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giovedì 1 dicembre 2016

Ivory - Southern Cross


#FOR FANS OF: Symphonic Metal, Stratovarius
Without wanting to sound too much like an sociologist, Ivory's 'Southern Cross' just wouldn't happen in Australia, I reckon. I just feel like we have a lower tolerance of cheese down here in the antipodes- or perhaps we tolerate a different kind of cheese? Anyway, it's easy to come away from this album thinking "thank god heavy metal is not a mainstream pursuit here"; it's just a shiny, overwrought nothing of a thing.

Instrumentally it's not terrible. It plods like a sauropod on valium, but you can tell there's a few parts where at least they tried. It's not a new sound or anything- Stratovarius with some occasional Dream Theatre-lite moments and maybe some Metallica meets My Little Pony when the band wants to get heavy. The keys and guitars are saccharine sweet but they play a lot of busy parts- the occasional neat bit of interplay here, a lot of cool little runs and solos all over the place. The overall impression is that while it's dripping with mature cheddar, the musicians weren't content with just being a backing track for a vocalist to wail over.

It's the vocals are the main problem. With a charismatic, powerful vocalist this would probably still be the most artificial thing since diet coke, but it would at least have a chance at being entertaining. As it stands though it's pretty gross. Devoid of power, writing not a single memorable vocal, atrocious lyrics (all of which are easily audible, just to increase the cringe), forever sounding like he's at the absolute end of his range, and possessing a very strong, very cringy accent, there is absolutely nothing going here for the poor guy. He clearly tries, but that doesn't matter- he sounds awful, he's loudly mixed and he's everywhere.

It's not a horrible album or anything, but I certainly don't like it that much and I can't see it getting any play after this review. If you can get past the vocals you've got a fairly okay, symphonic, vaguely proggy power metal album. I couldn't get past the vocals. There's far better albums in this vein- don't bother looking here. (Caspian Yurisich)

Horst - Never Two Without Three

#PER CHI AMA: Post-Rock/Noise/Math Rock
Un nuovo tassello si aggiunge a quel rompicapo che è il mio rapporto di amore ed odio con il rock strumentale, ma questa volta nessun imbarazzo, dato che il lavoro di questi parigini mi è piaciuto fin da subito, senza dubbi o tentennamenti. Gli Horst sono un trio, che a quanto pare ha faticato non poco a trovare un batterista stabile, come si evince dalla dedica “ai nostri batteristi” presente nell’artwork. Il nome deriva da quello di Horst Tappert, protagonista della famosa serie tedesca 'L’Ispettore Derrick', cosa che me li rende immediatamente simpatici. Loro stessi definiscono la loro musica come “horstcore”, ovvero un mix tra post-rock e math-rock, caratterizzato da uno stile molto diretto e ruvido, che per una volta non attinge da sonorità post-metal ma si rifà invece a nomi storici quali Sonic Youth, Slint, Shellac e Mogwai (dai quali sembrano aver ereditato anche la vena nello scegliere i titoli dei brani). Il disco scorre meravigliosamente tra sei tracce mediamente lunghe, senza mai annoiare anzi riuscendo sempre a destare l’interesse dell'ascoltatore. Il primo pezzo in scaletta, la fragorosa “This is Horstcore”, è un omaggio ai Pulp e alla loro 'This is Hardcore', di cui viene citato il riff. Si prosegue ondeggiando tra rasoiate rumoriste che si alternano ad oasi di quiete ("My Yin in Your Yang"), classici crescendo ("Alf"), sfuriate chitarristiche ("FU"), fino alla splendida “There Will Be Votes”, nella quale dei sample vocali contribuiscono a creare un’atmosfera serrata ed estremamente intrigante. Tutto il disco si contraddistingue per una produzione estremamente diretta e un suono molto poco “lavorato”, un po’ sullo stile di Steve Albini, e questo per me è uno dei meriti maggiori di un lavoro che, pur non proponendo nulla di rivoluzionario, piace decisamente nel suo proporre una versione particolarmente cruda del post-rock strumentale. (Mauro Catena)

(Self - 2016)
Voto: 75

https://horst.bandcamp.com/

martedì 29 novembre 2016

Selva - Eléo

#PER CHI AMA: Post Black/Hardcore/Screamo, Deafheaven
Inizio la mia recensione del disco portando alla vostra attenzione alcune raccomandazioni da seguire per reggere l'impatto con questo lavoro. Dotatevi sicuramente di cinture di sicurezza perché, come avrete modo di capire sin dall'opener "Soire", l'approccio alla musica dei Selva risulterà pressapoco analogo allo scontro di un auto con un tir spinto a tutta velocità. Adottate anche misure di tutela per i vostri padiglioni auricolari e timpani annessi, perché la lacerazione dovuta alla musica del trio lodigiano, può provocare severe problematiche al vostro fisiologico impianto acustico. Per il resto, capiremo strada facendo come proteggerci dal suono caustico e infausto dei nostri. Dicevamo del nefasto impatto sonoro della song in apertura, una scorribanda tortuosa fatta di ritmiche in grado di spazzare via ogni forma di vita dalla terra e urla cancrenose che hanno addirittura il merito di acuire la ferocia post black dei Selva, per quanto sia difficile a credersi. La violenza trova comunque modo a metà brano, di attenuarsi almeno per pochi secondi, prima di continuare ad assecondare il proprio io, aspro centrifugatore di suoni, e lanciarsi nel drappeggio di desolate melodie malinconiche fino ad arrivare ad un brusco rallentamento a fine brano, che da 200 km/h ci porta a zero nell'arco di un secondo e in quell'attimo rivivere tutte le emozioni stranianti fin qui provate. Attenzione, l'avevo messo in chiaro, l'ascolto di 'Eléo' non è raccomandato per i deboli di cuore. Se anche voi, come il sottoscritto, avete invece uno stomaco forte, potrete lanciarvi nella centrifuga sonora di "Alma" e dei suoi schizofrenici undici minuti, affidati ad un caos primordiale senza precedenti che nel suo circolare pattern sonoro che sfocia in anfratti torbidi e atmosfere doomish, trova anche il modo per regalare sprazzi di inattesa eleganza classica. Quest'ultima, affidata agli archi del bravo Nicola Manzan dei Bologna Violenta, risulterà capace di annullare la tempesta sonora con il dolce suono dei violini e lasciare incredibilmente spazio ad un nostalgico post rock d'annata che per pochi istanti ci fa dimenticare il post black arrogante dei Selva, e ci consegna una band più vicina agli anglo-statunitensi *Shels e all'eterea traccia "Plains of the Purple Buffalo Part 2", estratta dal loro ultimo album. Non vi fate infinocchiare però da cotanta melodia, perché in "Indaco", il suono delle chitarre sembrerà quello dettato dal roteare delle ruote d'acciaio del treno sui binari, un attrito in grado di generare suoni efferati di chitarre ultra compresse e blast beat da incubo, e di richiamare indistintamente Deafheaven, Wolves in the Throne Room o qualsiasi altra band dedita al più feroce post black. Splendide le percussioni del mostruoso Tommy a metà brano e ancor di più quel senso di vertigine che la song (ma la faccenda può essere estesa all'intero disco), procura, soprattutto nella seconda metà del brano. L'ultimo respiro dei Selva è esalato da "Nostàlgia", un'angosciante traccia strumentale (urla di disperazione a parte) il cui ondeggiare delle chitarre dei primi minuti è più vicino al drone che al black. Peccato per una registrazione in presa diretta che rende la proposta dei nostri sicuramente poco artificiosa ma che ne penalizza a mio avviso la resa finale; mi piacerebbe riascoltare il disco con una produzione più cristallina e poter comparare i nostri con i gods statunitensi e probabilmente scoprire che in casa ci ritroviamo con uno splendido diamante grezzo. (Francesco Scarci)

(OverDrive Records - 2016)
Voto: 75

https://selvapbs.bandcamp.com/

The Pit Tips


Francesco Scarci

Thence - We are Left with a Song
Départe - Failure, Subside
Sedna - Eterno

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Caspian Yurisich

Metallica - Hardwired... To Self Destruct
Rivendell - The Ancient Glory
Jesu - Jesu

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Michele Montanari

Ornaments - Drama
Fire Down Below - Viper Vixen Goddess Saint
Megatherium - Superbeast

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Matteo Baldi

Trap Them - Crown Feral
Mgła - Exercises in Futility
O - Pietra

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Don Anelli

Testament - Brotherhood of the Snake
Division Vansinne - Dimension Darkness
King Diamond - Abigail

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Kent

O - Pietra
Lustmord - Juggernaut
Portishead - Dummy

Less Than a Cube - S/t

#PER CHI AMA: Indie/Noise Rock/Grunge, primi Alice in Chains
Ascoltando per la prima volta questo disco, lo si potrebbe facilmente attribuire ad una qualche band americana, basata tra New York e Chicago, e non credo di andare troppo lontano dalla realtà pensando che questo potrebbe essere un gran bel complimento per i Less Than a Cube, che di nome fanno Fabio Cubisino (chitarra e voce), Alessia Praticò (basso e voce) e Alessandro Mautino (batteria) e vengono invece da Torino, Italia. Quest'album omonimo è il loro esordio e appare evidente come i tre siano riusciti a riversare in queste 9 tracce tutto il loro amore per quanto di meglio il rock americano abbia prodotto negli ultimi 25 anni, dal noise rock di stampo Touch & Go al grunge e al post rock, con un occhio però sempre ben puntato sulla forma canzone. In poco più di 40 minuti sono condensate le inquietudini nevrotiche dei Come (nell’opener "Monovolt"), la solennità sgraziata degli Afghan Whigs ("Not Forget", cantata ottimamente da Alessia Praticó), ma anche gli umori metropolitani degli Interpol (la solenne e marziale "Revolution"). In generale, il vero punto di forza del disco è un songwriting di tutto rispetto, solido e umorale, scuro e uggioso come l’immagine di copertina, ma sempre centrato, tanto è vero che nessuno dei brani in scaletta ha il sapore del riempitivo ma anzi ogni canzone è in grado di reggersi bene in piedi sulle proprie gambe, basti pensare alla drammatica e scurissima "Night Song", percorsa da un violoncello che la scuote e la fa vibrare dal primo all’ultimo istante dei suoi oltre 7 minuti, oppure alla splendida "Blue Grass", vicina a certe cose dei Dinosaur Jr, che ospita la chitarra di Amaury Cambuzat (Ulan Bator), da sempre vicino alle realtà più vitali della nostra penisola. Disco prettamente “chitarroso”, molto convincente anche se non privo di difetti (veniali), soprattutto nella produzione (qualcosa da registrare nel missaggio di alcuni brani) e nel cantato (non sempre perfettamente centrato), che stanno al limite tra scelte volutamente lo-fi e il rischio di un risultato un po’ sciatto, imputabili però più che altro all’inesperienza. In definitiva un lavoro di ottimo livello, e una band da tenere d’occhio per sviluppi futuri che potrebbero essere estremamente interessanti. (Mauro Catena)

lunedì 28 novembre 2016

Recitations - The First of the Listeners

#FOR FANS OF: Avantgarde Black Metal
Man, this is pretty great stuff. It's been a fair while since a black metal album has captured my interest, but this is really good shit. Recitations manage that often rarely achieved trinity that all quality metal has, a good atmosphere, massive riffs, all while being a genuinely entertaining listen.

An entertaining listen? Well sure, sort of. Recitations are by no means accessible, but amidst the buzzing mayhem of "Tongueskull Sacrament" the brief, krautrock-from-hell interlude works ridiculously well, especially as it's switched between a huge, almost Angelic Process-ish pound. I wouldn't necessarily call this "psychedelic black metal" or anything but it's not too far from the truth, and it's done really well. It's just this hallucinotory journey where everything is deep and dark but still kinda beautiful to look at. Track 3's intro is another example- and it's a fine bit of music in general- dark, endlessly bubbling, all these distant chants and synths hovering at the end of your imagination. It's like being trapped in an ancient crypt that's covered in glow in the dark stars, or something.

The word that keeps on coming to mind is "deep". Perhaps it's the synths that sound like they're recorded a long way underwater; maybe it's the cavernous production. I work around a mine, and recently I went underground for the first time- it was occasionally strangely beautiful, but just as often an ugly, hostile place- sometimes the water would cascade down the rocks and glow strangely, other times it would be 45 celsius, pitch black, super claustrophobic and the air would be old and stale. I liken that to this album, it has plenty of haunting moments but just as often it's big riffs and distinctive, howled vocals pounding away at your skull. 


It's the sort of album that provokes a lot of different images in your head- a ritual of immense power, a malevolent space entity, a contact with the secret chiefs; and it's a real pleasure to put this on and let your imagination run wild. All up quite a unique album, and I wish the album was a lot longer. Consider that a huge compliment and a big recommendation. (Caspian Yurisich)

(Avantgarde Music/Signal Rex - 2016)
Score: 85

venerdì 25 novembre 2016

Dead Register - Fiber

#PER CHI AMA: Dark/Post, Fields of the Nephilim, primi The Cult, Isis, Swans
È incredibile quanto in Italia, cosi come molto spesso in Europa, alcune uscite discografiche statunitensi passino del tutto inosservate. L'ho detto più volte che questa cosa può essere considerata delittuosa quando certe release non ottengono l'attenzione che realmente meritano. Questo preambolo serve a dare una tirata d'orecchi a tutti coloro che si sono persi il debut album degli americani Dead Register, band che incorpora nel proprio sound influenze dark e gothic (lo si evince da una cover cd che rievoca per certi versi - e solo graficamente - i Theatre of Tragedy di 'Velvet Darkness They Fear') ma che mostra punti di contatto anche con il post-metal e il post-punk. Il disco, uscito autoprodotto, consta di sei tracce con delle durate che oscillano tra i sette e i nove minuti. L'album apre con "Alone", la song più lunga del lotto, che i più attenti avranno già avuto modo di apprezzare nel demo cd, 'TRVNS BLVK', uscito nel 2014. Si tratta di una traccia dall'aura decadente, sofferta nel suo incedere depressive rock, corredata da un drumming tribale e da un cantato un po' lamentoso. Quello che mi impressiona sono le splendide melodie che chiamano in causa band quali Christian Death, Fields of the Nephilim, Swans e addirittura The Cure. Il riffing, che in alcuni frangenti evoca anche un che degli Isis, diviene un po' più corposo nella successiva title track (andatevi a vedere l'intrigante video, merita ve lo assicuro e vi farete anche un'idea più chiara dell'act di Atlanta), con la prova del frontman, M. Chvasta, che si rivela più convincente dietro al microfono e dove il basso pulsante dello stesso, crea delle atmosfere di tooliana memoria, arrivando a regalarci uno splendido assolo con la sua 4-corde in un epico finale in grado di smuovere sussulti emotivi davvero notevoli. Le atmosfere si fanno ancora più buie nella successiva "Drawning Down", song davvero spettrale, con il sound dai forti richiami dark di primi anni '80 (penso ai The Cult di 'Dreamtime' o ancora meglio alla precedente creatura Southern Death Cult) che ruota intorno alla performance vocale di M. Chvasta e ai synth della moglie Avril Che. Che i Dead Register non siano un band come le altre credo sia chiaro, lo dimostra la scelta coraggiosa di non avvalersi di un chitarrista a tutti gli effetti ad esempio, quella di coniugare suoni che spaziano dal post al pop-dark, senza disdegnare anche una spruzzatina di shoegaze e punk, ma anche di utilizzare una voce maschile davvero peculiare. È comunque musica davvero originale quella dell'act di Atlanta, forse dal gusto un po' retrò, ma che sicuramente ha il pregio di coinvolgere per le melodie e le atmosfere soffuse messe in scena. Con "Grave" emergono chiari riferimenti alla scena goth rock di scuola finlandese, essendo questa la song verosimilmente più morbida delle sei contenute in 'Fiber', nonostante i suoi bei riffoni carichi di pioggia. Con "Entwined" ritorniamo a percorrere torbidi ed improbabili sentieri post-dark, se solo questo genere esistesse. Arriviamo quindi alla conclusiva "Incendiary", traccia dal forte sapore doom, complici le ossessive ed oppressive melodie e atmosfere disegnate dal terzetto e dalla voce sempre più malata di Chvasta, un animale collocabile tra Swans, Peter Steel dei Type O Negative, Carl McCoy dei Fields of the Nephilim e anche Danzig. Alla fine 'Fiber' è davvero un bell'album, forse non cosi facile da digerire inizialmente, ma poi, quando le melodie entrano sotto la pelle, il godimento è assicurato. (Francesco Scarci)

giovedì 24 novembre 2016

Algos - Amongst Monoliths

#PER CHI AMA: Death Doom Atmosferico
Algos è una one man band che si dedica con cura e passione alla causa del death metal melodico, ottenendo buoni risultati e considerando che suona, registra e cura il mixaggio della sua musica sin dal primo EP del 2014, possiamo considerare il musicista olandese un vero e proprio talento. Al quarto lavoro, comprendendo i primi due EP e il full length del 2015, il nuovo album del 2016, intitolato 'Amongst Monoliths', è di nome e di fatto un colosso sonoro di alta qualità e virtuosismo musicale, carico di melodia e soluzioni barocche assai ricercate, tanto attente a non deludere il genere quanto viziate da tecnicismi e manierismi tutti da gustare, un non troppo celato gusto per le opere metal in pompa magna stile Timo Tolkki e per ammissione dello stesso autore, ispirato e seguace di Be'lakor, In Mourning, Swallow The Sun, Novembre e Saturnus. Il disco supera l'ora di musica e i brani sono stracolmi di potenziale, chicche da ascoltare, richiami sonori provenienti da varie altre band, un tocco malinconico e gotico, un maestoso e classicheggiante uso delle tastiere, una batteria granitica e trascinante, una chitarra che sa mettersi in mostra e ritagliarsi sempre uno spazio in evidenza in un'opera gloriosa di musica estrema con attitudine progressiva. L'autoproduzione non sempre paga ed anche se di buona fattura, questo sforzo compositivo enorme avrebbe meritato una supervisione mainstream per essere consacrato nell'olimpo del metal. Comunque l'autore ha lavorato benissimo, muovendosi in autonomia e libertà. Jurre Timmer sa come gestire le sue architetture musicali e lo si sente fin dall'intro iniziale, mentre al partire del primo brano, "Metempsychosis", la sua voce oltraggiosa mette subito in chiaro gli intenti cruenti e battaglieri, mostrando tecnica e gusto, melodia e ricerca. "From the Dephts", con il suo superare i sei minuti, contagia con un'ambientazione evocativa e vicina ad certo black metal d'atmosfera; in "Blessed With Weakness" si sentono echi di un acustico folk a precedere una sperimentazione tra speed/black metal e un barocco quanto tecnicissimo uso delle chitarre, mentre "Pale Monolith" (il mio brano preferito) si abbandona totalmente in un romanticismo acustico dalle parvenze vintage, d'infinita bellezza con un finale elettrico in ascesa tutto da apprezzare. La particolarità dell'intero lavoro sta nel perenne stato di elevazione spirituale e ricerca melodica che lo rende costantemente astratto e sognante anche nelle parti più articolate e violente, un po' come gli ultimi Anathema o i primi Alcest, anche se il genere ovviamente non è lo stesso e il nostro poliedrico musicista olandese privilegia uno stile più duro e tirato in una veste vicina alle soluzioni sonore degli Augury. Di sicuro il lato progressivo del chitarrismo di Timmer esce allo scoperto in più di un occasione, ed è una chitarra veloce e determinata nel fraseggio e negli assoli al fulmicotone a venirci proposta. La distorsione non degenera mai nel puro caos e tutto risulta sempre sotto controllo, accessibile, con cambi d'atmosfera, di tempo e sfumature tipiche del prog metal, conservando intatto anche quel bel velo underground che di solito fa da comun denominatore e contraddistingue il sound delle doom metal band più tecniche e sofisticate. Il disco è lungo ed impegnativo, complesso, non presenta cadute o crisi d'identità, lo stile di Algos è ben definito e fa bella mostra di sé, delle sue idee e delle sue capacità compositive ed esecutive, a metà strada tra il metal epico e il sinfonico. Una prova di tutto rispetto, un album da ascoltare senza pregiudizio alcuno. (Bob Stoner)

Dperd - V

#PER CHI AMA: Dark Wave
Siamo alla quarta prova in studio per i Dperd, duo dark wave siciliano dall’impronta eighties, attivo ormai dal 2008. L’opera si chiama 'V', un titolo criptico e ancestrale, forse a richiamare l’armonica convergenza tra i valenti animi artistici di Valeria e Claudio: lei sensibile autrice e cantante, lui raffinato musicista e compositore. I due musicisti sono maturi e preparati avendo alle spalle una lunga carriera musicale. Hanno infatti già dato alla luce il progetto Fear of the Storm, a cui sarà dedicata 'Madness Splinters 1991-1996', prossima uscita autunnale edita dalla label My Kingdom Music in una splendida versione deluxe contente la discografia completa di entrambe le band oltre a vario merchandise, dalle t-shirt alla shopping bag. Ma concentriamoci ora su 'V', partendo stavolta direttamente dal mio pezzo preferito, “I Believe In You Song”. Si tratta di una ballata eterea e fiabesca che incarna una di quelle storie oscure e visionarie così suggestive e ipnotiche da poter potenzialmente portare l’ascoltatore in uno stato di trascendenza onirica. Per di più, la canzone sembra essere la prima parte di una trilogia nascosta, costituita dalla appena citata “I Believe In You Song”, “But I Love You Song” e “They Do Know Song”, che chiude l’opera. Oltre ad un tocco originale nell’architettura della tracklist, si tratta anche di un concept musicale dotato di un inizio, uno sviluppo ed una conclusione, fatto di trame armoniche e melodiche, dove la voce non utilizza parole ma solamente suoni. Dall’atmosfera incantata della prima parte si passa ad un ambiente ritmicamente più incalzante ed armonicamente complesso nella seconda parte. La triade culmina nel finale, dove i vocalizzi di Valeria diventano arditi ed espressivi e il mood determinato e risoluto. Non solo la musica è di ottima fattura ma anche dal punto di vista lirico, siamo davanti ad un’opera di un certo spessore: l’utilizzo dell’italiano è un evidente punto di forza del progetto, non è infatti cosa da tutti i giorni sentire la nostra lingua utilizzata in un genere così particolare. Si prenda ad esempio “Cercando Solitudine”, una poesia ermetica dai toni tetri declamata da una voce sicura e calda che si adatta perfettamente alla ritmica soffice ed ai suoni di organetto e delle chitarre impregnate di chorus, a ricordare i leggendari The Cure. Dopo l'indiscutibile bellezza e l'indubbia qualità della proposta dei Dperd, veniamo ora a quella che secondo me è la macchia su questo lavoro esemplare, vale a dire la parte grafica. Se il disco musicalmente e poeticamente prende ed interessa, altrettanto non si può dire dell’artwork. Oltre ad essere discutibile la scelta dei font, anche l’immagine di copertina non ha la stessa profondità e potenza comunicativa della musica. Il soggetto è invece coerente col disco: un balcone affacciato sulla desolazione di un orizzonte montuoso sotto un cielo grigio, centra esattamente lo stile della band. In conclusione, consiglio l'ascolto di 'V' a tutti gli appassionati della dark wave anni '80, qui troveranno una band con lo stesso spirito di quegli anni ma calata nella modernità del 2016. (Matteo Baldi)

(My Kingdom Music - 2016)
Voto: 75

https://dperd.bandcamp.com/album/v

martedì 22 novembre 2016

Hemotoxin - Biological Enslavement

#PER CHI AMA: Death Metal, Death, Pestilence, Atheist
Ecco quel che si dice un album dal forte impatto fisico: non ci sono intro, arpeggi, pianoforti o amenità del genere ad introdurre 'Biological Enslavement', seconda fatica dei californiani Hemotoxin, bensì solo una tremenda mazzata tra capo e collo. Questo il biglietto da visita servito da "Decadence" che divampa con un death metal di scuola americana da brividi, com'era tempo che non sentivo. Le ritmiche forsennate di "Regression" non possono che evocarmi i compianti Death di 'Human', ma anche qualcosa dei Pestilence di 'Testimony of the Ancients', per la perizia tecnica palesata negli splendidi assoli assassini che il quartetto di Pittsburg sciorina al suo interno. Attenzione perché con la terza "Minus Human", i facili paragoni chiamano in causa questa volta gli Atheist di 'Unquestionable Presence' per quel suo apripista progressive da pelle d'oca, per poi lanciarsi in funamboliche rasoiate estreme grazie a combinazioni ritmiche da infarto. "Not of This World" si manifesta invece come una roboante cavalcata sostenuta da riffoni death tirati a velocità sostenute, e un drumming di scuola thrash old school; spaventoso quanto acuminato poi l'assolo conclusivo che incendia la song. Gli Hemotoxin non mollano un secondo, continuano incarogniti a martellare come degli assatanati propinando un rifferama feroce che più volte chiama in causa quello di Chuck Schuldiner e compagni. Inutile girarci intorno, i Death costituiscono per i nostri il faro guida, non solo a livello strumentale, ma anche a livello vocale, con la timbrica corrosiva di Michael Chavez che chiama in causa quella del buon Chuck. È un piacere riassaporare quei suoni mai dimenticati, è come percepire la presenza di Chuck nei solchi di quest'album, le sue melodie indiavolate che si impossessano di questi fantastici musicisti. I nostri, traccia dopo traccia regalano incredibili magie alla sei corde, un tumultuoso drumming e frangenti progressivi evocanti Atheist o Cynic, come nell'intro di "The Alchemist" o nei primi vertiginosi secondi della splendida strumentale "A Journey Through Dreams", che mi verrebbe da accostare a "Cosmic Sea", traccia contenuta in 'Human'. Certo, gli Hemotoxin si confermano più convincenti nei momenti più efferati, con quel loro incedere torrenziale ("Bleak Prognosis"), dove ad emergere è comunque un virtuosismo mai esasperato che tributa anche altre grandi band della Bay Area, e penso a Slayer, Exodus e Forbidden. Come un fiume in piena, la band statunitense macina km di riff tortuosi, urticanti e coinvolgenti: ne è l'ultimo esempio la conclusiva "Transparent Eyes" che sancisce la fine di questo mio breve tuffo nel passato, con un assolo a dir poco impressionante. Che altro dire se non invogliare tutti gli amanti del death a stelle e strisce di far vostro questo piccolo gioiellino di musica estrema. Che l'anima di Chuck regni con voi. (Francesco Scarci)

(Unspeakable Axe Records/Dark Descent Records - 2016)
Voto: 80

https://unspeakableaxerecords.bandcamp.com/album/biological-enslavement

lunedì 21 novembre 2016

Howling Giant - Black Hole Space Wizard

#PER CHI AMA: Stoner, Monster Magnet
Bello scoprire ancora gemme in un mondo, quello stoner, che definire inflazionato è un eufemismo. Ancora più bello se sono completamente inaspettate, come questo EP (che, come lascia presagire il titolo, dovrebbe avere presto o tardi un successore) degli Howling Giant, power trio proveniente da Nashville, Tennessee, terra di grandi musicisti e grande musica, anche se prevalentemente di altro genere. Prima parte di un concept album a tema sci-fi, questo 'Black Hole Space Wizard' mette in fila quattro pezzi di hard-psych-space rock di livello assoluto. Chitarre ultra sature, bassi distorti, batteria dalla potenza devastante, groove assassini, tre voci che s'intersecano senza mai perdere efficacia, il tutto confezionato con un suono e una produzione di altissimo livello. Fin dall’iniziale "Mothership" si rimane rapiti dalla compattezza del suono, arricchito da un hammond caldissimo, e da una scrittura che rimanda ai migliori Monster Magnet, quelli di 'Dopes to Infinity'. A colpire è la maturità con cui gli Howling Giant approcciano la materia, e la personalità con cui non hanno paura a misurarsi con modelli tanto ingombranti. Nello spazio di una ventina di minuti mettono in mostra una personalità già formata e sfaccettata, una perizia strumentale e un songwriting dal respiro davvero sensazionale (i sette minuti di "Clouds of Smoke", vero capolavoro del disco, sono in questo senso inarrivabili). C’è spazio anche per la sfuriata stoner-metal di "Dirtmouth", lanciata a folle velocità, dove i tre dimostrano di trovarsi comunque a loro agio. Se son rose prepariamoci ad una fioritura senza precedenti, per il momento, se le coordinate sono minimamente di vostro interesse, procuratevi questo dischetto e godetene appieno. (Mauro Catena)

Youngblood Supercult - High Plains

#PER CHI AMA: Psych/Blues/Stoner Rock
Vi sarà sicuramente capitato di camminare in un campo di grano in estate e ammirare le nuvole in cielo con una spiga in bocca ed il nulla in testa, ma molto nulla in testa. Se la risposta è no, questo disco rende vi permetterà di provare perfettamente quella sensazione. I Yougblood Supercult vengono dal Kansas, e portano con sé un carico di influenze che vanno dal blues allo stoner al progressive con un sound simile ai Black Mountain, suonato con l’attitudine dei Pentagram. La copertina ha un sapore smaccatamente psych: cieli stellati, fienili e strane macchie di colore in giro per l’artwork. 'High Plains' significa altopiani, ogni pezzo descrive un paesaggio bucolico e allucinato, quei posti in cui non ci si stupirebbe di vedere un UFO atterrare davanti ai propri occhi. Le canzoni sono godibili e spensierate, le strutture sono ben architettate. Sulla voce purtroppo vedo il punto più debole anche se non rende l’ascolto del disco spiacevole o superfluo. Il timbro è adatto al genere, con tanto di grattato blues sulle note più spinte, davvero ben riuscito, tuttavia sembra essere esile rispetto alla musica, direi poco incisivo. Penso che il problema sia causato dalla scelta delle linee vocali a volte forse troppo audaci. La caratteristica più interessante di questa band sono le cavalcate di chitarra alla Uncle Acid and the Deadbeats, per avere un esempio di cosa intendo, ascoltatevi “Nomad” e “Before the Dawn”, contengono due fantastici esemplari di riff andanti e ciccioni. Il disco scorre bene, i pezzi sono vari nella composizione e tengono alta l’attenzione per tutta l’opera. Da notare sicuramente la ballata “White Nights”, soffice intermezzo tra l’incedere trascinato delle altre song, la mia preferita dell'album, che peraltro contiene anche un assolo sensato e composto che impreziosisce il pezzo senza appesantirlo. Anche “Forefather” è un altro pezzo interessante, il più lungo del cd, un blues lento e sornione che cambia spesso forma, dal piano al forte dal vuoto al pieno, da paesaggi di praterie sconfinate all’interno del propria mente, quasi a perdere la coscienza di essere in un luogo definito nel tempo e nello spazio. Il commiato è suggestivo e sognante, “Down 75”, fatto di sola chitarra acustica e voce. È come stare nella stazione di una città fantasma, con un peso di un peccato addosso che spinge a terra ad assaggiare la polvere, mentre l’ultimo treno della giornata si allontana. (Matteo Baldi)