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mercoledì 26 febbraio 2014

Picea Conica - Freesia

#PER CHI AMA: Noise/Sludge, Karma to burn, Eight Bells, Helmet
Cd autoprodotto dal titolo 'Freesia' per i Picea Conica, combo di Forlì che ha una storia tutta particolare, anzi la band è tutta particolare. Due musicisti e un mentore, artefice del songwriting, un'amicizia di lunga data e un album che sa di scommessa vinta. Una chitarra e una batteria, niente altro, otto brani con influenze noise, sludge, post metal e tanta buona volontà. Entrando nei dettagli tecnici vediamo che le idee e la qualità ci sono ma una non sempre un'ottima registrazione rende omaggio alle fatiche del duo. Il sound è omogeneo ed ipnotico ma risente tantissimo della mancanza di un basso che compenserebbe il suono in pesantezza e una voce ottimizzerebbe certi riff di buona fattura. Anticipando il rispetto che proviamo nei confronti della scelta stilistica della band, rimarchiamo che l'idea di suonare in due è carina ma sterile, soprattutto perché lo stile dei due musicisti non punta mai al virtuosismo scenico ma mirano ostinatamente all'insieme, quindi se ne deduce che l'azione di evolversi in una vera e propria band non sia da scartare e potrebbe dare anche ottimi risultati. Pensate ai Karma to Burn senza un basso (cosa improponibile!) e con il suono delle chitarre dei Deftones e la batteria dal suono secco dei primi Korn o degli Helmet e avrete una minima idea del suoni di 'Freesia'. Come detto prima, questo lavoro risulta fatto bene ma buono per metà. Lo vorremmo sentire completato da un basso e una voce e il consiglio è di pensarci veramente, visto che la voglia c'è e il materiale su cui agire è tanto e ben costruito... Quindi, perché non osare di più? E' proprio il caso di dire che tentar non nuoce... (Bob Stoner)

(Self - 2013)
Voto: 65

Woodwall - Woodempire

#PER CHI AMA: Stoner, Post Metal, Orange Goblin, Isis 
Una rivelazione, semplice quanto improvvisa e fulminante. Ecco cosa mi è accaduto quando ho avuto tra le mani questo album marchiato Red Sound Records, che tra l'altro sta pubblicando una serie fortunata di ottime band. I Woodwall sono un quartetto lunigiano relativamente giovane di formazione (2009), ma che sfodera un sound e una composizione che porta subito alla mente gruppi di grosso calibro come Isis e Orange Goblin. Ma le somiglianze si fermano qui perché i Woodwall hanno lavorato molto per creare una proposta molto personale che prende si spunto dallo stoner psichedelico (i synth svolgono un ruolo molto importante in questo 'Woodempire'), ma va oltre fino a toccare il post rock/metal e tornare poi allo sludge. Dopo questa classificazione necessaria per gli amanti delle etichette, possiamo goderci a pieno le sei tracce ed entrare con passo leggero nel magico bosco dei Woodwall. La prima traccia affonda le sue radici tra riff grossi e carichi di bassi all'inverosimile con una sezione ritmica che non lascia respiro. Blues sporco di fuliggine annerisce le nostre mani e cerchiamo una via di fuga che ci riporti alla luce del sole, ma il bosco è troppo fitto e le note dei synth ci chiamano con voce suadente. Abbiamo appena varcato la soglia e i lunghi rami degli alberi ci hanno già avvinghiato, non ci resta che continuare il nostro cammino. "Kind Stuste" è un classico pezzi stoner che prende spunto dai storici Kyuss e Sleep, ma la band riesce bene nell'impresa e punta tutto sul suono. Le tastiere sono quasi sommesse e forse avrebbero potuto osare di più e dare più personalità al pezzo. Dopo questa breve divagazione, riprendiamo il nostro viaggio e grazie a "Walden" possiamo bere la linfa vitale e raggiungere la conoscenza. L'introduzione è maestosa, con sonorità prog direttamente dagli anni settanta che omaggiano i Goblin di Simonetti e ci trascinano in un vortice mistico che fa venire voglia di perdersi e divenire noi stessi parte del magico bosco dei Woodwall. Sono sincero, era da molto tempo che non mi emozionavo così tanto e ho sentito solo la mancanza della versione vinile di questa traccia che potrebbe regalare ancora maggiori emozioni sonore. Riff di basso e batteria potenti, assoli ricchi di delay e pad quasi ambient si uniscono perfettamente per dar voce ad ottimi arrangiamenti e cambi di direzione che non fanno altro che arricchire un brano già speciale di suo. Dopo questi undici minuti ti ritrovi a boccheggiare ed a soffrire subito di una crisi di astinenza che deve essere placata quanto prima. Per fortuna arriva "Holocene/Cambrian" la cui struttura si basa sulla batteria e basso che all'unisono creano una ritmica onirica accompagnata da una voce ricca di effetti e fascino. Synth e chitarra rincarano la dose e chiudono un album che rasenta la perfezione. È presto per dire che è il miglior lavoro dell'anno, ma gli altri gruppi sono avvisati. Il bosco rischia di incantarvi e difficilmente troverete il sentiero che vi riporterà indietro. (Michele Montanari)

(Red Sound Records - 2013)
Voto: 90 

domenica 23 febbraio 2014

A second official compilation will be issued by The Pit of the Damned on July 2014 with a massive content of death and black from the best underground bands around the world.

The Pit of the Damned Vol.2 will be available for download on Bandcamp® with a small offer. Support us to continue our work and to review music!

How to submit your song to "The Pit of the Damned Vol.2" (only death and black music genres):
- n. 1 track in mp3 format 320 kbps. The song has to be free from any contract with labels, please send only your own music.
- n. 1 picture in high resolution of your band logo or line-up (no LP/CD/EP cover or similar).
- Biography of your band in English (1500 characters with spaces maximum).


Please submit your material within 31st May 2014 to: thepitofthedamned@gmail.com

sabato 22 febbraio 2014

Gravity's Drop Out – Tracks for Non-Existent Movies

#PER CHI AMA: Ambient, Elettro, Noise, Seefeel, Cabaret Voltaire, Nitzer Ebb 
La Alrealonmusique è un'etichetta americana che produce artisti sperimentali da tutto il mondo senza confini sonori e aperti ad ogni tipo di percorso purché si celi dietro una forma d'arte di carattere. La scelta sonora di questo cd, dalla squisita grafica Pink Floydiana, è una raccolta di autori che hanno lavorato con l'etichetta in questi anni e ad ognuno è stato detto di cimentarsi in musiche dal forte stile cinematografico creando insieme un'unica colonna sonora e come recita il titolo, solamente inventando brani per film che non esistono. Pas, Margitt Holtz, Herr Penschuck, Ebinger, Nika Son e Thorsten Soltau in duetto con Herr Penschuck riescono nell'impresa impossibile di rendere credibile e ascoltabile un universo sonoro fatto di micro musiche impercettibili, colme di rumoristica d'ambiente e drone music, elettronica minimale e avanguardia, a volte claustrofobica, a volte folle, mai scontata, dal volto intellettuale e ricercata. Una colonna sonora perfetta che potremmo indicare ottimale per un cortometraggio di un giovane David Lynch, con velate intrusioni nei Cabaret Voltaire, Legendary Pink Dots o Nitzer Ebb più onirici e piccoli accenni sul filo della paranoia di scuola mistica e rumoristica dei Death in June (quando non suonano folk apocalittico), Vladislav Delay e tanta elettronica minimale. Suoni silenziosi, intimi ed interiori, alcune gocce degli ultimi Seefeel e tanta delicata devozione verso l'ascoltatore, un modo sacrale di fare musica diversa, musica di spessore, intelligente ed estrema senza infastidire e risultare interessante, determinati e senza inutile clamore. Elettronica sperimentale d'avanguardia di classe! Provatelo! (Bob Stoner)

(Alrealonmusique - 2013)
Voto: 70 

Neuma – Totentanz

#PER CHI AMA: Stoner, Post Metal, We, Nebula, Karma to Burn, 7 Zuma 7
Si chiama 'Totentanz' il primo full length autoprodotto che ci propongono i Neuma, band proveniente da Taranto. Un ottimo esempio di come si possa suonare musica stoner dalla forte connotazione ipnotica e psichedelica, una ricerca sonica del mantra cosmico, un'abilità stilistica evidente, un background devoto al genere e una cura maniacale nella ricreazione del suono in perfetto stile allucinato. Tre le cose da sottolineare. La prima che l'album è delizioso, ricco di suoni e costruzioni da lode, pezzi strumentali che riescono a farsi apprezzare senza rimpiangere alcuna parte cantata, pesanti quando serve ed atmosferici laddove ci vuole. La seconda è che l'artwork di copertina a nostro parere non è proprio indicato, con quell'immagine del macabro banchetto funebre che spinge a pensare ad uno stile pagan/folk metal anziché far presagire un perfetto stile di psichedelia pesante... La terza cosa è, che tanto è bello e quasi perfetto questo disco, tanto cade nel derivativo e nel già sentito e questo lo penalizza molto in termini di originalità. Infatti la musica ricalca fedelmente costruzioni già apprezzate in storiche band, quali Nebula, 7 Zuma 7, We, Karma to Burn o 35007 e seppur lodando il quartetto per la scelta di non seguire le orme dei più gettonati Kyuss ed Orange Goblin, il lavoro ne risente in negativo in fatto di personalità. Intendiamoci, per un amante del genere è una perla rara, pieno di tutte quelle soluzioni sonore che fino ad oggi abbiamo sentito in questo genere. Curato e disinvolto, una vera goduria per i fanatici di questo stile, l'intero lavoro lo si ascolta molto volentieri senza segni di cedimento strutturale. L'arte l'hanno imparata a dovere ed hanno tutte le carte in regola per esplodere, ma rischiano di cadere in quel calderone di omologazione che da qualche anno la musica stoner è divenuta, se non evolveranno in qualcosa di più personale. Un lavoro che a livello stilistico si eleva molto, anche nei confronti di band più blasonate in ambito stoner (vedi Vista Chino!?!), se ci si spingesse un po' più in là forse un giorno potremmo anche gridare al miracolo! Lo stoner è risorto! Sicuramente da ascoltare. (Bob Stoner)

(Self -2013)
Voto: 70

Microtonner - Navigation

#PER CHI AMA: Post Rock Strumentale
Non sono dei novellini gli austriaci Microtonner, dato che stanno per compiere il loro diciassettesimo compleanno, e con questo quarto album portano a compimento un “ritorno alle radici”, dopo una parziale virata verso lidi industrial ed elettronici. Da poco, infatti, Martin Baumann (chitarra) e Paul Proll (basso), hanno ri-accolto in organico un batterista stabile (Chris Hubmann), che gli ha consentito di cimentarsi nuovamente con il loro primo amore, ovvero un post-rock strumentale caratterizzato da un suono molto solido, direi quasi granitico. 'Navigation' è quasi un concept album, un viaggio in musica, un racconto di viaggio, un racconto di vita. Ciò che colpisce, fin dai primi istanti della traccia d’apertura “Departure”, è questa sensazione di straordinaria concretezza e fisicità che i tre riescono ad infondere nelle loro trame, che riescono a risultare interessanti e mai banali, a dispetto di una tavolozza espressiva solo all’apparenza limitata. Il mare nero e increspato della copertina viene più volte evocato nel corso di queste nove tracce, dalle inquietudini di “Exploration”, fino alla potenza espressa senza freni in “Dark Surface” (inclusa anche nella prima compilation del Pozzo dei Dannati) dove tra feedback, percussioni marziali e muri chitarristici, pare di udire anche il canto di una sirena in lontananza. Vanno dritti al punto, i Microtonner, senza inutili orpelli la loro musica si dispiega con sorprendente immediatezza e una potenza sempre funzionale al brano, e mai usata per mascherare lacune compositive. Si fanno ben volere, questi austriaci, come quei mediani non particolarmente dotati dell’estro del genio che però corrono dietro agli avversari, recuperano la palla e fanno ripartire l’azione, e poi corrono verso la porta, credendo anche ai lanci in cui nessuno crede. Per tutti i 90 (40, in questo caso) minuti. Senza cedimenti. (Mauro Catena) 

(Self - 2013)
Voto: 70

martedì 18 febbraio 2014

Ekove Efrits - Nowhere

#PER CHI AMA: Suoni sperimentali, Dark, Trip Hop
Ben ritrovato caro Count De Efrit, talentuoso musicista iraniano, che da sempre offri una forma di musica intimistica, per cui se mi consenti, abbandonerei definitivamente l'appellativo di black metal. Con questo nuovo 'Nowhere', il tuo quarto full lenght, persegui la tua opera di ricerca di un suono unico ed onirico, che prosegue sulla falsa riga del precedente 'Conceptual Horizon', ma esasperandone i contenuti e toni che si pongono al di fuori dell'ambito metal. "Public Theatre" dimostra la tua spiccata personalità palesemente e l'eccezionale dote con cui fai coesistere sonorità accessibili ad un pubblico tipicamente non metal con altri adatti agli amanti della scena estrema. La tua voce oscura e malvagia ancora fa breccia tra le note di questo lavoro, mentre la brava Megan Tassaker e i suoi suadenti vocalizzi, ti aiutano a muoverti fra il trip hop e la dark music in "Parallel Presence"; poco importa se alla fine ci piazzi una bella cavalcata black. Un breve intermezzo musicale e le tue clean vocals emergono nel contesto elettronico di "One Truth, One Confession", dove riesumi, anche se per pochi secondi, una linea chitarristica quasi tipicamente black. Poi sono l'EBM, il gothic e la dance a venirti in aiuto, proponendo un sound che si diversifica in mille sfacettature diverse, abbracciando anche i temi da colonna sonora. Persisti con la produzione lo-fi, chissà cosa salterebbe fuori in caso di produzione cristallina? Un tump-tump-tump apre "Infinitesimal", cyber song che potrebbe piacere a chi segue Massive Attack, Portishead o Sigur Ros, e in cui riemerge la sensualità vocale di Megan, che alla fine assurge a ruolo di indiscussa protagonista. Ma cosa in realtà ti fa soffrire Count De Efrit, se tutta questa malinconia permea le tue canzoni? Sofferenza, disagio, tristezza e disperazione, sono infatti le componenti principali su cui si fonde il sound della tua band. "Metamorphosis" è un brano il cui incipit mi ha evocato l'inizio di una song che ho recentemente ascoltato in India: song criptica, sperimentale, decisamente ambient che pone fuori dagli schemi la proposta musica degli Ekove Efrits. Tiepidi suoni pop rock si ergono nell'iniziale parte di "Sword and Wound", ma non temo di venire deluso dalla tua inusuale proposta, tutto è messo nel posto giusto e la sfuriata black che ci attacchi in seguito è perfetta a smorzare la fluidità devastante di un sound che talvolta sembra imboccare una strada pericolosa. Non posso dire altro che complimentarmi ancora con te Count De Efrit, che fai della sperimentazione il tuo credo. Cosa dovrò attendermi ora per la prossima release? Non vedo l'ora di scoprire come evolverà il suono della tua band in futuro. A presto. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2013)
Voto: 85

http://www.ekove-efrits.com/

domenica 16 febbraio 2014

Primo Vespere - Daylight Fading

#PER CHI AMA: Death/Black Progressive, Kalmah, Cradle of Filth, Angizia
Signore e signori si alzi il sipario, è arrivato il momento dei Primo Vespere e del loro metal estremo dalle venature sinfoniche. Il 6-piece di Venezia giunge al traguardo del primo full lenght, dopo un EP datato 2012, grazie al supporto della Moonlight Records, sfoderando una prova convincente che si palesa sin dalla prima traccia, "Black Sun". Si tratta di una heavy song dotata di una semplice struttura lineare su cui si innestano poi una serie di arrangiamenti che, partendo da una solida base di musica classica, spaziano poi dal black vampiresco al death melodico di scuola finlandese. Vorrei subito sottolineare la preparazione strumentale dei nostri, musicisti dotati di indubbio bagaglio tecnico, nonchè di un pomposo gusto melodico, che si esplicherà nella performance globale di 'Daylight Fading'. "You Gave me Life" inizia come i primi Cradle of Filth erano soliti fare, con un bell'intro dai sanguinei rintocchi gotici, prima che irrompa un riffing nervoso su cui si stagliano le vocals di Davide Lazzarini, che coadiuvato dal tastierista Marco Pedrali, danno luogo ad una sequelae di growling, scream e vocals recitate. L'atmosfera che si respira ha un che di barocco, ma è merito del massivo uso di keyboards che costituiscono la matrice tissutale del sound dei Primo Vespere. Forse i nostri in taluni frangenti hanno la tendenza a strafare, ma i ragazzi sono giovani e hanno tutto il tempo per correggere il tiro, smussando il loro desiderio innato di stupire l'ascoltatore con orpelli di ogni tipo. Ciò non è un male sia chiaro, ma talvolta la necessità di offrire più suoni ad effetto nello stesso momento, rischia di deviare enormemente l'attenzione di chi ascolta: ne è una dimostrazione "Rejected God", song strutturata, ricchi di cambi di tempo, ma che vede anche la coesistenza di mille generi musicali lungo i suoi sette minuti, centrifugandoci il cervello con death, jazz, rock, fusion, black e musica classica (chi ha citato gli Angizia?). Disorientato, ecco come mi sento. Fortunatamente attacca "Unfatithful Soul", song dall'istinto rock, un po' più lineare delle altre, che vanta una splendida sezione solistica, con la ritmica che segue i dettami del death melodico finnico di Kalmah e Children of Bodom. "Vespero" è un bell'intermezzo semi-acustico che ci mette in pace col mondo, uno spartiacque con la seconda parte del disco che apre con "Riflesso di Morte", in cui l'act di Venezia concede alla lingua italiana l'onore di raccontare le storie macabre e di terrore, cantate dal buon Davide e che ancora una volta mette in mostra le doti eccelse di Marco alle keys. Keys che a braccetto col basso, aprono "Trough the Graves", brano dal piglio rockeggiante che vanta un bell'organo di sottofondo e delle vocals nella loro veste pulita, mentre le chitarre rischiano di venire seppellite da una produzione non proprio cristallina. Con "The Darkest One" sono reminiscenze 70's ad emergere che vanno a collidere con le sonorità più estreme della band veneta. Interessante il roboante incedere di "A Modern Man a Modern Beast" con una effettistica che esplode in cuffia e che ricattura la mia attenzione che stava lentamente scemando. Chiude il disco "Sotto l'Albero Caduto", altra apparizione della lingua italiana che rende giustizia alla buona riuscita di questo pretenzioso lavoro e vede i Primo Vespere offrire ottimi spunti con la loro musica, vera fusione di stili. 'Daylight Fading' pecca ancora un po' in termini di ingenuità, ma come dicevo ci sono ampi margini di miglioramento, facendomi propendere per questo motivo, e per il bene di questi giovani ragazzi, a mezzo punto in meno nel mio score finale. (Francesco Scarci)

(Moonlight Records - 2013)
Voto: 70

http://www.facebook.com/pages/Primo-Vespere

sabato 15 febbraio 2014

Ioseb – The Ghost of Thirtythree – Agartha – Remixed; The Ghost of Thirtythree



#PER CHI AMA: Post rock, Alternative, Sigur Ros, Mogwai, Radiohead
Mentre guardo il cielo minaccioso fuori casa mia e mi preparo ad affrontare la famigerata “big snow” prevista da tutti gli esperti meteo, non potrei trovare miglior colonna sonora dell’opera omnia di questo combo svedese, scoperto di recente (benchè il loro debutto sia datato 2009) con il loro secondo album, 'Agartha', e al quale mi sembra doveroso dedicare una piccola, ma spero esaustiva, monografia. È musica evocativa, quella dei quattro di Nyköping. Di coltri bianche che tutto inghiottono, di nebbie solide, cieli candidi e nuvole veloci. È del 2009 il loro primo, sorprendente demo, che viene poi di fatto ripubblicato come 'The Ghost of Thirtythree'. Un disco che, al di là di qualche (poche, per la verità) ingenuità e nonostante un suono non proprio scintillante, mette in fila una decina di composizioni emozionanti, che cambiano ed evolvono solenni come i cieli del nord. Ancora indecisi su cosa diventare da grandi, se i Sigur Ros o i Mogwai, gli Ioseb si destreggiano da par loro tra chitarre stratificate, batterie quasi marziali e pianoforti dilatati, realizzando brani in un delicato crescendo dal respiro quasi sinfonico, sui quali una voce sottile si adagia come la neve appena caduta. I brani sono spesso lunghi, a volte oltre i dieci minuti, ora più rarefatti come la pastorale “C/o Night”, ora più enfatici e “grattuggiati” come “The Sea et Al” con i suoi muri chitarristici eretti all’improvviso. L’impressione è quella di avere tra le mani un diamante grezzo in grado di determinare una sintesi tra i Radiohead ed una via nordica al post-rock. Passano quattro anni perché il seguito, 'Agartha', veda la luce. E l’impressione è che siano stati anni di lavoro duro e consapevole di sottrazione, asciugatura, certosina cura. E così, degli Ioseb del debutto, 'Agartha' finisce per essere quasi un distillato: sei brani, nessuno dei quali supera di molto i 5 minuti, per nemmeno mezz’ora di durata totale. Il suono è ora curatissimo, quasi cristallino, l’inglese è stato abbandonato a favore della lingua madre, i brani sono spogliati di tutti gli orpelli e ogni lungaggine è bandita. Tutto, da “Det Röda Tornet”, strumentale d’apertura, alla coda di “O Swedenborara! O Rosencreutzare!”, riscaldata da chitarre acustiche ed ottoni, appare perfettamente centrato nel posto esatto in cui dovrebbe essere. Le barricate chitarristiche vengono ridotte al minimo e controllate da una ritmica nervosa, come una tensione che corre sottopelle senza mai esplodere, e si toccano vette di poesia quasi commovente nella stupenda “Det Femte Inseglet”, come un notturno di Chopin che si avviluppa in spirali rock sferzate da venti gelidi e bufere di neve, mentre una dolcissima melodia sembra voler indicare la strada verso casa. Se con 'The Ghost of Thirtythree' hanno raccontato l’inverno del grande nord, con 'Agartha' gli Ioseb fanno una cosa molto più difficile: ovvero cristallizzare il momento dell’inizio del disgelo, l’istante esatto in cui dal ghiaccio si forma la prima goccia d’acqua. Sarebbe da archiviare come poco di più di una curiosità 'Remixed; The Ghost of Thirtythree', uscito sul finire dello scorso anno solo in formato digitale, se non fosse che, a fianco a 6 diversi remix di un paio di brani del primo album in versione elettronica più o meno algida e rarefatta, si trova anche l’inedita “It’s Allright”, brano fortemente elettronico e quasi danzereccio. Semplice divertissement o possibile indizio di una direzione futura? Nota post-recensione: la “big snow” alla fine si è rivelata una solenne, piovosa bufala. Non così, per fortuna, la musica degli Ioseb, in grado di imbiancare qualsiasi paesaggio nel tempo di una manciata di giri di lancette. Consigliatissimi. (Mauro Catena)

(The Ghost of Thirtythree: 75 - Ippolit - 2009)
(Agartha: 80 - Ippolit 2013)
(Remixed; The Ghost of Thirtythree: 60 - Digital release - 2013)

http://ioseb.net/

Shallow Rivers - Nihil Euphoria

#PER CHI AMA: Death Doom Melodico, Swallow The Sun,
Altro debutto in casa Solitude Production/BadMoodMan, il disco in questione, opera prima dei russi (un duo, peraltro) Shallow Rivers. Non serve spendere molte parole per dare una bella inquadrata al lavoro: melodic death-doom quadrato, preciso, ben cadenzato, aggressivo… ecco, si aggressivo, e meno male! Non aspettatevi un lavoro rivoluzionario perché, ormai è risaputo, il genere trattato dai Nostri è quasi l’esatto opposto dell’innovazione e della sperimentazione, ma accogliete a braccia aperte un lavoro ispirato e ben prodotto, che merita di stare nelle vostre scaffalature musicali tranquillamente tra Swallow The Sun, Daylight Dies (quelli degli esordi, per lo meno) e una certa scuola scandinava. I due ragazzi si dividono tutta la strumentazione, ma per quanto riguarda chi scrive il miglior strumento musicale dell’intero album è la voce cavernosa del bravo vocalist, un growl catarroso al punto giusto e pesante, ma anche capace di inserti melodici ad hoc (per esempio in “Down the River to Vortex”, pezzo di ottima fattura che fa scivolare la durata non da poco, senza intoppi e punti morti). Per il resto, il lavoro di intreccio delle varie trame è svolto in maniera più che dignitosa, con una solida impalcatura a sorreggere il tutto. Unico appunto personale riguarda l’utilizzo delle tastiere, dove forse la scelta delle sonorità avrebbe meritato un minimo di attenzione in più, giusto per togliere quel lieve alone di “già sentito” e “banale”, e dare all’intero disco un’ulteriore nota di personalità aggiunta. Segnalo anche l’intro e “The Weeping Lotus Dance”, dove un riff azzeccatissimo vi resterà in testa già dal primo ascolto. Concludo qui rimarcando il fatto che siamo di fronte ad un esordio e pertanto, anche se gli otto pezzi si susseguono senza drastici cambi di atteggiamento, è d’obbligo segnalare alcune prolissità di troppo qua e la, ma nulla di grave o irrimediabile; in ogni caso gioiamo e attendiamo fiduciosi il prossimo lavoro, perché la strada è spianata e il talento non manca. (Filippo Zanotti)

(BadMoonMan Music - 2013)
Voto: 75

http://shallowrivers.bandcamp.com/

Fortid – Voluspà part III Fall of the Ages

BACK IN TIME:

#PER CHI AMA: Black Viking, Borknagar, Tyr, Enslaved
Fortid è una band islandese accasatasi in Svezia e dedita ad un sound decisamente vichingo figlio della musica di Bathory, Tyr e Borknagar con una spiccata attitudine al black metal dei primi Enslaved. Guidati dal vocalist Einar “Eldur” Thorberg, ex Thule e Potentiam, i nostri ci porgono questo lavoro del 2009 uscito per la Schwarzdorn Production e terza parte di un triplo concept sulla saga del 'Völuspá' (La profezia della veggente) che è il primo e più famoso poema dell'Edda poetica. La saga vichinga sulla storia della creazione del mondo e la sua futura fine narrata da una veggente che parla ad Odino del declino e della rinascita del mondo degli dei, il Ragnarok. La musica dei Fortid mette radici in tutte le direzioni prese dal genere oscuro, dal black d'avanguardia a quello sinfonico, dal più atmosferico e melodico della stupenda "New Dawn", che supera ogni aspettativa e suona come un capolavoro (la mia preferita) dove la voce pulita di Eldur spopola per maestosità e intensità fino alle velocissime cavalcate epiche ed i mid tempo di "Heltekinn", la malinconia di "The Future" dove la capacità espressiva della band trova un altro apice che ricorda l'infinita tristezza degli In the Woods e dei 3rd and the Mortals in una forma esasperata e devastante, senza dimenticare la buia psichedelia di Wolves in the Throne Room e la sperimentazione dei Sòlstafir. Maestosi e astratti come nell'iniziale "Ancient Halls", moderni nella concezione e nella sonorità come in "Ragnarok Army from the East", intelligenti e potenti, sognanti ed epici come in "Equilibrium Reclaimed", guerrieri e bardi... Un album di tutto rispetto per una band veramente completa. Un piccolo gioiello! (Bob Stoner)

(Schwarzdorn Production - 2010)
Voto: 80

http://www.facebook.com/fortid

Atlantis - Omens

#PER CHI AMA: Post Rock, Isis, Cult of Luna
A volte mi chiedo come mai tante fantastiche band straniere passino totalmente inosservate nel nostro paese. Non credo sia una carenza di interesse da parte dei fan italiani, quanto piuttosto una sorta di isolamento culturale/musicale in cui viviamo, che ci costringe semmai a godere di quelle schifezze che passano le radio locali. Io che di natura sono invece assai curioso, compio ormai quotidianamente una ricerca mirata a trovare l'album perfetto; oggi mi sono imbattuto in questi Atlantis, ome man band dei Paesi Bassi. Le coordinate stilistiche sulle quali si muove Gilson Heitinga, sono quelle del post rock strumentale, sporcato di infuenze più metalliche, ma sorprendentemente anche elettroniche. E cosi il bel digipack che ho fra le mani (peccato non abbia solo dei colori più vivaci nella cover) offre sei splendidi esempi di musica emozionale, pregna di malinconia (e le linee chitarristiche e di tromba, in "Raptor", ne sono testimoni) e portatrice di nubi cariche di pioggia. Perfetto direi, per questo periodo storico in cui il sole l'avremo visto si e no in un qualche servizio turistico alla tv. Comunque per 4 dei 6 brani contenuti in 'Omens', preparatevi ad affrontare lunghe cavalcate in cui, a forse fin troppo ridondanti giri di chitarra (vera pecca dell'album), si sovrappongono intermezzi ambient e appunto elettronici. I chitarroni melodici di "And She Drops the 7th Veil" sono belli pieni, in stile Isis, mentre le atmosfere rarefatte e a tratti psichedeliche che si materializzano qua e là, mostrano un che dei Cult of Luna. I momenti migliori rimangono quelli delle fughe nell'elettronica, che conferiscono al lavoro del mastermind olandese, quel pizzico di originalità che li distingue dalla massa. Se poi nella stessa song fa la comparsa anche la voce di Sanne Mus, non posso che gridare al miracolo, io che tanto mal digerisco i lavori completamente deprivati delle vocals. Una vena drone compare nella breve "The Path Into", mentre l'inizio ipnotico basso/batteria di "Widowmaker" mi carica come una molla, eccitando le mie cellule neuronali con suoni lugubri, maledetti e impreziositi da campionamenti vocali di fanciulle impaurite. Con la conclusiva e doomish "Omen" ci lanciamo a tutta velocità in un tunnel con le orecchie che rischiano quasi di scoppiare, ma non c'è da temere perchè chitarre, drumming e i sensuali vocalizzi di Sanne, ristabiliranno ben presto l'ordine delle cose. Intrisi di emozione. (Francesco Scarci)

(Burning World Records - 2013)
Voto: 75

http://www.facebook.com/atlantisrocks

giovedì 13 febbraio 2014

I Shalt Become - Louisiana Voodoo

#PER CHI AMA: Black Ambient, Burzum, Xasthur
La musica degli I Shalt Become potrebbe essere la perfetta colonna sonora de "Il Pozzo dei Dannati". Le sonorità del duo dell'Illinois infatti, che con questo album giunge alla sesta fatica, incarna perfettamente quanto di dannato ci sia nel nome del nostro sito. La musica dell'ormaai ex one man band statunitense, torna ad offrire il proprio delirante e quanto mai inquietante sound, che partendo da una base prettamente di musica classica, offre poi tutta una serie di sonorità spettrali e dall'aura malsana, che solo nelle screaming vocals trova il suo punto di contatto col black. Fatto sta che il sottoscritto ha già un brivido che corre lungo la schiena. "Strangers" e "Total Perspective Vortex" sono i primi due splendidi capitoli di 'Louisiana Voodoo', in cui il signor Holliman ci riconsegna tutto l'armamentario tipico degli I Shalt Become. Parlavo di musica classica all'inizio, e il tessuto musicale su cui si imbastisce tutta l'opera, sono appunto quei famigerati e raggelanti tocchi di pianoforte, su cui poi si innestano le oscure vocals, i melodici giri di chitarra al limite del depressive e le lisergiche atmosfere. La title track è una song tenebrosa, costruita sullo stesso ossessivo giro di chitarra/tastiere per un effetto finale al limite del drone/doom. "Drowning" è più vicina all'ambient/noise che al black, non fosse altro per le abrasive e zanzarose chitarre poste in sottofondo e qualche ululato lontano del frontman americano. "Rain" è una delicata ninna nanna dal forte influsso suicidal-depressive, un infuso mortale di droghe catalettiche. Con "Riot" invece si ritorna ad una sorta di pomposo metal orchestrale che fonde un po' tutti gli insegnamenti derivanti dalla prima ondata black ambient (Burzum e Xasthur su tutti) che ci fa perdere nuovamente in loop ipnotici di catatoniche ritmiche. Pur non essendo il top della tecnica o non offrendo nulla di cosi dinamico e adrenalinico, a me 'Louisiana Voodoo' piace parecchio, perchè mi permette di apprezzare una forma di black metal molto accessibile e rilassante, cosi come solo gli australiani Germ sono riusciti ultimamente a fare. A chiudere il disco ci pensano gli abissali 19 minuti di "The Rats in the Walls", soffuso esperimento di black dalle venature elettro-industriali, con vocals gracchianti, che mimano vagamente quelle di Attila Csihar, e sprazzi di musica al limite del tribale. Ottimo comeback discografico, dopo tre anni di silenzio. (Francesco Scarci)

(Inspired Hate Records - 2013)
Voto: 75

https://www.facebook.com/IShaltBecome

Elimi – The Seed

#PER CHI AMA: Black, Pest, Tsjuder, Krypt
Alla terza release dalla sua nascita, il duo svedese ci offre un EP contenente due lunghi e complicati brani che riempiono il cd per più di ventidue minuti. Uscito per la Obscure Abhorrence Productions, 'The Seed' non smentisce gli intenti della band e dell'etichetta, proponendoci una band battagliera, diabolica e nera al punto giusto. Gli Elimi appunto, act che non si sposta significativamente dai canoni del genere e che figlia di una registrazione e produzione molto cruda, realistica e grezza, ci offre queste due tracce lunghe e abbastanza interessanti con evoluzioni inaspettate, tribali, acustiche e sperimentali in senso psichedelico come la parte centrale di "King of the Red Desert". Per il resto l'EP si snoda in un contorto e a volte non sempre logico black metal melodico di matrice svedese, ruvido e aggressivo con una voce ben impostata tra growl e screaming e con un suono di batteria da migliorare molto; ma è in generale un sound bisognoso di una qualità più alta per poter essere apprezzato al cento per cento. Due scorrevoli song tutto sommato convincenti, che mostrano una band dalle buone capacità che però deve ancora trovare un suo assetto finale. Le idee sono valide ma potrebbero essere sviluppate al meglio in un futuro vicinissimo e l'ausilio di una produzione di dovere, potrebbe avvalorarne la proposta musicale. Vedremo cosa ci riserverà questo duo per il futuro, rimaniamo in attesa... (Bob Stoner)

(Obscure Abhorrence Productions - 2011)
Voto: 65

https://www.facebook.com/elimi.sweden

Phobonoid - Orbita

#PER CHI AMA: Black Industrial, Blut Aus Nord, Darkspace
Quando si parla di spazio, pianeti o galassie, non c'è niente da fare, io ne rimango affascinato e rapito. I Phobonoid esplorano, attraverso questo EP di sette pezzi, un concept incentrato sulla fine della civiltà su Marte, di cui ne è testimone Phobos, il narratore e guarda caso anche il nome di una delle sue due lune. 'Orbita' è cosi una breve storia, raccontata dal mastermind e polistrumentista che si cela dietro al monicker Phobonoid, che inizia il tutto proprio con la song "Phobos", in cui è il forte vento che spazza la superficie del "Pianeta Rosso", ad emergere nei suoi primi minuti, poco prima che irrompa una voce aliena e una drum machine non di questo mondo. La batteria sintetica attacca con la sua violenta percussione con "Ex", ponendosi su un tappeto di serrate ritmiche black cibernetico industriali, interrotte solamente da un breve intermezzo ambient. I vocalizzi del frontman, pur posti decisamente in secondo piano, si riveleranno assai efficaci. Tutte le song sono piuttosto brevi e la terza "Vuoto" è un'altra scheggia di sonorità oscure, fascinose e ipnotiche di un vorticoso black sci-fi frammentato di partiture industrial e intermezzi dall'apocalittico flavour. I nomi a cui accostare la proposta del combo italico sono un paio e aggiungerei di elevato spessore: Blut Aus Nord in primis e Darkspace in seconda battuta, che potrebbero servirvi come indizio per intuire maggiormente la soffocante proposta dei Phobonoid. "Lo Spettro di Deimos" (Deimos fratello di Phobos e seconda luna di Marte) è un omaggio al drone, mentre "Omega" rappresenta una raffica di asteroidi e meteoriti che si schiantano sul quel pianeta che sentiamo cosi affine al nostro. Il sound è sempre più glaciale e le voci, quasi demoniache, ben si amalgamano con l'impasto sonoro creato dalla band. Con terrore ci dirigiamo verso la conclusione del breve EP (solo 20 minuti): "Magnete" è un breve intermezzo che apre all'energica "Deimos". Melodica, malinconica, rarefatta e nevrotica, è la perfetta conclusione di un lavoro che per me è solo un antipasto di qualcosa di grosso che spero arrivi quanto prima. Aguzzate le orecchie, i Phobonoid sono un'altra band da tenere sotto controllo. (Francesco Scarci)

A Million Dead Birds Laughing - Bloom

#PER CHI AMA: Grind Death sperimentale, Anaal Nathrakh
La mia vena sperimentalistica mi sta portando giorno dopo giorno a provare cose fuori dall'ordinario. Non che gli A Million Dead Birds Laughing non li conoscessi, ma stavo bramando il ritorno della band australiana, da quando recensii il precedente 'Xen'. Eccomi quindi accontentato. Arriva 'Bloom' ad annichilire il mio lettore cd e la mia testa, con la consueta abbondante offerta di song dalla breve durata ma dai densi contenuti. La proposta dei quattro folgorati ragazzi di Melbourne non sposta più di tanto il tiro rispetto al passato, continuando a triturarci le membra con scheggie di delirante grind death: “Rashômon” e “Defaced” mi mettono ko con spaventosa facilità e velocità, avendo i nostri di fatto abbandonato quelle influenze avantgarde che in passato ne mitigavano l'eccessiva irruenza. Niente paura però, chi è avezzo a questi suoni non farà certo fatica ad affrontare 'Bloom' e i suoi continui uno/due assassini. La lunga “Maboroshi” (3 minuti) prova ad offrire tutta una serie di variazioni ubriacanti al tema: cambi di tempo, stop'n go, momenti acustici e belle linee melodiche alla fine la designano come la mia preferita. La band ci lavora ai fianchi con la consapevolezza che prima o poi cederemo; guai quindi abbassare la guardia, perchè è già pronta la seconda sfornata di song tritura ossa che da “Warlord” a “Bushidou” martella che è un piacere ogni singolo neurone contenuto nel mio residuato bellico di cervello e chissà se ne avrò poi ancora al termine dell'ascolto di questo disco. Rabbiosi, ultra tecnici, possenti, digrignanti e imprevedibili: gli AMDBL ci concedono una sosta all'autogrill con “Praxis”, giusto il tempo di rifiatare un attimo e ributtarsi a capofitto nella bolgia finale delle lunghissime tracce “Bloom” ed “Equilibrium”, rispettivamente di 5 e 6 minuti, un minutaggio che credevo impossibile per il four-piece oceanico. Apparentemente la band tira il freno a mano con la title track, un pezzo che va decisamente fuori dagli schemi poichè sembra essere la preghiera di un induista. La roboante chiusura è probabilmente la song più lineare creata dai nostri, almeno in apparenza, prima del finale in cui il growling isterico e caustico di DL si alterna a quello di due ospiti: Aaron Grice (dei deathsters Hadal Maw) e James Turfrey (ex-The Mung). Bel ritorno per i fenomenali AMDBL, anche se mi spiace un po' si sia persa quella vena avanguardistica che contraddistingueva 'Xen'. Un peccato veniale che si può tranquillamente perdonare. (Francesco Scarci)

(Self – 2013)
Voto: 75

https://www.facebook.com/amdbl

martedì 11 febbraio 2014

Breathe Your Last – Fifth

#PER CHI AMA: HC italiano, RFT, At the Drive in, Congegno, Contrasto
La giovane band vicentina alla prima uscita autoprodotta sforna un EP carico di energia, pregno di vigore HC e di rasoiate punk melodiche e moderne, molto vicine alla scena hardcore alternativa e anarcopunk, della penisola tricolore. Niente di nuovo sotto il profilo stilistico ma i brani sono tutti validi, magari poco differenti tra loro ma belli, tirati, intensi e potenti. In risalto soprattutto la voce del vocalist Matteo Giacomuzzo che assieme ai testi assai ricercati (e questo gli fa un grande onore in un epoca dove il punk italiano si lascia andare sempre più verso il demenziale o il testo idiota), cantati tutti in italiano tranne che "On These Days", l'unico brano in lingua inglese. A dir la verità i brani in italiano risultano più incisivi e rendono molto l'idea dell'urgenza creativa dei nostri, del rimorso e della reattività, della volontà di non soccombere in mezzo a tutto quello che di grigio ci circonda. Forse vi sembreranno meno pesanti dei milanesi RFT, più orecchiabili dei Contrasto o dei Congegno e dal suono modernista come lo stile de Gli Altri, con un pizzico di At the Drive In nelle liriche e nei cori, ma i Breathe Your Last svolgono il loro compito egregiamente nonostante questo EP sia troppo corto per soddisfare la nostra voglia di ascoltare il grido della loro rabbia. La speranza che band come questa diventino un esempio per il genere post core/punk/HC italiano dei prossimi anni è tanta, per poter ricordare ai teenagers che si può coniugare il verbo punk con intelligenti testi di costruttiva rabbia esistenziale, e che punk e HC non sono solo e sempre sinonimo di autodistruzione e nichilismo fine a se stesso (chi di voi ricorda i KINA?). Gran bel debutto! (Bob Stoner)