambizioso. Date le premesse ardite, non era facile riuscire a centrare l’obiettivo di confezionare un disco coerente, piacevole, spiazzante senza risultare pasticciato e sfilacciato, ma i Dot Legacy ci sono riusciti. Missione compiuta. (Mauro Catena)

(Setalight Records - 2014)
Voto: 75

The Isdal Cadaver - Ruin

#FOR FANS OF: Melodic Death Metal, Arch Enemy, Be’lakor, Vrademargk
This debut EP from Houston’s Melodic Death Metal newcomers, The Isdal Cadaver, shows a definite amount of potential in the genre though there’s still the ever-present amount of cliché work to be found in the scene. Mixing a sturdy mid-tempo attack with thumping drumming, dexterous fills and tight, clanging bass-lines with a fury of melody-driven lead-work that really fits in well with the melodic nature of the guitar-rhythms, this makes for a somewhat decent attack that has a lot going for them. Knowing when to pour on the speed for what amounts to mid-tempo arrangements at their fastest, this is enjoyable with a delightful crunch mixed with stylish leads flowing with melodic hymns that works quite well for the band. What happens when they drop the tempo, either into plodding rhythms or sprawling atmospheric sections filled with celestial-sounding arrangements doesn’t really suit the band either way as these are far away from their more enjoyable segments which gets this one far more energetic and enjoyable throughout when it’s pouring on the speed. The fact that this one also really eases up on the material with a sampled intro and a throwaway final track does hurt this by giving this so few enjoyable moments that it really struggles to build up enough to get going, and then it ends on a rather troubling note. It’s not enough to really hurt this but it does count. Forging the title track intro as clanking industrial noise and sampled narration gradually builds into marching drum-patterns, proper first song ‘Ozymandias’ gives this a fine sampler effect with mid-tempo paces, hearty use of deep death-growls and screeches amid a slew of familiar-sounding melodic guitar lines that race through several intriguing tempos but always stays somewhat energetic. The more-energetic ‘The Living Autopsy’ offers an overall faster pace with bigger drumming and speedier rhythms with rather frantic guitar melodies running through for a fine highlight, while ‘This Cursed Lineage’ carries the same energies into much lengthier and kinetic passages. ‘1692’ is a lot more of a melody-heavy offering that occasionally fuses aggression into its running time which is a lot lower compared to others on here for a somewhat plodding effort. ‘Bloodwatcher’ is back on track somewhat with a larger concentration on the aggressive riffing while the melodic fundamentals do come through quite nicely for an overall enjoyable effort. The final track, an acoustic version of ‘Ozymandias’ is pretty much forgettable and a throwaway bonus that doesn’t really do much as it drops the instrumentation from the previous version in favor of acoustic guitar strains and light tapping rhythms. Overall, it’s not enough to really harm this one but thankfully the good stuff here does make up for its’ few flaws. (Don Anelli)

(Self - 2014)
Score: 70

domenica 23 novembre 2014

Lachrimatory - Transient

#PER CHI AMA: Death Doom, primi The Gathering e My Dying Bride
Usciti originariamente autoprodotti nel 2011, i brasiliani Lachrimatory trovano nella Solitude Productions, la via di diffondere la propria musica world wide.'Transient' è infatti un album di oscuro death doom, segno tangibile che il sole laggiù in Sud America, si sia oscurato a favore delle tenebre. Dopo aver infatti da poco recensito i paulisti Thy Light, ecco trovarci di fronte a una nuova realtà dedita a suoni asfissianti e maledetti. L'act di Curitiba ci propone sei infinite tracce che esordiscono con l'avanzare sontuoso di "Seclusion", brano che oltre a sfoggiare gli elementi classici del genere, trova il suo punto di forza nell'eleganza di un violoncello che impreziosisce la qualità del lavoro. L'utilizzo dello strumento ad arco è infatti piuttosto invasiva (ricordate i primissimi My Dying Bride?) e tende a duettare con la ritmica robusta e il growling profondo del frontman Avila Schultz. Diciamo che se la traccia anziché durare 12 minuti, fosse durata 3-4 minuti in meno sarebbe stata quasi perfetta, con quel suo ondeggiare tra atmosfere pacate e squarci elettrici. Convincenti. Tocca alla traccia eponima scavare nei meandri profondi dell'anima, con il suo incedere intorpidito e flemmatico, in cui grande spazio trovano le keys che tuttavia sfoggiano suoni semplici e un po' obsoleti (sembra quasi il sound del primo album dei The Gathering). "Twilight" scomoda nuovamente i My Dying Bride di 'Turn Loose the Swans' per il fantastico connubio tra la grazia del violoncello e la gravità delle linee di chitarra; peraltro in questa traccia fa la sua comparsa anche un'anonima voce pulita. Con "Clarity", l'aria si fa ancor più pesante, il funeral è li a due passi, i suoni sono ancor più grevi e rarefatti, e le melodie trovano l'unica valvola di sfogo nel suono spettrale del violoncello, protagonista indiscusso dell'intero cd. "Deluge", la quinta song del lotto, strizza l'occhiolino agli Anathema di 'Serenades': lenti ma accattivanti, bravi nell'unire linee doom con splendide melodie di più ampio respiro che troveranno la summa del brano a quattro minuti dalla fine in cui violoncello e pianoforte vanno teneramente a braccetto. "Void" si muove in modo piuttosto angosciante, sebbene Maiko Thomé e il suo violoncello, cerchino di restituire un po' di luce e colore a quel cielo tinto di grigio. 'Transient' alla fine si conferma un signor album di death doom, come se ne sentono pochi oggigiorno, frutto di un lavoro interessantissimo in fatto di alternanza di atmosfere e suggestioni, ma soprattutto rimarco la performance assolutamente esaltante del violoncellista. Dopo tre anni è ora di uscire con qualcosa di nuovo che confermi quanto di buono fatto fino ad ora. Attendo impaziente. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 75

http://www.lachrimatory.com/

sabato 22 novembre 2014

Pineal - Smiling Cult

#PER CHI AMA: Post Metal/Alternative, Tool, Alice in Chains
La ghiandola pineale è responsabile della produzione della melatonina che regola il ritmo circadiano sonno-veglia. Secondo Cartesio, era il punto privilegiato dove mente (res cogitans) e corpo (res extensa) interagiscono, in quanto unica parte del cervello a non essere doppi. Adesso, la traduzione in inglese di quella ghiandola, è anche una band di Londra, che debutta con l'EP 'Smiling Cult', offrendo un 25 minuti di sonorità post-stoner, che tuttavia nella opening track, "Theta", richiamano addirittura i primi Alice in Chains, garantendo però un chitarrone maggiorato in fatto di profondità d'azione in combinazione con una voce assai vicina a quella di Layne Stayley. Il passo è lento e fumoso, degno di un grunge traviato e vizioso. Con "ADL" ci muoviamo nei pressi del Tool sound, con un fare assai cadenzato che, pur non avendo delle vere e proprie sferzate energiche, si rivela ipnotico e seducente, mentre la porzione ritmica va via via ingrossandosi nel finale. Le vibrazioni sonore aumentano con "Civil Obedience": se teneste il volume del vostro hi-fi un po' più alto, sono certo che tremerebbero anche i vostri muri di casa. Il mood alternative dei Pineal, pur essendo piuttosto derivativo, potrà conquistare anche chi fan di questo genere non lo è proprio. E cosi tra un disco death e un altro black, cerco rifugio nei suoni distorti e psichedelici della band inglese che in "Acerbic" (song da cui è stato estratto anche un video), sembra maggiormente orientarsi verso i lidi del post metal, mantenendo comunque un sound torbido e alternativo. Alla fine di "Somatic" invece vi sembrerà di esservi calati un bel cilum, complice il cantato sciamanico del frontman londinese e del riverbero a livello delle sei corde dei nostri. A chiudere il platter ci pensa "Tides", song che conferma le qualità dei Pineal ma anche il loro sconfinato amore nei confronti dei maestri Alice in Chains e Tool. Per ora la lezione è stata appresa al meglio, serve ora una maggiore dose di personalità per poter dire la propria in modo più convincente. (Francesco Scarci) 

(Self - 2014)
Voto: 70

Controversia - La Fine del Mio Spazio

#PER CHI AMA: Rock, Verdena, Marlene Kuntz 
I Controversia sono una giovane band del vicentino nata nel 2007, che dopo circa due anni ha debuttato con l'album dal titolo omonimo. In breve sono arrivati altri risultati, come il premio della critica al Vicenza Rock Contest 2013 e ora questo nuovo cd, nato grazie alla filosofia del crowdfunding. La band porta sulle spalle il sound e il mal di vita che ha caratterizzato grandi band italiane come Marlene Kuntz, Afterhours e Verdena. Quindi cercate di immaginare tre anime perdute che cercano redenzione trasmettendo ansia e rabbia ai loro strumenti. Le chitarre sono furiose e delicate allo stesso tempo, mentre la batteria scalcia peggio di un animale messo in trappola, ma che non si da per vinto. A questi si unisce il battito ossessivo e compulsivo del basso che chiude il cerchio strumentale intorno alla voce, matura e maschia, lontana anni luce dai vagiti collegiali che ormai infestano radio e mainstream. Le dieci tracce sono contenute in un packaging di cartoncino disegnato a mano con all'interno i testi e i ringraziamenti di rito. "Fare" è un ottimo brano, gran riff di chitarra che poteva beneficiare di un suono un po' più aggressivo, ma probabilmente avrebbe portato il genere verso altri orizzonti. Ritmica sempre all'altezza e mai banale, ben lontana dalla fuffa commerciale che si sente sempre più spesso alla radio. Una gran cavalcata rock con un testo interessante semplice e diretto, com'è giusto che sia. "Un Figlio" continua la vena impegnata dei Controversia, con un inizio lento e ipnotico, una ninna nanna da canticchiare ad un adulto che ha perso la strada e ha bisogno di addormentarsi per trovare la serenità perduta. Il cambio arriva verso i tre quarti del brano, dove gli strumenti diventano nevrotici, accelerano e portano l'ascoltatore in un turbinio emotivo. Nelle restanti canzoni si percepiscono molte cose, tra cui un'importante influenza del buon vecchio cantautorato italiano, tipo l'immortale Battisti. 'La Fine del Mio Spazio' è un contenitore di canzoni nate da una chitarra acustica malandata, chiusi in una stanza angusta o sulla panchina di una stazione di provincia, ma sempre con lo sguardo lontano verso tutto ciò che non si può ancora vedere, ma che è ben chiaro nei sogni e nelle speranze. Un gran bel disco, registrato e arrangiato con cura, alcuni dettagli stilistici potrebbero anche non piacere, ma poi, cos'è un album se non una rappresentazione di se stessi e quindi da amare od odiare. Dimenticavo, la potenza dei loro live è degna di nota, quindi cercate di vederne almeno uno, non si sa mai che aggiungiate un nuovo gruppo alla vostra lista dei preferiti. (Michele Montanari)

(Self - 2014)
Voto: 75 

Beak - Let Time Begin

#PER CHI AMA: Post-metal, Sludge, Isis, The Ocean
Ogni volta che ascolto un disco post-metal mi faccio la stessa domanda: ma il post-metal ha ancora qualcosa da dire? Se ce l’ha, i Beak potrebbero essere un interessante punto di vista. Di buono in questo primo full-lenght del quartetto di Chicago c’è molto. Anzitutto gli arrangiamenti estremamente personali: sentite lo sviluppo meraviglioso della lunghissima “Into The Light”, la curiosa apertura in maggiore nel refrain di “Light Outside”, o la deriva noise di “Carry A Fire”. C’è un innovativo pizzico di electro-rock (“The Breath Of Universe”) grazie ad un attento utilizzo dei synth. Non ci sono brani lunghissimi e inaffrontabili (tolti i 7 minuti della già citata “Into The Light”, la maggior parte dei pezzi gira intorno ai 4.30) che, in un’epoca di post-metal spesso autoreferenziale e ripetitivo, può essere un indice di qualità. C’è tutto quello che vi aspettereste da una band del genere: le atmosfere che cambiano, le chitarre che crescono e calano, gli arpeggi alla Opeth e le cavalcate alla Cult Of Luna, i break strumentali. C’è persino un packaging da antologia, curatissimo in ogni dettaglio. Purtroppo, il disco non è privo di difetti: il primo è la piattezza dello screaming di Chris Eichenseer. Le chitarre hanno un bel da fare a tenere alto il tono dei brani (con ottimi risultati), ma la voce risulta terribilmente noiosa già dalla seconda traccia in avanti. Il secondo grande difetto è una registrazione di qualità bassissima che, purtroppo, non rende giustizia al lavoro: immagino che la scelta sia stata intenzionale (non saprei spiegarla altrimenti), probabilmente per una certa affezione alla ruvidità della scena sludge. Ciononostante, il post-metal è un genere delicato che merita un’attenzione ai suoni non indifferente; una produzione potente, precisa e misurata che, in questo 'Let Time Begin', non c’è. Un disco che poteva essere (quasi) indimenticabile ma che, purtroppo, farete fatica a capire fino in fondo. (Stefano Torregrossa)

(SomeOddPilot - 2014)
Voto: 70

giovedì 20 novembre 2014

Torrens Conscientium - All Alone With My Thoughts

#PER CHI AMA: Death Doom
La scena doom si arricchisce di una nuova realtà, i Torrens Conscientium, trio formatosi nel 2009 a Sinferopoli, nella ahimé nota penisola della Crimea. L'etichetta è la Solitude Productions manco farlo apposta, e le parole che potrò spendere per questa release, non saranno certo differenti dalla miriade di band che affollano la scena, uscite per label russa. Sette tracce per oltre tre quarti d'ora di musica, che già dal titolo, la cui traduzione sta per "Tutto Solo con i Pensieri", non lascia presagire nulla di allegro. E cosi parafrasando il titolo della release, 'All Alone With My Thoughts', mi immergo nell'oscurità del mio studio, in cui solo la luce dello schermo del computer mi consente di identificare i tasti da schiacciare, e mi lascio trasportare dalla musica di questi nuovi arrivati, cercando di scacciare in realtà quei pensieri che avvolgono la mia mente. E il risultato, per quanto ci crediate o no, è davvero entusiasmante, perché i due Sergei e la bella Alina, che vanno a comporre la line-up della band, non sono gli ultimi pivelli arrivati. Lo dimostrano le buone capacità esecutive, ma soprattutto il pathos che emanano i loro pezzi, "The Black Fog" in testa, che mostra la sua seconda metà meditativa e decadente. "Immersion" è il classico pezzo cadenzato per cui se ne ascoltano a migliaia ogni giorno, anche se in questo caso le atmosfere risultano ben più orientate all'onirico che al funereo e dove si può apprezzare l'eccelso growling del vocalist e l'apprezzabile sezione (pseudo) solistica. Lo ribadisco, nulla di trascendentale, ma che si lascia ascoltare e apprezzare ben oltre alcune release di gruppi ben più blasonati. "A Evening Behind" è la song più tetra che avvicina maggiormente i nostri al funeral, mentre "Hitcher" si mostra più ringhiante a livello di ritmiche, anche se le tastiere ne smorzano l'irruenza, conferendo all'impianto sonoro una maggiore carica ambientale. Il disco prosegue su questa linea, con un altro pezzo, "Being Lonely" e l'outro "The Dawn", che non rappresentano proprio il ritratto della felicità, nemmeno a livello di titoli. 'All Alone With My Thoughts' è un lavoro che non aggiunge nulla di nuovo in fatto di originalità ad un genere che più volte negli ultimi tempi abbiamo definito stantio, tuttavia è un disco piacevole, che denota ancora qualche ingenuità in termini di songwriting, ma che comunque si lascia apprezzare per la sua inattesa accessibilità. Buon inizio. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 70

martedì 18 novembre 2014

Helevorn - Compassion Forlorn

#PER CHI AMA: Death Doom, Saturnus, primi Anathema
Ci hanno impiegato ben oltre quattro anni i maiorchini Helevorn per sfornare un nuovo lavoro, ma d'altro canto avevano già speso un lustro per rilasciare il secondo album, 'Forthcoming Displeasures', recensito su queste stesse pagine. Quindici anni perché tre album vedessero la luce (la band nasce nel 1999), niente male no? Il risultato a questo punto non può che essere eccellente. E questo è sostanzialmente vero, perché 'Compassion Forlorn' è un signor disco di death doom che prosegue quanto già espresso nel precedente lp. Otto pezzi di suoni oscuri dotati anche di una certa vena gotica. L'album si apre con la deprimente "The Inner Crumble", song che cavalca l'onda dei suoni malinconici, ormai marchio di fabbrica della Solitude Productions e associate. Buonissime le linee di chitarra, cosi come pure il growling di Josep Brunet, che sapientemente lo alterna a un cleaning meditativo quando sono i tocchi di pianoforte a condurre i giochi. Nulla di nuovo per carità, ma si fa apprezzare. Con la successiva "Burden Me" si parte più sparati e un qualche eco degli Amorphis si percepisce in sottofondo, ma non solo, perché un occhiolino lo si strizza a destra agli Evereve e a manca, ai nostrani The Foreshadowing, anche se poi il brano scema un po' in intensità per ritornare a sprofondare nei meandri della desolazione. Derivativo penserete voi e non posso che confermare la cosa, soprattutto quando si scomodano anche gli Anathema di 'The Silent Enigma'. Quindi, prossima domanda, album da buttare? Nient'affatto! L'ho detto proprio all'inizio, 'Compassion Forlorn' è un signor album e per questo gli va assolutamente concessa la vostra fiducia. "Looters" è un pezzo che per linee di chitarra potrebbe stare benissimo su un qualsiasi disco dei Saturnus anche se Josep predilige il cantato pulito e al termine del brano si concede anche un narrato su una straziante melodia di pianoforte. La parabola ascendente della band spagnola prosegue con il pezzo forte del disco, "Unified", tra le song più trainanti del lotto (insieme a "Delusive Eyes"), in cui mi pare di percepire anche qualcosa degli ultimi Paradise Lost (che sarà ancora più evidente in "I Am to Blame" che si fa notare per un approccio più corale). Le cose girano bene e gli strumenti ben si incastrano tra loro sfoderando una prova, che col passare dei minuti, diviene sempre più convincente. Quello che ho notato tuttavia è che fintanto il quintetto iberico viaggi su ritmiche un po' più tirate, le cose vanno alla grande e il sound si conferma convincente. D'altro lato, con tempi più rallentati, la band torna ad essere "normale": "Reason Dies Last" ne è forse l'esempio più palese: belle chitarre, mood drammatico, ma forse la song più anonima dell'intero lavoro. Il disco si chiude con "Els Dies Tranquils", in cui Josep esordisce con un narrato in catalano e poi a salire in cattedra è Lisa Cuthbert, cantante, pianista e compositrice irlandese, la cui meravigliosa performance vocale (che richiama Tori Amos e Marie Brennan), arricchisce ulteriormente una prova già di per sé, molto buona. Ora non rimane che gustarci questo lavoro per i prossimi cinque, in attesa di una nuova release degli Helevorn. (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music - 2014)
Voto: 75

sabato 15 novembre 2014

Thy Light - No Morrow Shall Dawn

#PER CHI AMA: Black/Post Rock, Agalloch
Ah il Brasile, le spiaggie di Rio, Copacabana e Ipanema, il sole, il mare, la foresta Amazzonica o la frenetica vita di San Paolo, città da cui arriva il duo di oggi. Che cosa attendersi quindi da una band che vive in una parte del mondo cosi piacevole e solare? Ovviamente del depressive black metal, non certo danze pauliste. I Thy Light esordiscono nel 2013 per la cinese Pest Production, con questo 'No Morrow Shall Dawn', album che giunge sei anni dopo il demo d'esordio, 'Suici.De.pression'. Il genere lo abbiamo già inquadrato, le tracce, se escludiamo l'intro e un breve intermezzo strumentale, sono solo tre per oltre quaranta minuti di musica. "Wanderer of Solitude" debutta con un avanzare melmoso e intriso di un umor nero come la pece, dotato di splendide melodie, ma anche di screaming vocals degne della più selvaggia black metal band. Quello che balzerà subito alle vostre orecchie è il lavoro di arrangiamenti che di fatto accompagna l'intera durata del disco, e che saltuariamente sembrano affondare le proprie radici nel rock progressive. Fatevi cullare quindi dai frangenti acustici, dalle sterzate elettriche, dalle voci filtrate simil industriali, ma anche da quelle pulite che prima o poi emergeranno. La song è un susseguirsi di emozioni, in cui la belluina voce di Paolo Bruno, non smorza in alcun modo il mio entusiasmo. La lunghissima title track, introdotta da flebili tastiere, si assesta su una ritmica che potrebbe stare tranquillamente su un disco rock. Solo le malvagie vocals rendono alla fine quest'album estremo. Le tastiere ricordano quelle degli ancestrali Cradle of Filth, mentre frammenti ambient/noise, contribuiscono a rendere ancor più vario un album che ha fatto breccia assai velocemente tra le mie preferenze. "Corredor Seco" è il potente flusso di chitarra acustica che ci conduce alla conclusiva "The Bridge", ove un temporale in lontananza apre una song lenta e litanica, che sale delicatamente in intensità, e riesce a trovare la prima cavalcata black dell'intero album al minuto 38, segno tangibile che avvicina, almeno musicalmente, i Thy Light a una band di nero metallo. Bravi! (Francesco Scarci)

(Pest Productions - 2013)
Voto: 75

Punk Sinatra - O Monstro Acordou

#PER CHI AMA: Punk Rock
Torniamo in Portogallo perché l'instancabile Ethereal Sound Works ha prodotto un'altra band, i Punk Sinatra. Il quintetto di Lisbona nasce nel 2003 dalle ceneri di altre band della zona e le idee sono subito chiare. Fare punk-rock, cantare in portoghese e suonare dal vivo il più possibile. Tutto questo si realizza in circa dieci anni di attività e alla fine del 2013 i loro sforzi vengono premiati con l'uscita di 'O Monstro Acordou' ( il mostro risvegliato). Dieci brani che mescolano punk/rock con venature di folk/ska, quindi musica spensierata, veloce e piena di cori. Il cd apre con "Espirito de Suburbio", un brano di per sé complesso perché mantiene la stessa sezione ritmica di basso e batteria per tutto il brano, ma nel frattempo la chitarra si sbizzarrisce con riff e assoli veloci. Questo per far capire subito che non siamo di fronte ad una band di quindicenni che ha scelto il punk per ovviare ai loro limiti tecnici, infatti i Punk Sinatra viaggiano alla grande e cercano pure di non cadere nei classici stereotipi del genere. In effetti i ragazzi lusitani sono più simili ai The Clash che ai Ramones, proprio per la loro voglia di sperimentare ritmiche diverse e mettere anche più tecnica rispetto ai soliti quattro accordi alla Ligabue. Ed ecco che "Skapa do Sistema" vi trasporta sulle paradisiache spiagge giamaicane a ritmo di ska che poi si trasforma e diventa un brano rock. Suoni semplici, questo perché i protagonisti sono i riff, la ritmica e il cantato che in portoghese aggiunge quella sfumatura in più che aiuta. Le doti del vocalist non fanno gridare al miracolo ma si fondono bene con gli arrangiamenti e i vari cori aiutano a rafforzare i brani e il loro timbro. "Andas aì" inizia con un bel giro hard rock alla vecchia maniera, di quelli goderecci e ignoranti come piacciono a noi, nostalgici. La vena punk affiora grazie alla sezione batteria/basso per velocità e schema, ma il resto è puro rock, come gli assoli e i vari fraseggi. A metà brano c'è addirittura un rallentamento da headbanging, mitici. Questo a conferma che i Punk Sinatra si divertono nel mettersi in gioco mostrando che non si chiudono ermeticamente in un genere e mostrano con orgoglio il bagaglio artistico dei vari componenti. Un cd ben fatto da persone che credono in quello che fanno, con lo spirito da teenager ma con gli attributi di chi ha visto un po' d'acqua passare sotto i ponti. (Michele Montanari)

(Ethereal Sound Works - 2014)
Voto: 75

BrainDead - Behind the Mask of Sanity

#FOR FANS OF: Death/Thrash Metal, Deus Otiosus, Ares Kingdom
Among the countless bands mixing together Death and Thrash Metal, regardless of the influences taken from each genre for preference over the other, this New York act’s debut tends to fall in the middle of the pack as a fairly decent and middling effort. While the thrashing guitars fueled by raging patterns and kinetic energy are present throughout, as well as the deep, chunky Death-Metal style patterns that bring the two together just as much as the vocals do, there’s one rather distressing part about the band that does hinder this somewhat. The band does have a tendency at times to resort to a mid-paced chug that’s almost groove-based that really drains a lot of the energy and style throughout this almost to the point of being not even a mix between these two styles how far apart from the rest of the material these tracks are. The use of a drum-machine on many of the tracks is something to get over as well as it adds a cold, electronic influence on the material that’s far removed from the organic sounds on the rest of the album especially when it’s blasting away with the double-bass feature. Certainly it sounds good when covered up for the most part by the raging, thrashing guitars as the energy there manages to hide it pretty well, but there’s still the matter of the needless minute-long interludes that crop up several times here to contend with. They’re really not that impressive at generating the breather they’re intended for, causing annoyance instead and hamper the flow of the album throughout. Still, the thrashing guitars and deep riffing does make this pretty enjoyable at times. After the pointless noise-collage intro ‘Clean15,’ proper first song ‘Splitting of the Mind’ gets things going with raging thrash guitars amidst blistering drumming, tight patterns and plenty of extended patterns that really showcase a more dynamic assault of riffs than expected which causes this to stand as a fine highlight. This trend continues in much of ‘5 Dimensional Apprehension’ though this one tends to offer a more explosive thrash riff and more energy as the basis behind the track, and frankly other efforts like ‘A Warm Embrace’ and ‘Red Snow’ showcase this style quite effectively. Both ‘Rust & Decay’ and ‘White Walls’ drop a lot of the thrash here for plodding mid-tempo groove and rather bland pacing so there’s not much to like with these, though ‘White Walls’ does kick it up a bit in the second half. Yet another pointless noise-collage interlude in ‘Neat03,’ the electronically-influenced ‘Frozen Perfect Mirror’ comes back as a rather blistering effort that’s more notable for the haunting keyboard melody raging alongside the dynamic riff-work and tight grooves, sounding like a rather lively effort altogether and getting back in the good graces after the three straight weak tracks. The title track does manage to get some of the same thrashing influences and extended, nearly progressively technical style of riffing in here which is a welcome sight being placed again in the mix after it worked so well for the first track on here, while ‘Eternal Contusion’ is yet another winding, twisting epic of progressive riffing, technical patterns and furious drum-machine blasts through tight razor-wire riffing and rather deep, chunky guitars that make for quite an enthralling effort,. The massive ‘15 Hours of Hell’ tends to blow that up into even grander forms with an even more extended canvas to wrap all those influences into. ‘Dreams’ is a pretty experimental effort as it winds a laid-back Gothic ambiance with the cold atmospherics and thrashing guitars into a nice idea that tends to go on a little more than it should but still comes off rather nicely in the second half with slightly more Death Metal influences. The last of the pointless interludes, ‘Organized04’ thankfully leads into the chaotic ‘Permanent Enslavement’ which tends to go into overdrive with the frantic riff-work, pounding drums and tight patterns that really go all out and frantically charge through blistering patterns, making for another strong highlight. These do make for an enjoyable listen here though it does have a few hindering flaws. (Don Anelli)

(Self - 2012)
Score: 65

giovedì 13 novembre 2014

Prayed and Betrayed - The Abundance of a Sickened Mind

#PER CHI AMA: Swedish Black/Melo Death
Non è mai troppo facile esprimere un giudizio esaustivo su un lavoro che consta di sole tre tracce e dura la bellezza di 11 minuti, ma con i finlandesi Prayed and Betrayed, potrebbe valere il famoso detto "Se il buongiorno si vede dal mattino...". 'The Abundance of a Sickened Mind' lascia infatti intravedere le enormi potenzialità del combo di Jyväskylä, che fondato solo nel 2012, ha già rilasciato un paio di EP ed è in attesa del famigerato full length. "Deafblind" apre le danze dell'EP con le sue chitarre in tremolo picking, pregne di un'influenza che rimane nebulosa nella mia testa e stento a identificare. Forse il sound gelido e tagliente ha un che del secondo album di 'Ancient God of Evil' degli Unanimated, ma poco importa per inquadrare esattamente la proposta dei nostri. Il quintetto finnico ci sparerà infatti in faccia i propri infuocati riff carichi di groove, con le vocals grintose di Tatu Hanhikoski, ad urlare tutto il proprio dissapore verso il genere umano. Da sottolineare nella breve traccia, il favoloso e rockeggiante assolo conclusivo. La band è mostruosa tecnicamente e lo si evince nel lavoro alla batteria di Juho Suomi, vero giocoliere dietro le pelli, mentre acuminati sono i riffoni che emergono dal duo d'asce costituito da Antti Lukkari e Panu Korhonen, loschi figuri che sanno graffiare quando ce n'è il bisogno, come già sottolineato nella opening track, ma anche nella seconda "World Surreal", ottima song in cui convivono le anime estreme dei nostri (melodeath e swedish sound) con un certo feeling rock oriented che si esplica soprattutto a livello degli assoli. La terza e conclusiva title track ha un flavour più doomish: oscura, maligna, le ritmiche sono più cadenzate e una strizzatina agli Insomnium più primordiali è quasi d'obbligo, con le liriche che affrontano temi anti religiosi, a delineare la cattiveria intrinseca dell'act finlandese, che sfocia in un assolo più scarno e ruvido, ma che non intacca minimamente il giudizio fin qui maturato, ma anzi apre ulteriori punti di domanda sul futuro musicale di questi cinque ragazzi e amplifica il desiderio di ascoltare nuovo materiale quanto prima. Notevoli. (Francesco Scarci)

Maud - Fish/Cow


#PER CHI AMA: Noise, Unsane, Jesus Lizard
Tempo fa, cercando notizie in google per ricostruire i tragici fatti della Costa Concordia, mi sono imbattuto nella pagina bandcamp di una band noise tedesca, dove faceva bella mostra di sè un brano intitolato “Schettino”. Per me questo fu un motivo sufficiente per volerne sapere di piú, e cosí oggi, grazie alla generosità dei Maud (questo il nome della band) che ci hanno omaggiato dei loro due album, dedichiamo un piccolo spazio per esaminare la loro esigua ma interessante discografia. I Maud sono un trio, formatosi nel 2009, che ha fondato la propria educazione nei '90s mandando a memoria la discografia di etichette quali Amphetamin-Reptile e, aggiungerei io, Touch and Go. Il disco di debutto arriva nel 2010, si chiama 'Fish' ed è roba da non crederci: registrato praticamente in casa, è un concentrato di furia e ragione, feedback e ritmi spezzati, assalti frontali e divagazioni ritmiche e strumentali davvero impressionanti. Le influenze sono evidenti e si colgono tutte, ma il risultato finale è validissimo. Dai Cows ai Janitor Joe, dai Jesus Lizard agli Unsane agli Helmet, le 10 tracce di 'Fish' macinano suoni, umori ed atmosfere con una lucidità che sorprende per un gruppo all’esordio. Sezione ritmica inesorabile, chitarre disturbanti, voci strozzate e feedback a infilarsi in ogni dove. I brani sono tutti davvero di altissima qualità e cito tra gli altri "LS Sail", "Baklava", "Emily Eternity", "Orange". Quà e là fanno capolino poi citazioni post hardcore ("Qaramel"), altrove si cerca di avvicinarsi al concetto di melodia (lo strumentale conclusivo "Cow is a Good Feeder") mentre il pachidermico incedere di "Elephant" segna l’apice noise del disco, concedendo gli ultimi 3 dei suoi 10 minuti ad una coda composta unicamente di feedback chitarristici. Trascorrono due anni prima che veda la luce il seguito, 'Cow', che sembra voler aggiustare il tiro su quello che forse era l’unico difetto dell’esordio, ovvero una personalità non ben definita. 'Cow' asciuga il suono e la struttura dei brani, concentrandosi sulla potenza e l’impatto. 'Schettino' inaugura una schiera di pezzi quadrati e devastanti: dopo la registrazione della comunicazione radio tra il comandante piú (tristemente) famoso d’Italia e la capitaneria di porto si viene travolti da uno schiacciasassi che non si ferma particamente mai. Basso e batteria sono precisissimi, la chitarra piú chirurgica e controllata rispetto a 'Fish', la voce piú urlata e presente. 'Cow' mette maggiormente a fuoco la proposta dei tre bavaresi ("Moaner", "Cheese", "Postfire" sono veloci, potenti, brevi e asciutte), anche se rispetto al suo predecessore perde qualcosa in termini di varietà. Solo alla fine, con "Primrose", ci si concede di sforare i quattro minuti e riprendere l’eclettismo post hardcore che aleggiava su 'Fish'. Che dire, una bellissima sorpresa quella nascosta nelle tracce di questi cd (confezionanti in eleganti cardboard) e non posso fare altro che consigliarne l’ascolto. Se solo siete fan di uno dei nomi di riferimento, non potrete che rimanerne entusiasti. (Mauro Catena)

('Fish' - Ampire Records - 2010)
('Cow' - Self - 2013)

https://www.facebook.com/MAUDmusic

Sequoian Aequison - Onomatopoeia

#PER CHI AMA: Post Rock/Doom
Dalla ricca città russa di San Pietroburgo arriva questo album post-rock, rigorosamente strumentale e prodotto dai Sequoian Aequison. La band è un quartetto formatosi nel 2012 e da allora ha raccolto il materiale necessario per produrre questo 'Onomatopoeia', disponibile in versione digitale, cd e vinile. Quattro brani per più di quaranta minuti di suoni ambient/post-rock, ricchi di malinconia e break di pura rabbia, il tutto per trasmettere nel miglior modo possibile le emozioni dei musicisti. Lo schema è il solito: chitarre strapiene di riverbero/delay, mentre la parte ritmica rimane lenta ed articolata, a volte anche troppo. Per carità, le emozioni sono personali e non possono essere fintamente positive, quindi se queste sono quelle della band, allora va bene così. "Opening Walls" apre con un arpeggio inquietante a cui poi si legano gli altri strumenti, il tutto ad una velocità vicina al doom e quindi ascoltabili se si è in un particolare mood esistenziale. Suoni sempre perfetti per la situazione, ma quello che manca è un tema principale che permetta di memorizzare la traccia o per lo meno di distinguerla da tanti altri brani presenti nell'etere. Infatti "Rest On The Way To Nowhere" coglie questa sfida, sfruttando al meglio il basso e rendendo gli arrangiamenti protagonisti del brano. Le stesse chitarre sono più incisive, con una distorsione non esasperata ma messa al punto giusto, il groove può cambiare in meglio e arricchire la melodia già di per sé, semplice e lineare. L'album è fatto bene, per gli amanti del genere è altro materiale da consumare avidamente, ma la numerosità di ensemble simili, rende la concorrenza spietata e quindi sopravviverà chi riuscirà a dare quel qualcosa in più. Infatti le grandi band hanno interpretato il genere a modo loro, inserendo influenze oppure puntando su suoni e ritmiche particolari. Aspettando che il prossimo lavoro veda la luce più velocemente di questo, speriamo che i Sequoian Aequison evolvano, scegliendo un percorso personale ben preciso. (Michele Montanari)

(Slow Burn Records - 2014)
Voto: 70

https://www.facebook.com/seqaeq

mercoledì 12 novembre 2014

Make Me A Donut - Olson

#PER CHI AMA: Deathcore/Metalcore
Questo gruppo di cinque giovanissimi ragazzi provenienti dalla Svizzera, dal nome piuttosto originale (d'ora in poi MMAD), presentano questo dischetto accompagnato da un curatissimo booklet che mi fa capire fin da subito che i nostri vogliono far sul serio. Di difficile etichettatura, il genere proposto spazia dal classico metalcore alla Slipknot, a derive più pesanti con il deathcore così tanto in voga in questi ultimi anni, fino a elementi classici del progressive più segaiolo (ovviamente nel senso buono del termine). Sicuramente, quello che non manca ai ragazzotti elvetici, è la preparazione tecnica, mentre forse qualcosa da rivedere in fase di composizione ci sarebbe; perchè ascoltando il disco ho avuto la sensazione di ascoltare più o meno sempre lo stesso pezzo, fatto di chitarrone ultracompresse assai precise, basso slappato e ultra effettato, assoli da impeccabile axeman italoamericano (e quindi con conseguente poco feeling), doppia cassa a scandire e doppiare le plettrate delle sei corde, cose già sentite e risentite, per quello che mi riguarda, troppe volte. Per non parlare della voce, a metà strada tra un Tom Araya di trent'anni più giovane e un qualsiasi cantante death neanche troppo propenso al growl, ma piuttosto a quel semi scream-growl che mi ha sempre dato su i nervi. Per carità, gusti personali, ma sto cercando di essere il più obiettivo possibile per cercare di “salvare” un lavoro che ha delle potenzialità secondo me non espresse: “Haunting Seed” è un bel pezzo, così come “We Are Vendetta” e la mia preferita, “Psychic Crystallization”, è davvero valida, ma per quello che riguarda il resto non si supera mai la sufficienza risicata. Formalmente tutto inattaccabile, dalla produzione al lavoro grafico, in questo caso è il contenuto che difetta in qualcosa; non una debacle completa, ma neanche un lavoro che fa strappare i capelli. Peccato, il sapore dell'occasione persa rimane piuttosto persistente. (Claudio Catena)

(Tenacity Music - 2013)
Voto: 60

https://www.facebook.com/makemeadonut

Jackknife Seizure - Time Of The Trilobites

#PER CHI AMA: Groove Metal, Soundgarden
I Jackknife Seizure sono un interessante quartetto di Londra attivo dal 2010, salito agli onori dei metallari grazie alla vincita dell'ultimo “London Metal 2 The Masses” e uno show live al “Bloodstock Festival” la scorsa estate. Questo 'Time Of The Trilobites' è il loro debutto: quattro brani registrati perfettamente – la qualità audio è davvero straordinaria, per essere un EP – che pescano il meglio dalla scena rock-metal degli anni ’90 (Soundgarden soprattutto, sia nella struttura delle canzoni che negli arrangiamenti, e qualcosa dei primissimi Pantera di 'Cowboys from Hell') per tritarli in un metal sbarazzino di ispirazione decisamente più moderna. Evidenti gli echi agli Alice In Chains nel primo minuto di “Wanker (Means You’re a Cunt)”; c’è anche qualcosa degli ultimi Mastodon (ma non certo nei suoni: qui è tutto limpido e definito) nell’incedere dispari di “Mechanical Mosquito”. Il riffing è tagliente e preciso, accompagnato da una sezione ritmica mai eccessiva – non aspettatevi fraseggi brutali e blastbeat al fulmicotone: i Jackknife Seizure prediligono la melodia alla durezza, e gli interventi metal sono misuratissimi (qualche cavalcata di doppia cassa; un paio di accelerazioni interessanti; e più in generale suoni, distorsioni ed equalizzazioni). Su tutto questo, la voce pulita e potente di Gerry, costruisce melodie ben fatte di chiara ispirazione cornelliana. Un EP ottimamente prodotto, che dura una manciata di minuti (solo 25) e scorre via liscio come l’olio. Vale l’ascolto se siete nostalgici del bel rock-metal di una ventina di anni fa e se non siete abituati a brutalità death o ai suoni sporchi dello sludge. Sarà interessante ascoltare i Jackknife Seizure alla prova ufficiale del primo full-lenght. (Stefano Torregrossa)

Lost Ubikyst In Apeiron - Abstruse Imbeciles Nailed On Slavery

#PER CHI AMA: Extreme Progressive, Devin Townsend, Meshuggah, Cynic
Attenzione, attenzione!! Fermate qualsiasi attività e concentratevi nella lettura di questa recensione perchè mi sa tanto che abbiamo una bomba in mano pronta a detonare da un momento all'altro. Dovremo certamente parlare di new sensation proveniente dalla Francia quella dei Lost Ubikyst In Apeiron, una one man band pazzesca, guidata da Mr. Schrissse, dedita a sonorità estreme, progressive-alternative o come diavolo volete definirle voi, in questo caso tutto passa in secondo piano. 'Abstruse Imbeciles Nailed On Slavery' sembra un lavoro uscito dalla mente del geniale folletto Devin Townsend, arricchita tuttavia di altre splendide trovate. Vorrei però partire menzionando l'artwork del lussuoso digipack prima ancora del suo contenuto, che vale da solo l'acquisto del disco. Poi muoviamoci pure alla musica, ma premetto che parto già conquistato da cotanto gusto estetico. "Nothing to S(l)ave" apre le danze con le su bizze caleidoscopiche, suoni gonfi di una cristallina potenza e raffinata aggressività: chitarroni "meshuggani" si intrecciano dinamicamente con splendide tastiere su un tappeto ritmico vertiginoso, in cui trova sfogo la voce urlata del bravissimo Schrissse e una sezione solistica da paura. I cambi di tempo, le melodie gustose, gli arrangiamenti fanno già di questo debut album un must. Ma andiamo avanti e godiamoci la cibernetica "The Way", song che muovendosi tra i Darkane più sperimentali e i Fear Factory più cyber oriented, ci delizia con cinque minuti di accattivanti melodie e voci filtrate, palesando a livello tecnico, una superiorità imbarazzante rispetto alle altre band, giustificando pertanto gli anni spesi dal frontman transalpino per produrre questo eccelso lavoro, che con la terza traccia (in realtà un interludio), riesce addirittura ad evocare i Pink Floyd di 'The Dark Side of the Moon'. "Final Roar" è un selvaggio ruggito di suoni difficili da descrivere: le chitarre sono rabbiose, le vocals dapprima urlate e poi sussurrate, le atmosfere si alternano tra l'incandescente, lo spaziale e il sensuale, denotando sempre di più la grande padronanza strumentale del mastermind transalpino e inducendomi più volte a verificare se quella che sto ascoltando sia la stessa traccia o sia nel frattempo più volte cambiata nel mio lettore. Complesso nella sua struttura, fine negli arrangiamenti, veloce e pesante quando c'è da non esimersi dal picchiare, ricercato ove richiesto ma soprattutto nei mai scontati assoli, 'Abstruse Imbeciles Nailed On Slavery' è un lavoro che dovete procurarvi domani, anzi no, oggi stesso. Se poi siete restii perchè queste mie parole ancora non vi hanno convinto, ci penserà l'uggiosa ambientazione di "Blind Cyclops" a condurvi in un turbinio di suoni avvincenti e ubriacanti che sapranno soddisfare i vostri palati sempre più esigenti (ma mai quanto il mio). Il nuovo eroe francese si spinge là dove voi umani non potete neppure immaginare, con dei giri pazzeschi di chitarra che consentiranno anche ai puristi del progressive, di avvicinarsi senza remore a questo assurdo lavoro. Con "Swallow the Earth" preparatevi a scalare una montagna di ben oltre 10 minuti di suoni che esordiscono piano ma che cresceranno febbribilmente nel corso di un brano che ha il pregio di non tirarsi mai indietro e provare ad andare oltre i propri confini, con un arrembaggio folgorante che scomoda e supera anche Cynic e Atheist, i maestri del techno death. Il disco nel frattempo ha imboccato strade che neppure potevo immaginare, prima di immergermi nel suo ascolto, per un fantascientifico lavoro che si candida peraltro a stare in cima alla mia top ten di quest'anno. E proprio se di fantascienza vogliamo parlare, dovreste ascoltare le chitarre aliene di "Dead and Gone" e i numeri da circo che il bravissimo Schrissse combina, un nuovo Steve Vai della musica estrema. Ora capisco perchè l'artista ha impiegato ben sei anni per scrivere questa release, la cui complessità, considerato che da solo fa tutto, raggiunge livelli esagerati. La spettrale "Sarkoma" propone altre variazioni ad un tema che si conferma mai scontato, offrendo una serie di sovrapposizioni vocali entusiasmanti per non parlare del consueto pazzesco lavoro ritmico, in cui si fatica a credere che la batteria sia in realtà una drum machine. Ma il prode Schrissse garantisce che dei musicisti in carne ed ossa si uniranno a lui per scrivere il prossimo lavoro, di cui qualcosa già bolle in pentola. Io nel frattempo vi lascio alle conclusive "The Void", song molto vicina agli ultimi Cynic, in cui da incorniciare è il sound potente del basso e " Gaïane", ultima scheggia di follia di un musicista obbligatoriamente destinato al successo. Ora, tutto dipende da voi... (Francesco Scarci)

martedì 11 novembre 2014

Decapitated - Blood Mantra

#FOR FANS OF: Death Metal
I have been waiting a long time for this album. Unlike a lot of people, I didn't have any problems with 'Carnival is Forever,' even though most people I've talked to don’t really care for that album. And I admit, when I first got it, I gave it a few uninspired listens, then just put it on the shelf and forgot about it. Not quite sure what prompted me to pick it back up a year later and give it another spin, but when I did, I found myself not listening to anything else. Over time it really grew on me, to the point where I prefer it to previous Decapitated albums. So to be perfectly honest, I was hoping for more of the same, and 'Blood Mantra' pretty much does just that. However, it does it far better than I would have expected. This is going to sound like blasphemy, but I think this is now my favorite Decapitated album. Why? Because I see it as the band finally matured and found their feet, their own style. While 'Winds of Creation' (while being the great album that it is) was pretty… how do I say this.. it sounds like it was written by teenagers, which it was. Decapitated are much further into their careers now, and yes, it’s like a completely different band. Gone are the speedy, death metal sections in favor of more rhythm driven guitar playing. That’s not to say that this album doesn't have an abundance of great riffs on it, because it does. It’s just that the style is so different it’s completely silly to even compare the old and new Decapitated. Anyway, onto the what really matters: the music. The album kicks off with “Exiled in Flesh”, before launching into “The Blasphemeous Psalm to the Dummy God Creation”, and I must say, this is exactly what I was wanting to hear. Untraditional guitar work, excellent drumming, and just a rhythmic powerhouse. I was a tad disappointed when Krimh left the band, but new drummer Mlody appears to be doing a damn fine job. The production and sound on this album are worth nothing. It’s pretty similar to 'Carnival is Forever', but meatier, with thicker, angrier guitars. Vocals are nicely laid in the mix, which is a good thing, as I have no problems with Rafal’s style, he fits the music perfectly. Someone like Sauron would just not complement the music well, and as I have said before, that’s all in the past now. The drums and bass are nice and clear, nothing too exceptional or flashy here, they just do their jobs well and serve the songs the way they are meant to be served. The title track is just an absolute monster, it just oozes greatness and class. That opening riff is killer. The verse riffs are killer. The breakdown at 3:56 is killer. The band are in top form and at this point they’re just knocking it out. This is some seriously heavy and addictive song writing. “Nest” sees Vogg taking an even more rhythmic approach to guitar playing here, but not in the Meshuggah sense really, though I could see how some people could find similarities, even though to me the two bands sound nothing alike. What really kicked me in the face was “Instinct”, probably my favorite song on the album. The riffing is just masterfully crafted, and you can tell that a lot of work and care went into this song. Not just the riffs, but in the arrangement as well, which is what truly makes it shine. The breakdown at 3:34 and the section which follows right after is probably one of the best things I have ever heard from Decapitated. “Red Sun” gives you a bit of room to breathe before delivering the final blow in the form of “Moth Defect.” I've heard some people accuse Vogg of abusing the low E string and calling them nu-metal. Either those people have dicks lodged firmly in their ears, or have no idea what they are listening to. Too much chugging? Abusing the low E? May I point you in the direction of “Spheres of Madness”? That’s what I thought. Overall, I was very impressed by this album, and I had set the bar quite high, even though I tried not to so I wouldn't be disappointed with the end result. But disappointed was the last thing I was, as this is a serious slab of just straight up, quality metal. The boys from Poland are on top form, and this is not to be missed. (Yener Ozturk)

(Nuclear Blast - 2014)
Score: 90

http://www.decapitatedband.net/

Moonless - Calling All Demons

#PER CHI AMA: Stoner Doom, Black Sabbath
“The snow is falling from a led grey sky, it’s the season of evil, it is time to die”. Con queste precise parole, scandite con marcato accento nordico, si apre “Mark of the Dead”, il primo brano di questo primo vero e proprio album dei Moonless, quartetto danese dedito al culto di Tony Iommi. Il lavoro in questione, pubblicato nel 2012 da Doomentia, è stato però registrato nel 2010, sull’isola di Samsø, nel retro del museo della Austin, la marca di automobili della Mini, e non solo. Non so perché l’ho dovuto dire, ma per me questa cosa aggiunge un bel po’ di fascino ad un disco che, già di per se, non può non lasciare indifferenti. Tonnellate di Black Sabbath. Questo, essenzialmente, è quello che troverete in 'Calling All Demons'. I quattro sono praticamente riusciti a clonare il suono della chitarra di Iommi, e a ricreare la selvaggia e oscura potenza dei primi lavori dei Sabbath, compresa – cosa per nulla secondaria – la capacità di sfornare brani assolutamente catchy, che si stampano nel cervello senza volersene andare per un bel po’. Le prime tre tracce sembrano estratte dal manuale del perfetto sabbathiano: riffoni lenti, batteria pestona, basso fuzz che procedono compatti e inesorabili fino al canonico cambio di ritmo di metà brano (splendide, a questo proposito, “Mark of the Dead” e “Devil’s Tool”). Molto bella la voce, un potente ibrido tra un John Garcia più roco e Glenn Danzig. La seconda parte del lavoro (che in totale mette in fila 6 brani) si sgancia dagli stilemi pseudo doom per approcciare uno stile più hard-blues, suonato con immutata convinzione e potenza. Gruppo e disco solidissimi, senza fronzoli, ricami e sottigliezze. Così come una vecchi auto, per esempio una Austin degli anni '60, dalla lamiera spessa e zero elettronica in cui non poteva rompersi praticamente nulla. Niente di nuovo sotto il sole, quindi, se non una quarantina di minuti che hanno il pregio di stare in piedi se suonati in sequenza tra 'Masters of Reality' e 'Blues for the Red Sun'. Ditemi voi se è poco. (Mauro Catena)

(Doomentia/Hjernespind Records - 2012)
Voto: 75

https://moonless.bandcamp.com/

Northern Oak - Of Roots and Flesh

#PER CHI AMA: Death/Black Folk, Jethro Tull, Skyclad, Primordial
Mi sono avvicinato ai Northern Oak per molteplici motivi: il primo, perchè il sito della band di Sheffield riporta che la loro musica suona come un ibrido tra Jethro Tull, Pink Floyd ed Emperor, quindi questo ha solleticato non poco la mia attenzione e fantasia. In secondo luogo, devo ammettere che mi ha sedotto enormemente la cover del disco. Poi, quando ho anche ricevuto l'elegantissimo digipack a casa, ho premuto play e 'Of Roots and Flesh' ha esordito nel mio lettore, non posso negare di essere stato ammaliato quasi immediatamente dalla qualità del suono e dalla proposta folk black dei nostri, anche se catalogarla in questo modo sarebbe alquanto riduttivo e ingiusto. "The Dark of Midsummer", la opening track, è guidata da un meraviglioso flauto (a cura di Catie Williams), struggenti melodie, ma anche da un incedere dal fare progressivo che trova il proprio sfogo estremo in saltuarie galoppate epiche e nelle growling vocals, in background, del frontman Martin Collins. Con la seconda "Marston Moor", nel sound dei nostri ecco incontrarsi l'approccio pagano dei Primordial con il folklore degli Skyclad, con i flauti andare a sfidare la poesia dei violini (di cui qui il maestro è Digby Brown), mentre sullo sfondo chitarre vibranti e harsh vocals, completano un quadro tanto epico quanto selvaggio. Eccola, l'ho già individuata la mia traccia preferita ne sono certo. "Gaia", la terza song, affida il suo intro al caldo basso di Richard Allan, che verrà successivamente seguito da tutti gli altri strumenti, ma per cui spenderei una parola in più per il bombastico sound del drumming, preciso e fantasioso, grazie a Paul Whibberley, altro valore aggiunto del combo albionico. La song poi sembra essere maggiormente ancorata a suoni folk rock che agli estremismi del black metal, relegati solo all'ultima parte della traccia. Raffinati, non c'è che dire, anche a livello di porzione solistica, in cui a mettersi in evidenza alla sei corde è questa volta Christopher Mole. Ancora echi dei primi Skyclad si incontrano in "Nerthus", ma sarà un po' la costante dell'album, per cui mi muovo, passando per la strumentale "Isle of Mists", a "Taken", song dal chiaro sapore doomish, in cui in sottofondo sono altri strumenti del folklore celtico (mi pare un hurdy gurdy) a comparire. La ritmica a tratti si rivela pesante e profonda, alternando passaggi rock ad altri death doom, senza dimenticare un ipnotico break centrale, forse l'unico punto di incontro che ho incontrato sin qui con i Pink Floyd. “The Gallows Tree” potrebbe essere ascrivibile a una di quelle musiche utilizzate nelle tradizionali danze celtiche: mi immagino infatti gente ballare attorno al fuoco in mistica allegria. "Bloom" un altro bel pezzo tiratissimo la cui melodia di fondo si stampa nella testa, un brano che trascina per energia e variazioni di tema, e che va a collocarsi al secondo posto delle mie preferenze di questo 'Of Roots and Flesh'. La title track vanta un bellissimo lavoro al basso, un fremito palpitante in grado di regalare, in combutta con le chitarre, profonde emozioni. La conclusiva "Only Our Names Will Remain" (anche se una ghost track si cela nell'ultimo minuto e mezzo) offre gli ultimi scampoli elettro acustici, di un lavoro assai interessante che rischia solo di difettare per l'eccessivo (sebbene caratterizzante) utilizzo del flauto, vero strumento portante dell'album che molto spesso ruba spazio agli altri musicisti, che meriterebbero invece di dar mostra delle loro eccelse qualità. Non conoscevo i Northern Oak e me ne dolgo, ora andrò in esplorazione della loro vasta discografia, voi nel frattempo divertitevi con 'Of Roots and Flesh'. (Francesco Scarci)

(Self - 2014)
Voto: 80

http://www.northernoak.co.uk/

domenica 9 novembre 2014

Vampillia - Some Nightmares Take You Aurora Rainbow Darkness

#PER CHI AMA: Math/Experimental/Ambient
Ritornano i folli giapponesi Vampillia, già recensiti in occasione del precedente lavoro, dal fido Bob e valutati con un 110 cum laude. Abbandonati gli estremismi sonori di quella release, i nostri diminuiscono anche drasticamente il numero di song contenute nell'album ma le novità non si limitano solo a questo. 'Some Nightmare Take You...' infatti propone una nuova veste per la band del Sol Levante. La title track, posta in apertura del disco è infatti una canzone di oltre sette minuti che si muove ondeggiando su un tenue tappeto di chitarre classiche, violini e un finale drone/noise/wave. I nostri non si smentiscono, anche se non è il folle grind mischiato a musica classica a saturare le mie orecchie. Con “Fedor” ritornano a farsi sentire gli strumenti elettrici e quindi mi attendo verosimilmente il delirio. L'inizio infatti è affidato a una batteria schizofrenica, chorus celestiali e fraseggi ambient prima della definitiva esplosione del tipico sound dei Vampillia: schegge impazzite di grind/math su cui si innestano pianoforte, strumenti ad arco, chitarre classiche e frammenti di urla farneticanti, che sottolineano ancora una volta la genialità del combo giapponese, uno che quando c'è da sperimentare non si tira certo indietro. Il sound fiabesco riprende con la terza “The Volcano Song”, in cui ancora sono eteree voci di donzelle unite a violini a dare una parvenza di normalità ad un sound che spinge per liberarsi da quelle catene che lo tengono costretto alla normalità. Qualche riffone infatti ben più pesante cerca di erompere nella quiete ultraterrena che quegli angeli provano a mantenere con i loro soavi vocalizzi, ma questa volta la follia rimane del tutto controllata fatto salvo per un bellissimo assolo conclusivo accompagnato però da mefistofeliche vocals e da un drumming tribale e ossessivo. È forse il suono di una spinetta quello che apre “Silences” song che nei suoi primi 30 secondi mette in scena tutta la teatralità musicale dei Vampillia: musica classica e grind, un binomio perfetto per un risultato fuori dal comune. Il disco prosegue con una serie di pezzi che non superano i due minuti di durata in cui emerge forte l'anima dei nostri. In “Dream” la musica di questi pazzi sembra richiamare le colonne sonore cinematografiche degli anni '50, mentre “Hope” potrebbe rievocare gli anni '60. A chiudere il disco ci pensano le delicate atmosfere di “Kizuna”, l'ennesimo pezzo che stravolge completamente il concetto musicale dei Vampillia, che in nove brani sono stati in grado di dire tutto e il suo contrario. Genialità e follia allo stato puro. (Francesco Scarci)

(Candlelight Records - 2014)
Voto: 80

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