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sabato 29 settembre 2012

Meniscus - War of Currents

#PER CHI AMA: Post Rock/Progressive, Explosions in the Sky
È tempo di rilassarsi, non posso certo martoriare costantemente le mie orecchie con brutal death o black satanico. Ecco perché ho preso il nuovo disco degli australiani Meniscus e l’ho infilato nel mio lettore, consapevole di quello che avrei trovato, avendo da poco recensito positivamente anche il loro debut EP. Partendo da un ottimo digipack, sotto un profilo prettamente estetico, con una cover cd che richiama quella cascata di lettere e numeri che compariva nel film “Matrix”, su uno sfondo bianco questa volta, la musica dei nostri aussie boys torna a percorrere il filone del post rock, cosi come era stato per il loro precedente lavoro, perdendo tuttavia un pizzico di smalto che tanto mi aveva ben impressionato in “Absence of I”. Mentre le prime due songs, “Room3327” e “130” ripercorrono quanto proposto in precedenza, “Immersion” si rivela molto più pacata, stentando proprio a decollare e trascinandosi pesantemente nell’oblio della noia. Chiaro, la band australiana non è diventata scarsa tutto di un colpo, sembra semplicemente essersi un attimo smarrita, alla ricerca di una visione ancora più intimista della propria musica, ed in tal caso devi essere un fenomeno e non aver paura di rischiare di perdere la faccia, altrimenti il rischio di fare una figuraccia è là dietro l’angolo. Beh per i Meniscus voglio essere chiaro: un passo indietro è stato fatto, e questo mi dispiace, ma sono certo che comunque anche voi avrete modo di perdonare questa defiance, anche perché nei 38 minuti di “War of Currents”, tutti gli elementi classici del genere sono comunque riscontrabili. Partendo dicevamo da un post rock strumentale, il trio cerca di sviluppare il proprio sound lanciandosi in divagazioni space rock progressive che ne esaltano la performance, nella più sperimentale delle tracce, “Fight Club”, in cui fa la sua comparsa in modo importante anche l’elettronica e finalmente un riff di chitarra dotato di un certo mood melanconico. Torno a ribadire la necessità di avere un vocalist, che possa aggiungere un quid in quei momenti che rischiano di intorpidire anche l’ascoltatore più attento. L’abilità della band non si discute, rimango perplesso su alcune scelte ridondanti che sono state fatte in sede di stesura dei pezzi. Meglio rendere più scorrevoli i pezzi, piuttosto che ripetere alcuni giri all’infinito in un loop, ahimè non ipnotico, semmai alquanto tedioso. Comunque i Meniscus rimangono eccellenti esponenti di un post rock, che sta vivendo in questo momento un boom, che non avevo di certo pronosticato. Da rivedere o meglio risentire… (Francesco Scarci)

(The Bird’s Robe Records)
Voto: 70

giovedì 27 settembre 2012

Abske Fides - Abske Fides

#PER CHI AMA: Doom/Post/Avantgarde
Devo ammettere di essermi avvicinato con una certa titubanza a questo lavoro, in quanto le ultime uscite in casa Solitude, non mi avevano granché convinto, a causa di un eccessivo crescere di un movimento, quello doom, che se continuerà ad essere sfruttato in modo cosi massiccio, rischierà di veder ben presto la sua fine. Tuttavia, il debut album di questi brasiliani dal nome astruso, non fa che impressionarmi positivamente e vederli affiancare ai connazionali Helllight, come compagni di etichetta. Qui, non siamo di fronte ad una proposta tipicamente funeral doom, ma la musica del combo di San Paolo, colpisce piuttosto per la sua componente avanguardistica, che ben si fonde con quella death doom. Quel che è certo è, che anche qui si viaggia su durate piuttosto lunghe dei brani, con “The Consequence of the Other” che risulta essere una song ostica, difficile da delineare al primo ascolto, perché pur viaggiando su coordinate stilisticamente vicine al doom, trova il modo di impreziosire la propria proposte con inserimenti estemporanei di female vocals. La seconda “Won’t You Come?” si fa ricordare per un riffing di chitarra ipnotico e melodico, che immediatamente si stampa nel cervello e per uno splendido break centrale, dal vago sapore post rock (ottimo il pseudo assolo e l’intera componente ambient), mentre le vocals si alternano tra un cantato da cavernicolo ed uno più pulito. Ho alzato pertanto le mie antenne, capendo che il debut album degli Abske Fides, non è qualcosa che suona in modo scontato, ma piuttosto, va ascoltato con crescente attenzione, perché i particolari che si possono captare, risultano davvero azzeccati e notevoli da un punto di vista di godibilità del prodotto. Ecco non voglio sembrare uno da televendita, ma mi sembra di scorgere nel sound dei nostri paulisti, un tocco di originalità, che fin qui era venuta a mancare nelle uscite della label russa. Non tutto fila per il verso giusto, in quanto affiorano momenti di stanca, che si potevano sicuramente evitare o per lo meno, non tirare cosi tanto per le lunghe e penso all’infinito inizio onirico/visionario di “Coldness”, ma cavolo, non appena parte una chitarra seventies, di scuola pink floydiana, non posso che sobbalzare sulla mia sedia e porgere ancor più attentamente il mio orecchio, e sentire quelle meravigliose plettrate sulle corde della chitarra che mi fanno godere non poco. Poi le vocals si mostrano magari un po’ deboli, ma poco importa se il feeling che respiro è di quelli da dischi acustici dei favolosi anni ’70. E 70 sarà anche il mio voto finale, come forma di incitamento per il terzetto sud americano a continuare su questa tecnica, affinando di sicuro la tecnica, per quello che potrebbe rischiare di diventare un sensazionale lavoro finale. Gli undici minuti e passa di “Aesthetic Hallucination of Reality” sono belli lunghi, un po’ grezzi e rappresenta alla perfezione quello su cui i nostri dovrebbero lavorare maggiormente per non rischiare di dilungarsi troppo nelle loro elucubrazioni mentali. Menzione conclusiva per l’ultima traccia, “Embroided in Reflections” che palesa invece le influenze più spiccatamente post della band, con un sound notturno. Ve lo dico io ragazzi, non siete una band doom, potete essere tranquillamente qualcosa di più, pertanto non vi nascondete dietro un riff trito e ritrito per farvi apprezzare dalle masse di doomsters, basti ricordare gli esordi degli Anathema e di quell’”Eternity” che li ha portati oggi ad essere quello che sono. L’esperienza insegna e se il nostro bel trio proveniente dal Brasile, sarà bravo a giocarsi le proprie carte, sono certo che potremo sentir parlare di loro molto presto… Audaci ma ancora un po’ troppo timidi (Francesco Scarci).

(Solitude Productions)
Voto: 70
 

martedì 25 settembre 2012

Abaton - Hecate

#PER CHI AMA: Sludge, Doom, Celeste, Coffinworm
Era il lontano novembre del 2011, ricordo il freddo che mi raggelava le ossa mentre seduto in macchina con una bottiglia di whiskey aspettavo una cara amica per andare a vedere un live dei Forgotten Tomb. Dopo alcuni minuti che ero entrato nel locale, vengo letteralmente malmenato dal suono che la band opener mi propone, e quella band che mi aveva colpito cosi profondamente erano gli Abaton. Ed ora sono qui davanti al pc a raccontarvi della loro prima tappa discografica: "Hecate". Dico subito: se non siete amanti del riverbero e della fitta oscurità, lasciate perdere questa band perché non farà per voi. La proposta è ben strutturata, un artwork in scala di grigi, con un immaginario esoterico e con suoni claustrofobici ed estenuanti; dal primo ascolto si percepisce subito la consistente base di matrice doom e post-core che ospita sonorità che si estendono fino allo sludge e movimenti influenzati dal black più malvagio. Le tracce ci trascinano con un’opprimente atmosfera in un cupo labirinto sonoro, dove la mavoleva musica del giovanissimo gruppo forlivese, con le sue plunbee disarmonie, le voci agghiaccianti e le ritmiche opache, regna incontrastata. I punti deboli di questa pubblicazione sono essenzialmente due: la quasi inesistente differenziazione delle voci e le composizioni troppo simili tra loro. A me piace molto questo disco, ma nonostante il songwriting eccellente, non si è riusciti a raggiungere una proposta così creativa, da far emergere le singole tracce. Durante l'ascolto, sono poche le volte in cui chiaramente si identifica una composizione dall'altra, colpa dell'abuso delle “cavalcate” doom e delle melodie ripetitive. C'è da sottolineare la lama a doppio taglio causata dal riverbero che da una parte rende eccezionali le parti più dilatate e cadenzate, mentre dall'altra, impasta completamente i momenti più veloci ed aggressivi. In definitiva "Hecate" è un album con delle splendide atmosfere e delle idee molto accattivanti, che però non riescono ad evolversi definitivamente e raggiungere una maturità completa, tuttavia l'opera nel suo insieme, seppur monotona, riesce ugualmente a trascinare nell'ascolto. Chiudo consigliandovi di vederli assolutamente live, senza tappi per le orecchie.(Kent)

(Lo-Fi Creatures)
Voto: 70


lunedì 24 settembre 2012

An Autumn for Crippled Children - Only the Ocean Knows

#PER CHI AMA: Black Shoegaze, Dark, Alcest, Heretoir, Les Discrets
Che il terzo album di una band sia sempre quello della conferma ed eventuale consacrazione, è ormai luogo comune e assai diffuso, pertanto lo riterrò estremamente importante nella valutazione di questo nuovo capitolo degli olandesi An Autumn for Crippled Children, che mi avevano incuriosito con la loro prima prova, “Lost”, addirittura elettrizzato con la seconda release, “Everything”, e ora… E ora prosegue il personalissimo percorso dell’enigmatico trio di Friesland, con “Only the Ocean Knows”, un lavoro che ancora una volta si pone super partes per quanto riguarda la catalogazione del genere proposto. Ascoltando solo la musica infatti, potrei immaginare un fantomatico ibrido costituito dal dark sound dei The Cure, punk e shoegaze; poi non appena Mchl ci mette il suo grugnito malvagio, ecco apparire anche la componente black, per un risultato eccitante per chi adora suoni senza tempo e all’insegna della sperimentazione più avanguardistica. Colpiscono nel segno i nostri, per quanto si rischi di mal digerire l’utilizzo dello screaming, che su questa tipologia di musica sembra talvolta essere fuori posto; l’avrei visto bene infatti alternato con delle vocals pulite simil Alcest o Les Discrets. Ma non è certo un problema, e sicuramente non inficerà la mia valutazione finale, in quanto quello che più mi emoziona sono i suoni oscuri, disperati e tenebrosi che imperversano nel cd. “Past Tense”, ma soprattutto “Yes I know…” danno immediatamente sfoggio della bravura degli AAFCC, bravi nell’amalgamare le sonorità appena citate, con un’attitudine decisamente post rock, identificabile nella carica malinconica di cui è pregno il disco. Ascoltandolo e riascoltandolo, ho identificato nel basso l’elemento catalizzante, un basso che svolge un lavoro incredibile in fase ritmica, sostituendo a tutti gli effetti, quello che normalmente fanno le chitarre, qui decisamente in secondo piano. Di rilievo anche la performance delle keys, capaci di donare un forte pathos all’intero album: basti pensare alla fantastica ariosa apertura posta sul finire di “This Garden These Trees”, che vale da sola l’acquisto del cd. L’avrete già intuito, a me questo cd piace e non poco. Tutti i pezzi hanno qualcosa da donare: “In February” ad esempio è una song estremamente triste, cosi come pure la title track, che vive sul binomio tastiere/basso, su cui finiscono per stagliarsi le urla disumane del vocalist. Decadenti, autunnali, l’ideale colonna sonora dell’autunno che incombe. E io mi lascio avvolgere da queste tiepide sensazioni, come se la musica degli AAFCC, fosse una calda coperta che mi protegge dal freddo, davanti ad uno scoppiettante camino. Ultima citazione per “Uncurable”, una song che porta dentro di sé tutto quel feeling dark di fine anni ’70, che i primissimi The Cure, quelli di “Three Imaginary Boys”, incarnavano. Album estremamente interessante per chi è dotato di ampie vedute. E al traguardo del terzo lavoro, gli An Autumn for Crippled Children passano fortunatamente indenni. Avanti cosi. (Francesco Scarci)

(ATMF)
Voto: 80

Helllight - Funeral Doom

#PER CHI AMA: Funeral Doom, Epic, Skepticism
Ragazzi, questa è facile: che genere potranno suonare i brasiliani Helllight con un album intitolato “Funeral Doom”? Beh, se non avete sbirciato la recensione del lavoro precedente (che in realtà rappresenta il lavoro successivo, essendo questa una ristampa dell’album del 2008), credo sia piuttosto intuitivo rispondere. Si, esatto. Questi “solari” Helllight suonano per l’appunto funeral doom, nella sua accezione più cupa ed oscura. Appena infatti ho infilato il cd nel lettore, la luce del sole si è velata sotto l’incombente tenebra della notte, di quelle notti, nere come la pece, senza il bagliore della luna. I 17 minuti di “Deep Siderial Silence” hanno fatto poi tutto il resto, con quel sound lento e soffocante, che non fa altro che confermare quanto di buono già avevo sentito in “…And then, the Light of Consciousness Became Hell…”. Il sound imbastito dai nostri infatti testimonia la classe di cui sono dotati questi quattro loschi individui di San Paolo. Ma ora che una visita l’ho fatta anch’io nella enorme città sudamericana, appurando che in quattro giorni non ha mai smesso di piovere, posso capire da dove possa venire tutta questa tristezza repressa e palesata nelle note di questo doppio cd. Ah si certo non ve l’avevo detto, trattasi di 2 cd, ma parleremo a breve del secondo. La musica degli Helllight, pur essendo più nera delle tenebre, ha comunque il pregio di lanciarsi, in taluni momenti, in splendide riflessive aperture heavy rock, con degli assoli, bridge o break acustici da pelle d’oca. I riferimenti a Thergothon o Skepticism sono sempre ben evidenti nelle note del disco e nelle vocals tetre di Fabio, che trova anche modo di mettersi in mostra per l’utilizzo di vocals più evocative (ricordate “Hammerheart” dei Bathory, ebbene la title track ci regala sprazzi di quel modo di cantare unico di Quorthon). Quello che sicuramente è più difficile da digerire sono le durate: oltre ai 15 minuti di “Funeral Doom” anche “Nexus Alma” ci ammorba per altri dodici agonizzanti minuti che non fanno altro che portarmi al colmo della disperazione. La strumentale “The Diary” mi accompagna per soli quattro minuti in cui è il pianoforte ad essere protagonista. Le altre tre lunghissime song, procedono su questa linea apocalittica, offrendomi un’altra buona mezz’ora di suoni, perfetta colonna sonora per la prossima fine del mondo. Ma passiamo a quello che è il bonus cd, che oltre a racchiudere una traccia inedita (altri 12 minuti di sofferenti ambientazioni da incubo), ci regala invece sei cover. Si parte con l’eterna “Heaven and Hell” dei Black Sabbath e per questo ripenso al buon vecchio Ronnie James Dio (RIP), con quello splendido giro di basso che ancora oggi mi emoziona esageratamente. I nostri la rivisitano un pochino, rendendola un po’ più lenta (tanto per cambiare) e piazzandoci qua e là qualche growl, prima di quello che doveva essere un esplosivo finale, che qui va a rallentatore. Con “How the Gods Kill” andiamo a esplorare i Danzig, per una canzone piuttosto sonnacchiosa a dire il vero. I nostri scomodano addirittura Neil Young con la successiva “Hey Hey My My”, ma il tutto va sempre in slow motion. Slow motion che sembra funzionare alla grande invece con “Confortably Numb” (Pink Floyd), anche se sono le demoniache vocals qui a lasciarmi piuttosto perplesso, anche se l’atmosfera che creano gli Helllight è perfetta, sembra infatti una song cucita su misura per loro. Splendida performance, strumentale, interpretativa che denota una certa personalità dei nostri paulisti. “Man of Iron” palesa l’amore dei nostri per i sopracitati Bathory, nella loro versione più epica. A chiudere il disco ci pensa “The Show Must Go On”, indimenticabile traccia dei Queen, dotata di un pathos incredibile che, magari a livello vocale lascia un po’ a desiderare (Freddie Mercury era un’altra cosa), ma in cui comunque, gli Helllight mettono del loro per regalarci gli ultimi sette emozionanti minuti. Ottimo lavoro, consigliabile non solo agli amanti del funeral, ma di chiunque apprezzi pezzi dotati di un’anima, seppur assai cupa. E ora che calino pure le tenebre… (Francesco Scarci)

(Solitude Productions)
Voto: 80

http://www.helllight-doom.com/

domenica 23 settembre 2012

Shoulder of Orion - Lunarborn

#PER CHI AMA: Black Psichedelia, Blut Aus Nord
Cambridge non è solo famosa per essere sede di una delle più antiche università al mondo o fantastico posto dove fare canottaggio, lungo il corso del fiume Cam, da oggi sarà nella mia testa anche la città di provenienza di questa fantomatica band black progressive che risponde al nome di Shoulder of Orion, che negli ultimi 2 anni ha rilasciato ben tre cd, di cui questo “Lunarborn” rappresenta l’ultima fatica. Un lavoro quello del trio britannico che sicuramente farà la gioia di chi, come il sottoscritto, apprezza enormemente i suoni angoscianti, sperimentali e psichedelici di realtà quali Blut Aus Nord o Lunar Aurora. E cosi, ecco squarciarci il nostro animo queste tre malvagie tracce di grim black metal che, complice anche una grezza produzione, vi soffocherà lentamente tra le sue tentacolari braccia. L’album si apre con i 13 minuti abbondanti e aggroviglianti della title track: spettrale ed inquietante, grazie ai suoni di chitarra ribassati e a quel basso, che in background, cavalca che è un piacere, mentre le screaming vocals di David White, passano in secondo piano, quando a sbizzarrirsi sono le tastiere, che ricamano immaginari paesaggi da epopea fantasy. Epici. Vinta la paura iniziale e la presunta feralità della band, è poi semplice abbandonarsi alle personalissime melodie del combo albionico, che nel mezzo del brano ci regalano un bridge che sa molto di rock/blues anni ’70. Un qualcosa di simile ed altrettanto avvincente, l’ho sentito ultimamente in casa Code 666 con i greci Hail Spirit Noir. Andatevi a cercare pure loro, noi andiamo avanti e rimango basito di fronte all’inizio di “Fall to Earth” e alla sua decadente e malinconica aurea, complice anche il flebile utilizzo di clean vocals. I ritmi non sono mai forzati, ma costantemente tenuti sotto controllo da questa band che reputo già matura per un contratto vero e proprio. La traccia, nei suoi avviluppanti 16 minuti, produce un sound unico, che, dipanandosi tra black, post rock, psichedelia, riesce nell’intento di ridurre a brandelli la mia mente. Poi, metteteci anche i continui cambi di tempo, col ritmo incalzante, ascendente, rilassante, crea dei pattern che rimbalzano tra l’ambient, il doom e suoni neoclassici, andando a citare tra le proprie influenze anche il cascadian black degli Agalloch, che irrompe qua e là nella costruzione delle song. A chiudere il disco, ci pensano i finali 16 minuti di “Son of the North”, più orientata verso suoni glaciali, ma comunque di grande impatto ed effetto, che sanciscono l’ingresso nella scena di un’altra band estremamente interessare da tenere sott’occhio. Label avvisate… (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 80
 

Handwrist - All Flesh is Grass and All its Grace is as the Flower of the Field

#PER CHI AMA: Post Rock, Progressive, Psichedelia
Un titolo più corto era chiedere troppo? Sicuramente i portoghesi Handwrist rischiano di vincere il guiness dei primati per il titolo dell’album più lungo, che in realtà, non è altro che una citazione del Libro di Isaia estrapolato dalla Bibbia Ebraica. Lp di debutto (all’attivo anche un EP) per l’act di Lisbona, che nelle otto tracce a disposizione, crea un qualcosa di onirico, visionario, psichedelico, di non cosi semplice catalogazione. “Sailing Stones” sembra infatti una versione di “The End” dei Doors in preda a degli acidi ancor più pesanti, con una base ritmica che affonda sicuramente le proprie radici in suoni post rock, ma in cui ad assurgere il ruolo di totale protagonista è la chitarra, mentre le vocals, sono relegate in secondo piano. Il sound dei nostri è complesso, avvolgente, ricco di riferimenti biblici (il testo della seconda traccia, “The Tree of Knoledge” pesca infatti dalla Genesi), dall’indole mutevole ed imprevedibile, espressione di un rock settantiano e blues, associati a sonorità moderne. Quello che ne viene fuori ha un che di indomabile, con le harsh vocals che si sovrappongono ad uno space rock; peccato perché vocals più vellutate avrebbero potuto conferire un risultato ben più apprezzabile, ma questa è la musica, quindi largo spazio all’inventiva degli musicisti e questi Handwrist sembrano averne parecchia. Ubriacato dai suoni chitarra e organo, procedo col mio ascolto, sempre più convinto che l’album che ho per le mani sia quello della reincarnazione di Jim Morrison e soci, peccato solo che il buon vecchio Jim non cantasse in growl i suoi brani. Proseguo e la musica di questi portoghesi mi concede tanto spazio alle mie elucubrazioni mentali con un sound cerebrale, a tratti ambient, in altri frammenti di impossibile catalogazione, ma per me questa, è solo manna dal cielo. Ce ne siano di band che abbiano voglia di sperimentare come questi folgorati sulla via di Damasco, che rispondono al nome di Handwrist. Se siete sempre più curiosi di capire come il rock si sposi con growling vocals o come possano finire suoni mediorientali nello space o post rock che sia, potrete scaricare gratuitamente l’album dal sito bandcamp dei nostri e poter godere appieno anche voi della recalcitrante proposta degli Handwrist. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 80

mercoledì 19 settembre 2012

Evadne - The Shortest Way

#PER CHI AMA: Death/Doom, Draconian
Ancora Solitude Productions ad allietare quest'ultimo scampolo d'estate, che nonostante i vari Caligola o Nerone, ha ormai assunto i connotati di una gelida stagione invernale. Arrivano questa volta dalla Spagna i nuovi interpreti del death doom europeo, con quello che rappresenta il loro secondo lavoro, “The Shortest Way”. Gli Evadne sono l’ennesima buona band in questo sempre più affollato panorama, in grado di proporre un sound cupo, atmosferico e al contempo epico e maestoso, che vede anche negli svedesi When Nothing Remains, un’altra preziosa e valida alternativa. Anche qui come per i colleghi svedesi, l’influenza principale rimane quella dei Draconian, con un sound sicuramente meno statico, rispetto a quello dei colleghi oltre la ex cortina di ferro, pregno comunque di mestissime melodie, cosi come il genere richiede, ricco delle consuete ed ormai immancabili parti acustiche che creano quelle strazianti atmosfere e dalle ferali e profonde growling vocals, che in taluni casi (l’inizio di “This Complete Solitude” o di “Gloomy Garden”), non disdegnano neppure il cantato pulito, che contribuisce sicuramente a donare ancor più tristezza ad un lavoro che al termine delle sue otto lunghe tracce, non fa che lasciarmi con un tormento nell’animo. Bravi da un punto di vista compositivo, abili come musicisti, intelligenti nel miscelare il death doom più depresso con accelerazioni più death oriented, quasi a ridestarmi dall’ascolto ormai intorpidito e soffocante delle sue tracce, gli Evadne si confermano eccellenti esponenti di una scena in continuo fermento. Però vi prego, ora lasciatemi tornare in spiaggia a lanciarmi nella mia ultima “Macarena” estiva, l’inverno può pure aspettare… (Francesco Scarci)

(Solitude Productions)
Voto: 70

martedì 18 settembre 2012

Black Hate - Los Tres Mundos

#PER CHI AMA: Black Ritualistico
Chi pensava che il black metal fosse morto, dovrà ricredersi, perché mai come in questo periodo mi sono capitate fra le mani cosi tante release provenienti dall’oscuro sottobosco, tutte peraltro di grande personalità ed intensità. I Black Hate non fanno eccezione e pur provenendo da un paese, che in termini musicali, non è proprio all’avanguardia, il Messico, sanno stupirmi e spingermi a ravvedermi su questa mia superficiale concezione. “Los Tres Mundos” è un album di notevole spessore, che combina elementi di black dedito alla fiamma più nera, con del ritualistic metal (e il mantra di “Ika-ni un-na” ne è l’emblema), il tutto avvolto da una cappa di suoni funerei, dove non mancano neppure le sfuriate black death (“Subconsciente”). “Los Tres Mundos” non è un lavoro affatto facile da ascoltare, assimilare e farsi piacere; deve essere ascoltato più volte per poterne cogliere la sua concezione musicale e quella lirica, con un concept album che esplora il tema della lotta dell’uomo contro il sentimento implacabile e pervasivo. E la musica cosi nervosa e disperata, cosi distante dagli stilemi classici europei o nord americani, si mostra per l’appunto alquanto personale, a partire dal bestiale cantato in lingua madre (abbastanza tipico per le band centro e sud americane), ad una ritmica che, pur presentandosi con la classica chitarra ronzante, riesce in taluni casi ad aprirsi in parti arpeggiate (ne “La Ultima Solución” mi sembra addirittura di sentire gli Opeth, cosi come pure in qualche intermezzo acustico), in altri casi il black dei nostri assume connotati suicidal black, come nella deprimente “Glorious Moments” (il mio pezzo preferito), che si mette in luce anche per un break centrale e un assolo quasi pink floydiano. Splendida. Si assoli signori, nell’album se ne ritrovano parecchi e non di matrice estrema, ma di scuola heavy metal, proprio come i vecchi Iron Maiden erano in grado di deliziarci nei loro meravigliosi dischi negli anni ’80. Davvero interessante questo lavoro; magari ci sarà ancora da smussare qualche angolo qua e là (tipo la prolissità dell’affascinante title track) per delineare maggiormente una propria personalità, ma i nostri sono sulla strada giusta, cosi come accadde un paio d’anni fa, agli svedesi Shining, probabilmente illuminati sulla “via di Damasco”, ottenendo una certa notorietà e successo. Davvero una bella scoperta questi Black Hate: decisamente continuerò a tenerli sotto stretta osservazione. Suggestivi. (Francesco Scarci)

Morphing Into Primal - Principios de Autodestrucción

#PER CHI AMA: Swedish Death, Thrash, Speed Metal
Interessanti i riferimenti alla psicanalisi freudiana che ci conducono al titolo della release di quest’oggi, il cui idioma spagnolo ci potrebbe indurre a pensare a qualche band sudamericana, ma il cui genere (death melodico) e monicker, mi spingono invece inequivocabilmente verso i nostri cugini di Spagna. I Morphing Into Primal sono una band di Ciudad Real che, con questo "Principios de Autodestrucción” giungono al loro debutto, uscito poco più di un anno fa, che ci consegna un lavoro di arrembante death (di scuola svedese) e thrash metal (stile americano). Citavo nella prima riga il riferimento alla psicanalisi freudiana e proprio al principio di pulsione di vita e pulsione di morte, desunti dal pensiero di Empedocle, sul dissidio cosmico tra bene e male, amore e odio, potrebbe ispirarsi quest’opera. La furia distruttiva del death, quello melodico ed energico, quello che vede in Dark Tranquillity ed Arch Enemy, sembrerebbe rappresentare la maggiore fonte di ispirazione dei nostri guerrieri; tuttavia il quartetto iberico, nel corso della release, intraprende un proprio percorso che ci permette di esplorare altri territori, come lo speed metal di “It’s Time” (l’unica traccia cantata in inglese), un qualcosa che non sentivo da tempo immemore. I nostri spingono per tutto il disco come forsennati grazie ad una ritmica costantemente spinta a manetta, grazie ad un drumming martellante (opera di Chus) e a killer riffs, ben eseguiti dalle due asce Luis e Arturo, mentre il vocalist Jose (niente male) alterna un cantato in growl con qualche altra divagazione estemporanea, in territori più oscuri. “Mi Valkiria” è un’altra traccia che non concede tregua, un’epica cavalcata con un riffing di chitarra assai catchy ed una melodia che velocemente si incunea nella nostra scatola cranica fino ad imprimersi nelle nostre teste. Melodia, si tanta, violenza forse ancor di più, ma costantemente tenuta sotto controllo, linearità e semplicità dei brani, rappresentano i punti cardine di "Principios de Autodestrucción”, un album che pur non inventandosi nulla di nuovo, ha comunque il pregio di lasciarsi ascoltare e conquistare tutti gli amanti di sonorità swedish death, ma anche brutal, basti infatti ascoltare “Renuncio a la Fé” per capire di cosa stia parlando. Insomma, un album senza tanti fronzoli, ideale per l’uomo che non deve chiedere… mai. Incazzati. (Francesco Scarci)

Novel of Sin - Sound of Existence

#PER CHI AMA: Deathcore, As I Lay Dying, Neaera
Il Kjeragbolten: un antico molare norvegese, un cariato dente di roccia che sta per cadere. Incastonato tra le mandibolari Kjerag Mountains, è sospeso sull'orlo dell'abisso a circa mille metri di quota sopra il nulla. Lì mi trovo, in piedi, in una posizione dall'infinita energia potenziale e, indomito, guardo giù, di sotto. Avverto la scarica adrenalinica impossessarsi famelica del mio corpo ma mantengo il controllo. Mi giro, come niente fosse e sorrido alla gente che si trova a poca distanza me e da quel "molare". Su vicine "gengive" di roccia, la gente, mi osserva, impaurita o ammirata. Nessuno mi dice niente ma leggo, nelle loro menti, la pazzia che ognuno di loro mi attribuisce. Fuori resto serio ma dentro... dentro già me la rido. Tutti si mantengono a debita distanza. Estraggo con nonchalance, da quello che ho camuffato come un semplice zaino Invicta, i miei auricolari ed il mio paracadute. È vietatissimo il base jumping da quel punto ma me ne frego, ormai ci sono ed indietro non ci torno. Già sono preda dei psichedelici vocalizzi di "728(16)102" breve preludio a "Voices, Prayers and Remembrances", prima vera track di questa release: "Sound of Existence" dei ravennati Novel of Sin. Pochi secondi ed una testata da 20.000 chilotoni deflagra nelle mie sinapsi: plettrate non lente ma comunque poco veloci e dalla potenza incisiva. La distorsione è tale che ho difficoltà a trattenermi dal pogare. La melodia, contagiosa, mi vedrebbe scatenato nell'headbanging più sfrenato ma no, devo restare serio. Il lancio è una specie di rito. Il mio rito. Torno allora indietro di pochi passi accompagnato dalle octopiche note di "Alone Through the Tides". Pause ad effetto intercalate tra i breakdown che ne rallentano il ritmo, un voluttuoso accoppiamento con i ripetitivi accordi di chitarra, una batteria martellante e l'alternanza tra scream e growl, danno vita ad una particolare, viscerale, amalgama che vede, quale ingrediente segreto al posto del mercurio, l'intercalare di crash e splash. Dietro di me, intanto, poco più in là, l'invitante precipizio mi seduce, mi sussurra, quasi avverto la voce di Trilly, fata dell'aria dell'Isola Che Non C'è: io però, sono un Peter Pan particolare, un Peter Pan sul quale la polvere di stelle non ha effetto alcuno e che non ha bambini sperduti da salvare. I piedi ce li ho ben saldi a terra. Adesso. Ululanti spire di vento, mi corteggiano, lambiscono, attirano. Poco sotto, l’abisso, semi offuscato dall'umida nebbia crepuscolare, m'invita al più dolce dei tuffi. Un salto da mille metri ad accarezzare, quasi con mano, un affilatissimo profilo di roccia spinti anche dalle incontrollabili, repentine, brusche, raffiche di vento. Eolo non è dalla mia, quel giorno. Lanciarmi da lì. Che bella idea m'è venuta. Mi giro infatti di scatto e, soggiogato dalle tonanti rullate di "A Key For Nowhere" corro deciso e mi getto nel vuoto. A braccia aperte. A volo d'angelo. Una capriola in avanti e poi giù di testa, in picchiata, braccia tese lungo i fianchi. Non la vedo più, la gente, ma me la immagino terrorizzata farsi sempre più piccola lassù, sopra di me. Il vero spettacolo, che dura pochi istanti, è lì, nell'aria. Osservo il suolo approssimarsi sempre più. Comincio a distinguerne bene i particolari. Non ho ancora aperto il paracadute: lo faccio adesso, sulle melodie di "Fragile" che questa release ripropone anche in chiusura in una versione remixata dai Demon Kids. Tocco dolcemente il suolo facendomi cullare da "Extinguish". Ad estinguermi, poco dopo, ci pensano infatti gli sbirri: giù di sotto non era il suolo ad attendermi: c'erano lì loro ad aspettarmi, per farmi una multa, non da 20.000 chilotoni sull'Atollo di Bikini ma da 4.000 Euro nel mio portafogli. (Rudi Remelli)

(Kreative Klan)
Voto: 70